Muovit!

Uno dice: “E vabbè, sai che abilità, pur con mezzi altamente tecnologici, ma la sostanza è che chiami un’auto, anche se non ha scritto Taxi sulle portiere e, bene o male, ti porta dove vuoi. La sola differenza è che lo puoi fare anche se conosci solo l’italiano e il dialetto del Belucistan o se hai una raucedine tale che potresti essere classificato come un non-parlante (a proposito, si dice così, politically correctly?)”.
È una sfida? Occhei, allora vi stupirò: in quel di Miami ho preso anche il trolley. Che non è l’asta di presa di corrente dei tram o dei filobus (a Milano anticamente e familiarmente chiamata “la perteghèta”) né, tantomeno, l’ormai essenziale valigia rotellodotata che ci consente spostamenti rapidi e senza aggravio per le nostre povere spalle (essenziale, giusto per citarne una, per attraversare da cima a fondo il maledettissimo aeroporto di Madrid-Barajas). Nossignori. Trolley, a Miami Beach FL, è il nome dell’autobus azzurro che vedete in testa al post e che vi scorrazza a destra e a manca gratis, grazie alla generosità della munifica amministrazione comunale.
Ora, mi pare evidente che tra il viaggiare in bus a pagamento e poterlo fare in modo completamente gratuito la scelta sia abbastanza scontata (che se già è gratis e per di più scontata, potete immaginarvi la convenienza!).
Ma, udite udite, anche qui potete risparmiarvi la fatica di dialogare col conducente per contrattate il prezzo di un eventuale biglietto. Geniale, no?
In più, attenzione, vi segnalerò una cosuccia che ho sperimentato avere un’importanza fondamentale nel prendere i mezzi pubblici in qualsiasi parte del globo. Forse. Non essendo mai stato nel Tibet potrebbe anche darsi che la faccenda lassù non funzioni.
Di cosa stiamo parlando? Ma di Moovit, naturalmente (chissà chi me lo fa fare di parlarne, visto che non ne avrò di sicuro alcun ritorno economico, ma sono generoso e altruista).
Che cos’è Moovit? Un’app. Se permettete preferirei definirla un’applicazione, all’italiana, che non dovrebbe mancare negli smartphone e nelle migliori famiglie. Ed è gratuita. A cosa serve?
In primis a dirti quale/i mezzo/i prendere per andare da dove sei (o da dove sarai quando ti metterai in pista) a dove vuoi andare. In secundis ti snocciola gli orari di passaggi del mezzo che decidi di prendere e ti dice anche a che ora toccherà le singole fermate. Naturalmente si possono consultare gli orari di tutte le corse giornaliere e non, da qui all’eternità. Poi, e scusate se è poco, facciamo finta che siate alla fermata, che il mezzo non si veda all’orizzonte, che faccia freddo e magari vi venga la tentazione di fare quattro passi avvicinandovi alla prossima fermata per scaldarvi ma abbiate il timore (in genere si rivela una certezza) che il malnato arrivi quando non riuscireste a raggiungerlo alla prossima nemmeno se aveste vinto i 400 piani alle Olimpiadi. Tranquilli, c’è qui Moovit per aiutarvi. Anche se gli orari sono saltati per il traffico, per una manifestazione del gay pride o per una marcia per la pace nel Botswana, potete sapere con precisione cronometrica tra quanto tempo il mezzo sarà lì, pronto a caricarvi a bordo. E non è finita. Se siete a casa e non vi va di uscire tre quarti d’ora prima per poi restare alla fermata ad aspettare come dei pinguini, Moovit, se glie lo chiedete, vi dice anche quando è il caso di darsi una mossa e chiamare l’ascensore. Terrei a precisare che non tiene conto, purtroppo, degli orari e del traffico degli ascensori.
Torniamo a Miami Beach. Raggiunta Lincoln Road, strada iperturistica piena zeppa di negozi, negozietti, locali e localetti, cui tuttavia non si può negare una visita e lasciare un pesante obolo in dollari, il programma prevedeva di accompagnare la mia consorte a un appuntamento per usufruire di un trattamento/massaggio rilassante nella spa (non nel senso di società per azioni) di un grande albergo affacciato sull’oceano, omaggio offertole dai nostri ospiti Bolognamericani a titolo di regalo natalizio. Che fare, quindi? Chiamare un’altra auto? E poi proseguire fino a casa? O chiamarne una, scendere, accompagnarla fin dentro la hall e poi chiamare una terza macchina? Mi pareva esagerato (e dispendiosissimo). Quindi… Trolley. Passava a un metro e mezzo dall’hotel venti stelle e poi proseguiva fino a sfiorare casa. Cosa trovare di meglio? Per di più, così facendo, diventava possibile, a costo zero, fare una prima tratta su un trolley e la seconda su quello successivo. Perfetto. Detto, fatto. Con l’aiuto di Moovit. Che, devo dire, mi ha sorpreso. Perché ero convinto che funzionasse a Milano e stop. Che ne so io che puoi scegliere la città? Anzi, per dirla tutta tu non scegli proprio un accidente: è il gps che comunica al solito Grande Fratello dove diavolo ti trovi e lui fa sì che Moovit si adegui alle tue necessità. E pensare che solo cinquant’anni fa faceva la sua prima comparsa su larga scala un oggetto da museo, oggi diventato rarissimo, chiamato telefax!
Tornando al Trolley, nella gran parte dei casi è pilotato da un donnone di colore di non meno di 130 Kg (non sto a fare la conversione in libbre). È arredato internamente con vetuste panchine di legno, a volte allineate alle fiancate come nei tram intelligenti, a volte sistemate per file come nei pullman e nei tram meno intelligenti come il maledetto Sirietto by Ansaldo. Non ricordo se fosse dotato di annunci audio per segnalare il nome delle fermate, ma in ogni caso credo che avrei finito col perdermi qualche sillaba. Alla peggio rischiavo di scendere una fermata prima o una dopo rispetto alla destinazione prefissata.
Come segnalare l’intenzione di sbarcare? Pulsante? Nooo. Bottone? Macché. Una leggera pacca sulla spalla del’autistessa? Meglio evitare: una reazione potrebbe stenderti al tappeto, data la sua fisicità e procurarti una denuncia per molestie sessuali (ma quando mai?). Quindi? Quindi, una stupenda cordicella, o meglio una serie di cordicelle, lungo la parete a finestrini, da tirare con decisione ma anche con delicatezza, per dare annuncio a tutti gli astanti della tua intenzione di abbandonare la nave.
Astanti che, adesso che ci penso, senza esagerare come è mio deplorevole vizio, dovevano essere per lo meno per il cinquanta per cento italiani. In genere dovunque si vada ci si imbatte in un gruppo di bresciani o bergamaschi. Qui, non so, Non ho fatto caso all’accento. Ma mi sono chiesto se il fatto che i passaggi fossero del tutto gratuiti non fosse un elemento-chiave per determinare la composizione dell’equipaggio.

Ionnighitar


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