The Sunshine State

Ecco qua. È passato un po’ di tempo dal ritorno, ormai, e posso finalmente trattare da ricordi i ricordi americani. Decantati, sedimentati, filtrati e resi anche un po’ romanzeschi da quella patina che il tempo stende sulle cose passate. A volte migliorandole e, spesso, cancellando le parti più spigolose.
Discorso che non vale a proposito dell’ormai famigerato aeroporto di Madrid, ma ne ho già parlato anche troppo. Non se lo merita.
Comincerei dalla casa, che è stata per sei giorni il nostro rifugio notturno. Minimalista, ma simpatica. Pratica, caratteristica. Americana. La sera dell’arrivo non avevo potuto apprezzarne il fascino perché un po’ rincretinito dai travagli dell’odissea migratoria. Poi, con la luce del giorno e guardandola dalla strada, mi sono sentito davvero negli States. In un film degli States. Quelli con l’auto dei detective (uno bianco e uno nero) che arriva a palla, inchioda e scarica sul marciapiedi il suo contenuto di eroi. La casa è bianca (non è da confondere con un’ altra dello stesso colore che si trova un po’ più a Nord, a Washington D.C.), è costituita da piano terra e un primo piano, raggiunto alle due estremità da due scalette di ferro verniciate di bianco. Sia su strada che sul ballatoio si apre una decina di porte di appartamentini diligentemente numerati. Probabilmente il ricercato si nasconde dietro una di queste porte. Fortunatamente non la nostra. Il retro della casa, un parallelepipedo regolare, si affaccia su un vicoletto molto poco frequentato, ma fortunatamente non mal frequentato, che sarebbe cosa sconveniente. Nel vicoletto, en plein air, la lavasciugatrice. Sissignori, in strada. A gettone, a dollari se preferite, ma messa lì, ad uso e consumo di chi ne abbia necessità. Va bene, datemi del malfidente, ma me la sono immaginata a Quarto Oggiaro o nel quartiere Forcella… Vabbè, lascio cadere il discorso. Ma diciamo che ho vissuto la cosa come testimonianza di un forte senso civico. Cosa che, salto di palo in frasca, ho ritrovato anche a un centinaio di metri da lì, sulla passeggiata che costeggia l’oceano, quando mi sono imbattuto in una colonnetta di servizio (gratuita e incustodita) dotata di supporto per appendere la bici ad un’altezza comoda per ripararla, di una serie di attrezzi (pinze, cacciaviti, chiavi inglesi (forse erano americane) di ogni misura, affrancate solo da una catenella leggera, a disposizione di chiunque ne avesse bisogno e conoscesse almeno l’abbiccì della meccanica e, ovviamente, di una pompa per gonfiare le gomme. Accussì, in strada. Vero è che segare al piede la colonnetta avrebbe richiesto una certa perizia e la fiamma ossidrica, ma per fare man bassa degli attrezzi non sarebbe servito un genio dello scasso. Oddio, magari l’avevano messa lì il giorno prima che arrivassi io, ma così a prima vista direi che doveva avere la sua bella età.
A differenza dell’anno scorso, quando eravamo stati scarrozzati in lungo e in largo dalla mia futura nuora e da G.. quest’anno, per forza di cose, era imprescindibile che ci rendessimo un po’ più indipendenti negli spostamenti. Nei tre o quattro giorni prima del gran giorno si dà il caso che i futuri sposi avessero qualcos’altro da pensare che non il farci da autisti o guida turistica. Quindi? Quindi, con grande, immensa, stupefatta soddisfazione, ci siamo impadroniti dei meccanismi di Uber o, per maggiore precisione, di Lyft, che è un’altra società ma rende esattamente gli stessi servizi. Probabile che ora parli di cose che per moltissimi risulteranno elementari se non banali ma, abbiate pazienza, non essendo io un frequent traveller, rimango incantato da quello che l’organizzazione sposata alla tecnologia può partorire. Intendiamoci, anche lo scorso anno avevamo approfittato dei servizi di Uber, ma faceva tutto la mia nuora ameritaliana. Noi ci limitavamo a salire in macchina, tacere per evitare di mettere allo scoperto la nostra lentezza nel seguire un discorso in lingua yankee (farcito da pesanti inflessioni di ogni paese del centro-sud America) e scendere davanti a casa. D’altra parte credo sia una regola per gli autisti non importunare i passeggeri con disquisizioni sul campionato, sulla provenienza geografica dei presenti e sull’Italia, maccaroni, pizza e mandolino.
Beh, quest’anno, dicevo, mi sono fatto istruire brevemente da chi è più esperto, ho scaricato l’app sul mio smart, ho fatto il login (guardate che queste le ho scritte apposta), ho messo bene in chiaro quale forma di pagamento volessi adottare (carta di credito o PayPal) e via che vai, ho cominciato a gestire con estrema disinvoltura la rete delle auto di Lyft. Grande!
Come funziona? Intanto te ne freghi anche se in americano sai dire solo yes, no e Clint Eastwood (non sono messo così male). Comunque, non devi parlare con nessuno. Sanno dove sei. Glie lo comunica il gps del tuo telefono. Quindi, a meno che tu non voglia farti recuperare a sette isolati da dove ti trovi adesso, non devi fare assolutamente niente. Poi, fase due, scrivi dove vuoi essere accompagnato. Beh, qui sì, almeno l’indirizzo devi metterlo. Ma lo digiti, non lo pronunci, quindi continui a muoverti su un terreno sicuro.
A questo punto specifichi se vuoi prendere al volo un’auto che sta già scarrozzando qualcun altro o se ne vuoi una tutta per te e dichiarare quanti passeggeri ti porti appresso. Questo per evitare che arrivino con una Smart (che non esiste) quando la comitiva è di otto persone. Prima di qualsiasi decisione, perché non ci siano sorprese e tu sia del tutto edotto di quello che ti aspetta, ti dicono anche quanto spenderai, al centesimo. Detto ciò, dopo una conferma che tutto quello che hai chiesto sia vero e non una bufala, ricevi un messaggio che ti dice come si chiami il tuo autista, tra quanto sarà da te, la sua foto, la foto della sua auto e la targa. In contemporanea puoi vedere sulla mappa il puntino rosso che lo rappresenta avvicinarsi. Quindi non rischi di saltare su un’auto diretta in Canada. Poi, una volta arrivato a destinazione, ti arriva un messaggio di ringraziamento e l’invito a valutare il sevizio del tuo accompagnatore. E la possibilità di lasciargli una mancia di 1, 2 o 3 dollari, che pagherai, se vorrai, insieme alla corsa.
La mia prima esperienza è stata emozionante. Con un trenta per cento di ansia di aver sbagliato qualcosa e un settanta di apprensione per l’ignoto. Il messaggio, tra l’altro, diceva: la tua auto avrà una luce verde dietro il parabrezza. Tempo di leggerlo ed eccola lì. Oh, non ci crederete, ma la luce ce l’aveva davvero. Saliamo, felici di non dover scambiare convenevoli se non un “Hay”, che dici a chiunque, anche ai pali della luce.
Davanti a me, sul cruscotto, sul retro della lampada a luce verde, un display con le lettere che scorrono a formare parole di senso compiuto. Leggo: “Welcome, Alberto”. Ma, ma, ma… Ma come sarebbe? Ma quello lì sono io. Hey, that’s me!
Mannaggia, sono rimasto così straordinariamente meravigliato che non ho potuto tacere, mi sono rivolto all’autista e gli ho snocciolato: “Hey, but… Alberto… it’s me. That’s the eye of the Big Brother. He’s always looking at us”. Ha sorriso tiepidamente. Ho l’impressione che l’abbia capita fino a un certo punto. Poi mi è sorto un dubbio, anzi, due: o non conosce il Grande Fratello (a Miami Canale Cinque si vede male), oppure ha inteso in modo diverso ciò che intendevo. Quando sono da quelle parti dimentico sempre che ci sono tonnellate di islamici. E non ho idea di come vedano queste faccende.
D’altra parte, una sensazione simile, di aver detto una parola di troppo, l’ho avuta anche alla dogana di Philadelphia quando, lieto di vedere la luce alla fine del tunnel, ho augurato con enfasi “Merry Christmas” a un immenso agente di colore, che mi ha guardato con una certa sufficienza. Amen. Mi ha comunque lasciato passare.
Alla prossima altre curiosità e stranezze. Adesso che sono riaffiorate vedrò di non lasciarle evaporare.

Ionnighitar


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