Londra sotto casa (1)

Va bene, va bene, nel titolo c’è quel pizzico di fantasia e di esagerazione che servono a colorare la scena, ma… insomma, almeno un po’ il concetto regge. Avrei potuto, senza scomodare Londra, usare un parallelo con la Boqueria di Barcellona, ma anche qui mi sa che ci sarebbe un filo di forzatura o, per stare un po’ più con i piedi per terra e parlare di cose che conosco e che ho toccato con mano, piede e stomaco, cercare un gemellaggio con analoghe curiosità bolognesi, ma tant’è. Conta il concetto. Ah, già, dite che forse è meglio che spieghi meglio? Va bene, partiamo.

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A ragion veduta

Ebbene, lo ammetto. Assalito dai rimorsi e dai sensi di colpa per aver sparato ad alzo zero sul guru della via Gluck, aiutato anche dal fatto che, tanto per cambiare, la programmazione serale prometteva ben poche alternative, mi sono assoggettato alla visione dello spettacolo del secolo: il tanto decantato (purtroppo non solo cantato) Rock Economy, soggetto del post precedente. Ribadisco che la mia non sfrenata passione per il Celentano Adriano da Milano, ora residente a coso, lì, in provincia di Lecco mi pare, non ha nulla a che vedere con il parere espresso e poi passato al vaglio della mia personalissima e severissima censura in merito a tutto ciò che fa da contorno ai suoi spettacoli. Che siano concerti o serate a mammaRai, fa poca differenza. Anzi no, rettifico. Ne fa eccome, perché da mammaRai la sua guruaggine (si potrà dire?) viene amplificata, esaltata, pompata come fosse un missile da sparare in orbita.

E i signori di Mediaset non sono da meno, attenzione. Perché un conto è il concerto in sé e per sé, con il pubblico pagante a spaccarsi il coccige sui gradoni di pietra dell’Arena, un conto è il battage pubblicitario che, in sostanza, tende a convincerti che se non sarai della partita, se non seguirai l’evento davanti al video, magari armato di panini con la casoeula (tipico piatto meneghino), birra e canotta di ordinanza, magari padellata, sarai un misero signor nessuno. Mi è venuto il sospetto che il battage pubblicitario si chiami così perché, appunto, ti batte impietoso e inesorabile sulle scatole come faceva il Tafazzi di buona memoria finché, almeno per sfinimento, non sei condizionato a passare almeno trenta secondi davanti al video. Prova ne sia… Però non avevo panini, nemmeno con le salamelle o la porchetta, niente birretta, non ho canottiere e se le T-shirt fossero macchiate avrei che mi fa il contropelo e mi costringerebbe a infilarmi tutto intero nel cestello della lavatrice.

Dai, veniamo al sodo. Prima di vedere il Messia, cinque minuti buoni di tiritera recitata da un coro volenteroso di giovini virgulti e virgulte. Colpa mia, di certo, ma devo ammettere di non aver capito un ciufolo. O meglio, se uno ti spara una raffica di concetti ispirati, tutti attaccati uno all’altro e non ti dà nemmeno il respiro per digerirli o rifletterci, se te li fa recitare in coro, e il coro non è mai il top della chiarezza, non è che puoi pretendere, no? Qualcosa, diciamo un venti per cento, mi è arrivato, comunque. Che se non mi fosse arrivato, detto sinceramente, sarebbe stata esattamente la stessa cosa. Insomma, quando si dice «chi ben incomincia…». Poi, luci, spot, effetti, il bello dei concerti, che emoziona sempre e ti acchiappa anche fosse un concerto di Orietta Berti… uhm… forse. Non dei Pooh, questo è certo. Si apre un immenso portone e dalla luce più vivida e soprannaturale ecco che spunta il molleggiato per antonomasia. È qui. È tra noi. Uso il presente, anche se so che la cosa risale a un annetto abbondante, ma facciamo finta che.

Devo ammettere che per una mezz’ora o anche più, salvo trascurabili buttate lì a mo’ di sputazzo, il vate canta. Tenendo fede al fatto che quello sa fare, è il suo mestiere e, obiettivamente, lo sa anche fare bene (e poi ditemi che non sono obiettivo. Non ho detto che mi piace, ho detto che lo sa fare bene, è diverso). Lentamente però si arriva agli scivoloni («lentamente scivola… ecc ecc è un testo dei Negrita oltretutto un po’ osè, ma fa niente). Eh sì, si scivola. Lui scivola. E comincia ad inanellare una serie di nonsense, di false ovvietà, di fantasie travestite da verità per cui il suo fan-tipo comincia a pronunciare le fatidiche sillabe: «il-ver-bo-si-è-fat-to-car-ne». Dimenticando che la frase è riferita a qualcuno che è arrivato prima di lui, è ancora sulla cresta dell’onda, ha detto cose un po’ più profonde anche se meno drammaticamente pompose e soprattutto l’ha fatto gratis senza tirare in ballo i governi e i politici.

Già, perché governi e politici, per il gran predicatore, sono i responsabili di tutto. Tutto che cosa? Boh, tutto. Se noi non siamo uniti, e dopo il concerto a casa siamo soli, solitari, ognuno per sé e chi s’è visto s’è visto è colpa di politici e governi. Già. Perché distruggono l’arte, i monumenti, l’artigianato, l’agricoltura. Vi sfugge il nesso? Mi consola: anche a me. però sappiate per lo meno di chi è la colpa. Poi, giusto per dire che lui sa come devono essere le cose e noi no, ci viene a dire che i diritti e le possibilità dei poveri devono essere identici a quelli dei ricchi, solo magari un po’ più in piccolo. Sì, avete capito bene. Anch’io ho chiesto conferma, credevo di avere sbadigliato al momento sbagliato perdendomi la verità vera. L’ha detta così. Boh. Mi sono chiesto quanto potesse costare un posticino sulle gradinate scassachiappe dell’Arena. Di certo non poco. Quindi… Non poteva mettere a disposizione metà posti aggratis? O forse è colpa del governo e dei politici (più facilmente di chi l’ha sparato in scena, ma non credo l’abbiano sottopagato).

Ha avuto un ultimo sprazzo citando qualche mecenate che, a differenza di governo e politici, ha a cuore la cultura, l’arte, il bello, la storia, e ci mette del proprio per frenare lo sterminio delle masse contadine e dei verdi pascoli. Ha proprio fatto i nomi. So che ho sentito di Leonardo Del Vecchio, Luxottica. Di Prada. Credo anche di Della Valle… Tutti imprenditori che hanno in un modo o nell’altro sostenuto interventi importanti a salvaguardia di grandi opere d’arte. Poi, timidamente, di striscio, en passant, ha avuto anche un cenno, secondo me tirato per i capelli, per “l’editore di questo spettacolo”. Che, detto per inciso, era organizzato da Mediaset. Però, com’è come non è, il suddetto editore non è stato, evidentemente, ritenuto degno di citazione per nome e cognome. Eppure l’ha pagato, l’ha sponsorizzato… Però, forse, non fa “chic”. Meglio non nominarlo, hai visto mai che dalle gradinate si levi un coro di «Buuuuuuuuuuh» che va a rovinare tutta la teoria delle grandi verità inanellata fin qui? Mi sono alzato. Sono andato a leggere un po’ prima di dormire. Ho pensato fosse più interessante. Al solito.

Ionnighitar

Atmosfere d’oltreconfine

Torno a ragionare sulle mie letture recenti, in primo luogo confermando che Carlo Lucarelli non è nella mia “top thousand”, anche se resta un’ultima possibilità, avendo io incautamente fatto scorta e restandomi ancora un titolo da esplorare. Però parto male, ormai prevenuto, quasi certamente azzoppato di quell’attesa/curiosità che mi prende quando sto per affrontare un autore che è riuscito a piacermi o, per lo meno a restarmi appiccicato per almeno quaranta secondi dopo la parola “FINE”. Non è questo il caso, mannaggia. Ma per testardaggine più che per convinzione, mi sa che prima o poi farò fuori anche l’ultimo titolo. Almeno poi potrò archiviare la pratica e dedicarmi ad altri.

Nel frattempo ho deciso, pur apprezzando la praticità e la comodità dell’e-book, che mi ipnotizza anche nelle pause brevi di non-lettura trascinandomi nel vortice del sudoku, di alternare un po’: il contatto fisico con la carta e, mia fissazione al limite del maniacale, con la copertina rigorosamente plastificata opaca mi manca. Stavo quasi pensando di far plastificare (opaco) il mio Kobo, ma mentre lo pensavo mi sono reso conto che forse uno dei motivi che me lo rende gradevole è proprio quella sua superficie quasi satinata che, se chiudi gli occhi, può farti pensare a una delle copertine che mi piacciono così tanto. Certo, non sono ancora riuscito a sfogliarlo nel senso tradizionale della parola, ma vedrò di organizzarmi. Nel frattempo terrò il piede in due scarpe per un po’.

Insomma, quello che avevo intenzione di fare era riflettere su un altro autore capitatomi a tiro per puro caso, specializzato, tanto per cambiare, in pseudo-polizieschi all’acqua di rose, che ho trovato leggibile anche se un po’ “deboluccio”. Nel senso che le sue trame, i dialoghi, le caratterizzazioni, mi lasciano sempre un certo non so qual senso di incompiutezza, mi danno un’impressione di evanescenza e di scarsa aderenza alla realtà. E questo è in contrasto violento con un altro aspetto stranissimo che invece mi ha stupito in senso favorevole.

Devo premettere che il motivo che mi ha spinto a cercare questo autore è il fatto che ambienti nel Canton Ticino, leggi Cunfederaziùn Elvetica, i suoi romanzi. E con il Ticino, Tisìn per gli amici, io ho un conto aperto (sfortunatamente in senso metaforico e non in banca), un legame adottivo costruito mattone su mattone avendo passato non so quanti mesi, settimane, giorni, ore (gli anni li so ma li taccio per pudore) in campagna, un piede in terra italica e l’altro quasi sulla linea di confine. probabilmente tutte le auto che ho posseduto sono state alimentate per il settantapercento da benzina scvizera e per il restante quasi trenta da benzina italiana. Dal che l’attento lettore, dotato di spirito investigativo, dovrebbe dedurre che qualche volta sono espatriato anche verso altri Paesi e che non ho mai posseduto un’auto a gasolio, gpl, metano o pedali, salvo quelle pre-patente.

Insomma, questo autore, all’anagrafe Andrea Fazioli, ha un pregio, questo volevo dire. Un po’ per come scrive, scegliendo termini ed espressioni che forse un italiano non userebbe, un po’ per il modo di ragionare che attribuisce ai suoi personaggi, un po’ per i dialoghi, molto per le descrizioni anche non descritte, chissà com’è, ma mi fa sentire, vivere, respirare un’atmosfera di Canton Ticino che mi ha lasciato stupefatto.

Lo so che sembra una contraddizione. Ho appena finito di insinuare che ho trovato poco coinvolgente la narrazione, che a volte l’ho vissuta quasi come qualcosa di forzato, poco spontaneo, al limite del manieristico e adesso dico che mi ha trascinato nel gorgo della ticinesità. È vero, porca l’oca. Questo è il mistero Fazioli. Mi piace? Non mi piace? Mi prende? Scivola via come l’acqua fresca? Non so rispondere, vostro onore. Eppure so che leggendolo – e non solo perché nomini località a me ben note – mi fa sentire spesso seduto al tavolaccio di pietra o di legno di un “grotto” a bere una birretta o mangiare una polenta cotta sul camino. A volte mi fa sentire a passeggio in via Nassa o in piazza della Riforma, a Lügàn e mi fa respirare quell’aria così diversa e particolare che da sempre, come per magia, mi investe come attraversassi una barriera invisibile ogni volta che passo il confine. Lo so che sembro scemo, ma sono … tot anni che ci penso, ogni volta. L’ultimo metro in terra d’Italia può essere differente dal primo metro in terra rossocrociata? Si, capperi, può. E non solo perché è più pulito e ordinato, quello è un dettaglio. È così, e basta.

In definitiva, ecco, questo è il grosso pregio di Fazioli: riuscire a creare un ambiente e un’atmosfera così scvìzeri che un italiano non saprebbe replicare. Non mi importa sapere se la cosa è voluta o succede per caso, come in fondo credo. Ma è un dato di fatto. Ed è tutt’altro che sgradevole. Se non altro inconsueta.

Inonnighitar

C’è un problema…

carosello Mi sia concesso. Ogni tanto ho bisogno di dare libero sfogo alla mia vena polemica e alla mia natura di incorreggibile e puntiglioso spacca… Per argomenti futili, ovviamente. Come credo sia ormai assodato questo blog si occupa seriamente soltanto di cose estremamente poco impegnative. Anche perché se fossero impegnative dovrei parlarne con un tono discorsivo diverso e verrei meno al mio proposito di fare di questo blog una specie di salottino davanti al camino acceso. Il che vale per questa stagione, naturalmente, perché coi tepori della primavera o i bollori dell’estate credo sia meglio un tavolino sotto un pergolato di glicine e magari una birretta fresca (mai gelata, per carità) a rinfrancar lo spirito.

Allora, mi son già perso, mi sa. Ah, no. Dicevo, argomenti futili. È da tempo immemorabile che non vesto i panni di Catone il Censore per fustigare un pochino il mondo sempre più appiattito e privo di guizzi della pubblicità. Commentare il piattume è molto complicato, in effetti. E, pur spremendomi, consapevole delle lacune che la memoria sta accumulando quotidianamente causa decorrere del tempo e deposito del calcare sui circuiti neuronici, fatico davvero a trovare qualcosa che si stacchi dal grigiore generalizzato. Chi lo sa, sarà perché la creatività si è addormentata sugli allori di antichi successi? Perché le tecnologie di comunicazione hanno soffocato i voli di fantasia dei copy e degli art? O forse perché è proprio la vita di tutti i giorni che ci ha abituati a un tran tran senza picchi di genialità e senza il piacere dell’originalità?

Oddio, originalità a volte se ne trova, intendiamoci. In senso negativo, purtroppo, ma si trova. E mi vengono in mente un paio di esempi, così, d’amblé, che ogni volta suscitano in me un riflesso condizionato: sbuffo di insofferenza e commento da vecchio rimbecillito, ma proprio non riesco a trattenermi.

Non so se metterlo in testa alle classifiche, ma lo spot della Conad, quello, lo strangolerei con le mie mani (si può strangolare uno spot?). Ma vi rendete conto? Saranno le tre, le quattro del mattino, in casa Pincopallino marito e moglie dormono beati nel lettone, magari fuori c’è anche un tempo che fa schifo. E il genio di turno cosa fa? Si rivolge alla moglie (che ancora mi chiedo perché non abbia chiesto il divorzio e l’affidamento della prole) e le dice che c’è un problema. Questa cosa volete che gli dica? È già tanto che gli risponda «Tra noi?» e non gli chieda se sia scoppiato un incendio, si sia allagata la casa o abbiano dato il World Music Awards ai Pooh. Io non sono moglie e per di più non sono la moglie di quel disturbato psichico, ma al suo posto giuro che gli sfascerei la lampada del comodino tra i denti e poi gli direi: «Vero, ecco, adesso sì che hai ragione. Adesso sì che c’è un problema, anzi, TU ce l’hai, il problema, deficiente». Invece si sente rispondere: «Tra la gente». Capito? A quell’ora di notte c’è un problema tra la gente, santissima miseria! Allora lei lo manderà dove è buono e giusto che lo si mandi, immaginiamo… Lei no, figurarsi, lei ascolta, beve il nettare della saggezza dalle labbra del suo eroe che si alza, esce a va a controllare la freschezza. LA FRESCHEZZA!!!!! Ma razza di idiota, dove diavolo vai? Va alla sua Conad, povero martire. Entra, accende tutte le luci, gira tra i banconi e gli scaffali… Nel frattempo, Conad illuminata a giorno e mai che arrivi una pattuglia della volante e se lo porti in centrale per capire se ci fa o se c’è. Mai.

E mi chiedo: «Ma squinternato cerebrale, adesso cosa fai? A parte il fatto che hai lasciato in giro da ieri sera frutta, verdura e, Dio ce ne scampi, la carne e il pesce, senza considerare che fuori dal frigo non resistono molto a lungo. A parte che sui banconi la frutta e la verdura sono perfettamente impilate e ordinate il che vuol dire una delle due cose: a) che le hai sistemate poche ore prima, alla chiusura, e allora sei scemo vero. Cosa fai? Controlli la freschezza ogni sei ore, per sicurezza? Oppure, b) tutta quella roba lì è rimasta dal giorno prima perché non l’hanno comprata. E la cosa mi insospettisce. Non farò la spesa alla Conad, anche perché la faccenda del frigorifero è una cosa seria. Altra considerazione, dato per accertato che non sei normale. Cosa pensi di fare adesso? Giri tra gli scaffali e controlli tutto, ripeto TUTTO, per vedere la data di scadenza? Hai visto mai che un pacchetto di pastina o di fagioli bianchi di Spagna siano scaduti ieri pomeriggio?

Sul decerebrato mi fermo qui, chiedendomi ancora: «Ma se quando torni a casa trovi tua moglie in dolce compagnia, detto tra noi, te la sentiresti di cascare dalle nuvole e biasimarla?» E, cosa più seria ma non troppo: ma chi l’avrà pagato quello che ha pensato e prodotto questo spot? Ci sarà pure un responsabile marketing che possa, appunto, essere ritenuto responsabile. O no? E il responsabile responsabile è a sua volta pagato? E da chi? Preoccupante.

Altro bersaglio, recidivo, la Vodafone. La foca. Brutta come una brutta foca. Antipatica come un cactus negli slip e poi… La voce della Littizzetto. Un tocco in più, la chicca finale, la ciliegina sulla torta. Ok, sono prevenuto? Ammetto. Ne ho anche già parlato? Non lo escludo. Sono snob, o sovversivo, o ignorante, o di vedute ristrette e retrograde? Può darsi, tutto può darsi. Ma a me la Littizzetto sta sulle palle in un modo che nemmeno potete immaginarvelo. Giusto per dare una misura… Forse più dei Pooh.

Non sopporto lei, il tono della voce, la necessità incontrollabile di parlare, per strappare anche solo un sorriso, per il 98% di argomento legato alla sfera sessuale o, ancora più elegantemente, ai bisogni fisiologici. Non reggo, come non riuscirei a reggerlo da parte di nessuno, la sua ricerca spasmodica per trovare la battuta, il graffio, la boutade pecoreccia, la sua necessità ormai cronica di rendere, a suo modo di vedere, comica, sarcastica, irridente ogni parola, ogni respiro, ogni frase sparata a vanvera. Una cosa mi chiedo: sarà così anche in famiglia, nella vita di tutti i giorni? Perché in tal caso avrebbe bisogno solo di uno bravo, magari dopo anni di cura guarisce. Se invece ci fa… beh, questo è il risultato.

Chiudo con un appello a TIM. Chiara, trionfatrice mi pare di X-Factor. Non la conosco, non l’ho seguita, non so niente di lei ma le voglio bene lo stesso, non ha colpe. Ma per pietà, fatele cantare anche l’opera omnia di Orietta Berti se volete. Ma recitare no. Per pietà, no. Grazie.

Ionnighitar

Questione di gusti

Libri 1  Non che l’argomento mi tolga il sonno, ma a volte, in modo particolare quando si parla di letture o di cinema (non sono un cinefilo o, tutt’al più, lo sono in forma pantofolara, casalinga) mi capita di sentirmi un po’ un marziano. Alieno? Piantagrane? Polemico? Hai voglia… Insomma, mi è capitato una vagonata di volte di leggere qualcosa, dietro calda raccomandazione di amici/che lettori/trici o di abboccare all’amo del successo del momento e di provare un misto di delusione, rabbia e senso di ribellione che, se pur non rasenta la mia passione ormai conclamata per i Pooh, ci va vicino. Stessa cosa per i film. Per la miseria quanti ne ho visti che mi sono sembrati delle ciofeche orrende e magari erano in vetta alle classifiche del botteghino o passavano per il vero, solo, unico e nuovo capolavoro della cinematografia mondiale.

In base a queste premesse, che vanno integrate con la considerazione che abbandonare una lettura per me è peggio che farmi togliere un dente del giudizio, anche se qualche volta mi è successo (sia di abbandonare la lettura che di togliere il dente), capita che se una lettura o una visione mi risultano ostiche io mi cominci a interrogare sulla mia “normalità”. Internet però, a differenza di quella che poteva essere la situazione di qualche lustro fa, ti dà la possibilità di tastare il polso dell’opinione corrente, dell’orientamento “comune”. Poi, naturalmente, arriva il momento di tirare delle conclusioni e decidere se vuoi proprio sentirti un povero deficiente che non capisce niente e che più in là di Pinocchio o del Cuore non deve avventurarsi o, come mi succede son impressionante regolarità, fregartene di quello che pensa il prossimo e goderti in santa pace la legittimità del tuo giudizio personalissimo.

Tu guarda che premessa da mente contorta sono andato a imbastire… Tutto per dire un paio di cose, una rimasta in sospeso dal precedente post, l’altra per commentare una lettura conclusa più o meno un’ora fa. Giudizi in tempo reale (o quasi). Senza alcuna pretesa, ovviamente, se non quella di dare un suggerimento per qualcosa che mi ha affascinato e per prendere un appunto a mio uso e consumo e per futura memoria su qualcosa che mi ha deluso. La scelta più difficile è se partire dalla cosa buona o da quella che lo è un po’ meno. Boh, vado a capo e vediamo.

Prima il suggerimento, ho deciso. “Notte fatale”, Nelson DeMille (sento già le schiere dei soloni che per metà ridono e per metà storcono il naso inorridite. La terza metà non so cosa faccia ma mi importa pochino, direi). Vado a spiegare. Un po’ per la memoria corta, un po’ perché di disastri si sente parlare ogni due per tre, non ricordavo che la sera del 17 luglio 1996 fosse esploso nei cieli sopra Long Island un Boeing partito da NY, diretto a Roma via Parigi. Caso archiviato da FBI e CIA (cosa c’entri la CIA, poi, lo sa il Signore) come incidente da attribuire a guasto tecnico, senza scendere nei particolari, se no DeMille non mi dà la provvigione. Fatto sta ed è che uno dei soliti personaggi ribelli e incuranti delle convenzioni, ex poliziotto in prepensionamento assoldato quale consulente dall’antiterrorismo dell’FBI, comincia a ficcare il naso dove qualcuno non vorrebbe e a dispetto di avvertimenti, punizioni e diffide. È evidente che tutta la vicenda sia romanzata che più romanzata non si può, ma mi sono andato a documentare in rete ed ho ascoltato le testimonianze che contraddicono la versione ufficiale, ho visto i filmati che i testimoni oculari contestano alla CIA, insomma, ho investigato!!! Per scoprire, anche, che nel giugno o luglio di quest’anno si è deciso di riaprire il caso per cercare di vederci più chiaro (e senza insabbiamenti). A parte il fascino del romanzo d’azione che a molti può fare ribrezzo, l’ho gustato come una trattazione avvincente di una storia vera e questo, già in parecchie occasioni, mi fa apprezzare anche libri non indimenticabili dal punto di vista letterario. Non parlo del finale, ovviamente. Un po’ scemo lo sono di certo, ma non fino a questo punto. Posso solo dire che, per la distrazione nel leggere altri particolari che avrebbero dovuto mettere in sospetto un lettore più “volpino” di me, ho letto le ultime due o tre pagine con la mascella cascante per la sorpresa (e un po’ diciamocelo, per la delusione di non veder vincere sempre e comunque i nostri eroi sul cavallo nero. Bianco non mi piace). Fuori dalla parentesi, se no sono troppe, DeMille ha scritto anche altri romanzi che ho trovato piacevoli.

E veniamo ad oggi. Carlo Lucarelli. Avevo letto tempo fa un giallo a quattro mani, due di Camilleri e due del suddetto. mi pare si chiamasse Acqua in bocca, o qualcosa del genere, e non mi era dispiaciuto. Di Lucarelli avevo letto una raccolta su misteri rimasti irrisolti e anche questo mi era parso interessante e, soprattutto, leggibile. Mi sono buttato quindi, nella mia ricerca di titoli e autori che funziona un po’ come il domino, a rovistare e incamerare tre o quattro altri lavori di C.L. negli ultimi tre giorni ho letto, appunto Almost Blue. Una volta letta l’ultima parola mi è venuto naturale fiondarmi in rete e cercare di capire. Vedere se fossi davvero una voce fuori dal coro, rozza, non sufficientemente dotata per cogliere quanto di meglio la letterartura può darci e buona giusto per leggere i romanzi Harmony, o come diavolo si chiamano.

Beh, più o meno siamo lì. Ho letto recensioni entusiaste, lodi sperticate, pareri illuminati ed illuminanti. Non sono riuscito ad esserne illuminato. Nemmeno di immenso. Non mi metterò certo a scriverla io, una recensione. A che pro? Molto più semplicemente mi limiterò a dire che, nella mia limitatezza e arretratezza, continuo ad apprezzare un tipo di narrazione che risulti scorrevole, chiara, immediata. Che mi faccia sentire partecipe, che mi accompagni e mi aiuti ad immedesimarmi, se non altro, nelle scene e nelle ambientazioni. Stavolta non ci sono riuscito proprio. Nemmeno leggendo di Bologna, che come ho già scritto fino alla nausea, mi affascina e mi piace. Che fare degli altri titoli di Lucarelli? Rischio? Elimino? Questi sì che son dilemmi!

Ionnighitar

Letti per di…letto

Scusate la polvere. Ho dovuto abbattere il muro di ragnatele e stalattiti che ostruiva la porta del blog. Non sembra, ma mesi di assenza fanno danni e non ho nemmeno mandato un’impresa di pulizie a preparare il terreno per un rientro in grande stile. Primo, perché non volevo buttare preziose risorse finanziarie dalla finestra, secondo, perché se devo dire che sono certo di riprendere a frequentare questa scrivania come nei primi tempi mi arrestano per mendacio palese e consapevole. Comunque. Dice «Blogger disperso tra le cinque del pomeriggio, le tre cime di Lavaredo, i quattro cantoni (scvizeri), i quattro più quattro di Nora Orlandi… insomma, disperso nelle nebbie e nel nulla». Mica vero. Non mi sono perso, ma non state a divulgare la notizia, che un po’ di mistero non fa mai male. Aggiunge quel tanto di fascino e di intrigante curiosità sul perché delle sparizioni che fa tanto “vip”. Avevo voglia di scribacchiare un po’, tutto qui. Ecco il perché della resurrezione improvvisa e imprevista. Ma parlare de che? Beh, stavolta potrei approfittare del fatto che mi sono buttato anima e corpo nella lettura, complice il mio a suo tempo citato “e-book reader”, o Kobo, per non fare pubblicità, e sproloquiare di quanto ho divorato in questi mesi premettendo, come è giusto fare, che tutti i gusti son gusti. Tiè.

Diciamo che ho confermato quella che sapevo essere una mia predilezione per i polizieschi, thriller, gialli, a volte noir, pur non disdegnando altri generi (mi sono riletto tre o quattro Piero Chiara di antica memoria, una sfilza di Andrea Vitali, qualche raccolta di scritti di Fruttero e Lucentini). In questa categoria, per i primi due soprattutto, quello che mi affascina sono le atmosfere tutte particolari che creano, uno maestro l’altro in un certo senso emulo, e che mi fanno sentire immerso in quella realtà affascinante, un po’ torbida a volte, piena di sfumature a metà tra il grottesco e il comico che caratterizza i loro racconti ambientati in riva al lago, anche se non si tratta del medesimo lago. Ma va bene lo stesso, dato che conosco bene l’uno e l’altro.

Ho letto anche un libro di Andrea G. Pinketts, maestro indiscusso di una specie di noir particolare, semidemenziale, ambientato a Milano (fa schifo, ma in fondo è sempre casa, dolce casa). A. Genio Pinketts (già, perché la G sta per Genio), ha dalla sua una cosa che mi strega: l’abilità indiscussa di giocare con le parole, i doppi sensi, i paradossi… Mi piace assai assai. Ma penso di dover ammettere che è un genere moooolto particolare, che forse non trova così facilmente seguito o ammiratori, facile com’è ad essere tacciato di pura e semplice astrazione umoristica fine a se stessa. Vabbè, tanto lo leggo io, mica lo impongo a qualcuno.

A pensarci adesso, mi tornano in mente a poco a poco i titoli che ho macinato e che, senza una buona scrematura, mi costringerebbero a scrivere per ore. E non sono più abituato, ho già le formiche ai polpastrelli e nodi e grovigli al filo logico del discorso. Perciò mi sa che si impone una specie di filtro. Che mi fa tralasciare, per ora, i romanzi ambientati nel medioevo, il mai abbastanza presente Camilleri, un piacevole giallo ambientato sulle piste di Champoluc, scritto da un autore alla sua opera prima ma comunque gradevolissimo o cose più impegnative e meno “frivole” come le profonde riflessioni sul domani di una grande, grandissima penna che in passato ho sempre ignorato: Oriana Fallaci.

Invece voglio mettere, nero su bianco, tre differenti impressioni su altrettanti filoni, o autori se si preferisce. Comincio da Ian Rankin, che già conoscevo, e che narra di un personaggio-chiave, l’ispettore John Rebus della polizia scozzese. Infallibile segugio, allergico alle convenzioni, scorbutico, con un piede nell’alcoolismo e uno nel tabagismo, uomo pieno di angosce, di dubbi, ossessioni, rimorsi e sensi di colpa tardivi per un comportamento che spesso potrebbe essere censurabile (ed è abbondantemente censurato). Ma anche una specie di super-eroe che con intuizioni geniali e con la determinazione di un mastino non si capisce bene se combatta con più ardore e successo il crimine o le regole dettate dai suoi superiori. Lo so che è una figura già vista, il ribelle che corre preferibilmente da solo, che copre gli amici anche a costo di imbrogliare le carte ma che, alla fine, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, più o meno lecito o convenzionale, riesce ad incastrare chi deve essere incastrato.

Un po’ come il commissario Soneri, altro nuovo eroe scoperto per caso, magistralmente tratteggiato e fatto vivere da Valerio Varesi, che non ha di scozzese nemmeno un plaid, ma che riesce a farti sentire immerso in un’atmosfera nebbiosa, un po’ malinconica e umida tra Parma e un pezzo di Valle Padana. Un’ottima lettura, avvincente, con un giusto mix di suspence, di profonda umanità e con la solita, immancabile, sfumatura di ribellione alle convenzioni.

A grandi linee, ma molto a grandi linee, si potrebbe dire lo stesso dei romanzi di Hanz Tuzzi (italiano a dispetto del nome, finto teutonico) ambientati principalmente a Milano intorno agli anni 80 e incentrati sulla figura del Vicequestore Norberto Melis. Beh, se vogliamo guardar bene,  forse la caratterizzazione di questi protagonisti è discretamente stereotipata. Quanto si allontana dai tratti di Salvo Montalbano? Gli ingredienti sono un po’ sempre quelli. E allora, come è inevitabile che sia, la differenza sta nel manico. Nel contorno, nella cornice. Nella scelta della forma adottata per stabilire un rapporto con il lettore. Ecco, non posso dire che mi siano dispiaciuti i libri di Tuzzi, ma non li metterei di sicuro in cima alle classifiche. Trovo che con troppa frequenza, su una base di narrazione scorrevole, spigliata, a tratti molto più cruda e forse realisticamente grezza nei dialoghi rispetto agli altri autori che ho citato, ci sia un indulgere all’autocompiacimento. Trovo abbastanza sgradevole, direi fastidioso, che Tuzzi non perda occasione per dare sfoggio di una cultura vastissima, enciclopedica, che spazia dalla storia, all’arte, alla letteratura, e non soltanto mettendo in bocca ai suoi personaggi citazioni che non sono obiettivamente all’ordine del giorno, ma anche e soprattutto indulgendo in modo palese al voler fare “letteratura” in modo un po’ gigionesco. Cosa che, non so se per ironia o per palese contraddizione, sembra voler criticare quando uno dei suoi personaggi riflette sulla possibilità di scrivere romanzi polizieschi. No, a pensarci bene, Tuzzi non rientra né rientrerà nella mia top ten.

Ecco, lo sapevo: volevo parlare anche d’altro. Non l’ho fatto. Ed ho già scritto esageratamente, as usual. Che fare? Chiaro. Rimandare. Lasciare un po’ di suspence. Dato, ovviamente, per scontato che prima o poi qualcuno ripassi ancora da queste pagine e ci butti un occhio (in senso metaforico).

Ionnighitar

Aridaje

Essendo passati un paio di giorni dagli ultimi brontolii di disapprovazione contro qualcosa o qualcuno, temevo si pensasse che ho deciso di appiattirmi su una posizione di tolleranza e di accettazione di usi, locuzioni, espressioni, assassinii della lingua italiana senza più impugnare la matita blu. Erore (co’ una ere sola).

Credo che questo post sarà più stupido del solito, ma che ci posso fare? E’ da quando questo blog ha visto la luce che mi sono imposto di sbattere giù qualsiasi cosa mi passasse per la testa. E ormai sono troppo attempato per cambiare rotta (lo so che si è sempre in tempo a cambiare, ma se lo ammettessi cadrebbe tutta la teoria alla base del lamento perpetuo).

Con chi ce l’ho? Per esempio con una decerebrata che non so chi sia né mi interessa saperlo, che aveva un piccolo ruolo, se non sbaglio, nel programma tibbù “The Voice”. Certamente non un ruolo di peso: credo dovesse fare da portavoce a eventuali commenti o messaggi raccolti in rete o via sms, piuttosto che stimolare il pubblico casalingo a darsi da fare nelle votazioni o nel far comunque sentire le proprie preferenze per uno dei gladiatori canori in lotta nell’arena.

Sta di fatto che, e vi garantisco che nel sentirla mi è cascata la mascella, nello spronare il pubblico a scaricare dalla rete i brani preferiti per dare un chiaro segno di gradimento si è involuta in una sequela di “downloadate”, “downlodati”, “downlodiamo”, downlodando” che, se non fosse che poi ci avrei rimesso io, avrei sparato nello schermo per farla tacere. Ma dico io, razza di minorata che non sei altro, ammettiamo anche che ti abbiano istruita in quel senso, se ti avessero detto si sparare una sequela di ruttini in diretta, l’avresti fatto senza batter ciglio? Voglio sperare di no. E allora… per lo meno datti una regolata. Un downlodare basta e avanza.

Allora, DICO, tu che con molte probabilità saresti predisposta a scivolare miseramente su un congiuntivo o un condizionale, come purtroppo succede tutti i giorni nei telegiornali o sulla carta stampata a professionisti del verbo in teoria più preparati di te, cosa diavolo vai a sparacchiare questi daunlodateli, che magari manco sai come si scrive davvero?

Come? Non è colpa sua ma del nuovo linguaggio che si afferma grazie al web? Alla rete? agli usi ormai entrati a far parte del lessico quotidiano? Può essere. Ma fa schifo lo stesso. Su questo ho finito, Vostro Onore.

Passando ad altro, trovo immensamente fastidiosi e totalmente sprezzanti dei lettori i quintali di acronimi e di termini “di nicchia” che si trovano e si raccolgono a piene mani sui quotidiani, nei libri (soprattutto i thriller americani), nelle pubblicità. I libri… ma possibile che uno debba documentarsi se nel testo legge che si parla di “sosco” invece di soggetto sconosciuto? E non sto a scrivere di altre sigle o, appunto, acronomi cretini, che a mio parere, non potendo avere la funzione di ridurre lo spreco di inchiostro o di alberi abbattuti per ricavarne carta da romanzi, altro scopo non possono avere se non quello di far sentire un vero addetto ai lavori l’autore e uno strafigo il lettore che passa da una sigla all’altra come si parlasse del nomignolo dei suoi figli. Già che ci penso, ecco un altro motivo per cui, tra le altre cose, mi piace leggere i casi di Montalbano. Magari ci metto dieci minuti a decifrare un’espressione sicula non ancora digerita, ma per lo meno so di trovarmi di fronte a una voce dialettale. E il dialetto è cultura, sempre. L’acronimo, mai.

Altra vittima degli strali, oggi, vittima ripresa dopo troppi silenzi, la pubblicità. In testa, di molte lunghezze, una novità martellante di cui per decenza taccio il committente: la Ford. Ora, io dico, se fai la pubblicità alle tue auto sulle reti RAI o su altre reti italiane, ho detto italiane, per spingere i magri ordinativi del mercato italiano, ripeto, italiano, anche ammesso che qualcuno dei possibili acquirenti sia un professore della Cambridge School di stanza a Milano, o uno studente fortunato che si è permesso un soggiorno in terra d’Albione per almeno tre mesi, spiegami che cavolo di necessità c’è di spiegare le funzioni, le caratteristiche, le meraviglie dei tuoi modelli in inglese stretto, ma stretto stretto. Dimmelo. Sei più figo della Volkswagen, che peraltro conclude dicendo “DAS AUTO” per non essere meno imbecille? A dirla tutta, se proprio devo sentirmi una pubblicità tutta in inglese, che mi faccia sentire intimo di William e Kate o di Carlo (Camilla no, perché fa schifo), se devo sentirmi innalzato nella scala sociale perché la mia prossima auto parlerà un inglese oxfordiano, che almeno sia una Aston Martin e non una Ford. Peraltro l’Aston Martin è stata recentemente rilevata da un gruppo italiano. Tiè.

Chiudo rivolgendo un pensiero di compatimento alla categoria tutta dei gestori telefonici. A turno anche loro sono preda di queste crisi di demenza collettiva e istituzionalizzata. Che spazia, dalla stupidità della storia, al linguaggio che per l’87,42% è acronimi o termini inglesi o inglesizzati, alla banalità e ripetitività delle situazioni. Davvero, in questo campo non saprei da dove partire e dove potrei arrivare. Continuando a non capire il senso, la natura, l’essenza ultima delle superofferte che si accaniscono a proporre, ingarbugliando di giorno in giorno la giungla degli strumenti che ti portano a non sapere cosa paghi, per quali servizi, sotto quali forme. Che facciano apposta? I.D.M.V. (Il dubbio mi viene). Dite che la colpa è delle agenzie di pubblicità che, senza alcun dubbio, si sono appiattite e involgarite riepetto ai tempi d’oro. E’ sacrosanto. Ma, dovesse sfuggire a qualcuno, il committente visiona le anteprime prima di dare l’ok definitivo. E forse anche prima di cacciare i soldini. Quindi, nessuna attenuante, Vostro Onore.

Ionnighitar

Signore e Signori…

Il primo monoscopio RAI, Torino, 1947

Mi capita sempre più spesso di non sapere cosa guardare in tibbù, la sera. Non sono un videodipendente ma nemmeno uno scatenato frequentatore di locali, discoteche, cinema, teatri o anche solo case di amici. Direi che frequento solo queste, per la verità, quando capita. Ragion per cui la sera, prima di passare alla fase lettura che generalmente riservo alla posizione semiorizzontale del lettone, prima c’è la fase tibbù. Già. Sempreché in tibbù ci sia qualcosa di decente da vedere. E considerato che, a dispetto della pletora di alternative che il digitale terrestre offre, credo di aver capito che la programmazione aggratis e in chiaro privilegia quasi sempre quella a pagamento (spingendo verso una scelta forzata e forzosa), mi ritrovo spesso a dover scegliere tra il nulla e il nulla. A volte scelgo il nulla. Ci sono sempre le parole crociate. A volte, come ieri sera, ricorro alla mia astuzia proverbiale bypassando il deserto dei palinsesti. Come? Ricorrendo a film o spettacoli scaric…. ehm…. masterizz….. ehm…. che ho raccolto su una serie piuttosto nutrita di DVD.

Ieri sera, e non era la prima volta, mi sono trovato in una situazione di quel tipo, con un’aggravante. il mio umore era talmente gioioso e disposto alla riflessione o al lasciarsi coinvolgere da trame complesse e impegnative che qualsiasi film proponibile è stato immediatamente scartato. la serie un po’ più leggare, che va da Mel Brooks ai demenziali di Leslie Nilsen o a una serie che ancora devo vedere di vecchie pellicole dei fratelli Marx è off-limits. Veto familiare. Potrò vederli solo quando sarò da solo, cioè praticamente mai. Sto addirittura dimenticando Frankenstein Junior che in casa mia gode di un particolare ostracismo. Non è capito. Non è apprezzato. Non è gradito. salvo poi strappare risate a chi lo boicotta, ma questa è un’altra faccenda.

Tornando a bomba, mi sono concentrato sulla scelta tra una discreta serie di one-man-show, teatro comico, trovata e raccolta con pazienza. Ci sono cinque o sei nomi in lizza, tutti comici che ho imparato ad apprezzare a Zelig quando trovavo Zelig piacevole e divertente. Oggi, tanto per non perdere l’abitudine a fare il criticone incontentabile, faccio fatica a vederlo, Zelig. Lo trovo pesantemente peggiorato come livello di comicità, condotto come sempre in modo magistrale da Bisio, ma non è abbastanza. La Cortellesi, che trovo peraltro sia una grande profesionista, ha due difetti imperdonabili. Primo, non coinvolge, è studiata, a volte così impostata da sembrare ingessata, professorale, profondamente consapevole delle sue capacità e magari anche un po’ di più. Insomma, sbaglierò, ma a me non dà per niente l’impressione di divertirsi. E questo è grave. La seconda cosa che mai le potrò perdonare è di aver sostituito Vanessa Incontrada, o Infostrada per gli amici. La freschezza, la spontaneità, a volte l’improvvisata imbranataggine fatta persona. Con la trascurabile aggiunta di una fisionomia (parlo di viso, malfidenti) che basta e avanza abbondantemente per farmela apprezzare.

Come al solito l’ho tirata in lungo. Stringo. La scelta è finita su uno dei quattro o cinque spettacoli che ho raccolto di Enrico Brignano. Che, insieme a Paolo Cevoli e Giuseppe Giacobazzi costituisce a mio parere la triade al top dei vari cast che hanno calcato negli anni le scene di Zelig. Brignano è fantastico. A parte che se cerco di assistere impassibile, impermeabile alle battute e volutamente critico, c’è da restare a bocca aperta se si pensa che regge senza fatica uno spettacolo di più di due ore con una verve e un ribollire di battute alternate a fitte fasi di recitazione da non credere. Oddio, senza fatica magari no, perché suda sempre peggio di un sollevatore di pesi bielorusso trapiantato ad allenarsi al centro del deserto libico. Ma resta straordinario.

ha la capacità di scivolare da un tema all’altro in modo elegante e senza sobbalzi, regge una sequela di giochi di parole, di doppi sensi che nemmeno una sola volta sono volgari, affascina il pubblico e lo incanta in mille modi. E’ irresistibile quando veste i panni di personaggi storici assumendone i probabili atteggiamenti e saltando dall’uno all’altro con la semplicità più disarmante. Ricordo un numero, proposto anche a Zelig anni fa, in cui percorreva l’Italia attraverso i dialetti, con una facilità e una fluidità nei passaggi davvero unici. E non parlo di dialetto lombardo piuttosto che veneto, piemontese, siciliano o romanesco. Coglie le sfumature tra città e città. Un bresciano e un mantovano, per esempio, possono arrivare a non capirsi tra loro, pur essendo lombardi. Sempreché riescano a farsi capire da qualcuno che viva oltre i dieci chilometri dalla loro zona di origine.

Dunque, grande Brignano, viva Brignano. L’altra domenica avevo scelto un Paolo Cevoli d’annata. Famoso per l’assessore Palmiro Cangini e per l’imprenditore Teddi Casadey, dell’omonimo maialificio, sa uscire dai due personaggi alla grande, reggendo uno spettacolo in beata solitudine e divertendo, incantando, tenendo sempre viva l’attenzione degli ascoltatori sul mare di patacche che racconta a ruota libera. Bravo Cevoli, Viva Cevoli.

In cantiere mi aspettano Giacobazzi e Raul Cremona, altro grandissimo… Per chi è abituato a vederli negli spazi e nei tempi ristretti di Zelig il mio consiglio è di vederli da soli. C’è solo da guadagnarci. E da divertirsi.

Ionnighitar

Maestri involontari

 

A scuola ho studiato l’inglese, alle medie e al liceo. A parte che già prima, una volta alla settimana, attraversavo la città con la mamma per andare da una sua amica d’infanzia che era abilitata ad insegnarlo e lo inculcava a me e a sua figlia. O almeno ci provava. Ero decisamente avvantaggiato anche dal fatto che quasi sempre studiavo con un sottofondo musicale costante, fatto prevaletemente di musica leggera anglosassone. Non dico che capissi tutto, sia perché tanto nessuno ci crederebbe, sia perché nemmeno ci provavo. Ma la pronuncia, l’atmosfera, l’impostazione della vulgata riusciva ad insinuarsi e a facilitare alla fin fine anche lo studio dell’inglese. Poi, una volta all’università, la musica (non quella di fondo) è cambiata, perchè mi sono trovato a studiare l’inglese commerciale, le frasi tecniche, un sacco di cose noiosissime e per niente appassionanti.

All’università però si presentava una complicazione: la seconda lingua. E lì la scelta era quasi obbligata, non solo perché un minimissimo di francese già lo padroneggiassi (viteltonné, parbleu, oui e poco più), ma perché le scelte di quel genere le fai sempre in base alla scelta dei tuoi amici. Quindi, se il mio amico Piero faceva francese (perché lo parlava da quando era nella culla), io non potevo che fare francese. Ma l’ho imparato (quel che ho imparato) studiandolo lì? All’ateneo? No, neanche per idea. L’ho imparato grazie all’amico Piero, ma mica per altro: perché mi ha introdotto al magnifico, affascinante, magnetico e stimolante mondo di Asterix (e Obelix).

Agli albori non esisteva l’edizione italiana che, non per fare lo snob, ma una volta pubblicata mi ha profondamente deluso. Quindi la scelta era obbligata: o leggi in francese o leggi in francese. Ho deciso di leggerlo in francese. Non che possa dire che da subito tutto mi sia stato chiaro. Ho chiesto, ho cercato di capire e, soprattutto, ho riletto. Ma tante e tante di quelle volte che, credo, ho portato rapidamente i numeri di Asterix in testa alla mia classifica personale dei riletti (un mio pallino, soprattutto in gioventù). Questo oltretutto mi permetteva, magari alla sesta o settima rilettura – e so che mi succederebbe anche oggi se mi ci mettessi – di scoprire un paricolare, una sfumatura, un dettaglio che fino ad allora mi era sfuggito, sia nel testo sia nei disegni (impareggiabili).

L’avvento dell’edizione italiana, come ho detto, non mi ha trovato entusiasta. Ormai per me i romani parlavano francese, tutti quanti parlavano francese. E leggere le battute dei legionari in romanesco, oltretutto a mio avviso raffazzonato e stiracchiato, rovinava il pathos. Per non dire dei nomi dei personaggi, ineguagliabili ed ineguagliati in francese, spesso molto deludenti se “romanizzati”. Se non ricordo male ci fu addirittura un numero, o due, disegnati così male da sembrare taroccati, made in China. O forse mi confondo e si tratta del primo o dei primissimi, quando ancora la vis grafica non aveva ancora raggiunto le vette poi diventate Olimpo.

Asterix per me ha sempre avuto una caratteristica molto particolare: mi ha mostrato spesso fisionomie di personaggi chiaramente caricaturali e volutamente esagerate, che però, prima o  poi, mi è capitato di ritrovare straordinariamente simili in persone incontrate nel mondo reale. Me ne vengono in mente due, in particolare, che appiccico a corredo di questo post: il capo corso Ocatarinetabelatchictchix, che pare il gemello di un vicino di casa in campagna (il vicino è sardo, da lì la probabile origine di tanta somiglianza) e un sordido individuo seminatore di discordia e zizzania, di nome Acidonitrix, poi riconosciuto nei tratti di un tipo allampanato, perennemente dotato di sigaretta di ordinanza, che mi è capitato di incrociare mille volte nei dintorni di casa, in quanto aveva come me un paio di figli che frequentavano la scuola media qui di fronte.

Adesso di certo la mia memoria ha qualche falla, quindi so che dimentico qualcuno, ma quello che intendevo sottolineare è che a volte una cosa frivola e apparentemente priva di valore dal punto di vista dell’arricchimento culturale può invece dimostrarsi fonte di conoscenza, di apprendimento, e, sì, voglio esagerare, proprio di cultura. Ho un grande debito di riconoscenza nei confronti di Asterix, al punto che, scritto questo post, mi sa che preparerò un ruolino di marcia per dare una rinfrescatina a tutti gli episodi che da parecchio non leggo. Mi viene però spontanea una domanda, che denuncia il mio scivolare a velocità incontrollata verso una mentalità da dinosauro: già oggi e, soprattutto, tra qualche anno o decennio, ci sarà qualcuno che per gioco, mettendosi a scrivere su un blog o su uno svidrubuzz (ipotetico discendente del blog in futuro) si fermerà a riflettere se qualche gioco spara-spara o qualche avventura vissuta sulla Playstation gli avrà lasciato anche solo un piccolo, insignificante ma indelebile arricchimento interiore? Ai posteri…

Ionnighitar

Wolfe, dove sei?

Mi reinvento critico televisivo, o meglio spettatore criticone, che è più vicino alla realtà. Per affrontare un altro rifacimento televisivo, profondamente diverso dalla serie di Montalbano in quanto a sé stante rispetto a qualsiasi altro precedente, ma con una cosa in comune con quello, a mio parere: la totale ed assoluta mancanza di pathos (e altro).

Ammetto, ci si fa sempre condizionare dai personaggi che si sono visti per primi, che per giunta hanno incontrato il nostro favore e la nostra approvazione. E’ difficilissimo scalzarli da quella specie di Olimpo personale in cui andiamo a collocarli convinti di aver trovato il meglio del meglio per i secoli a venire. Quindi, ammetto qualsiasi obiezione intesa a darmi del prevenuto. Però, santo cielo… Wolfe, sto parlando di Nero Wolfe. Che, oltretutto, a parte l’interpretazione della coppia Buazzelli-Ferrari di buona memoria, ha anche avuto altre versioni d’oltreoceano in cui almeno dal punto di vista dell’immagine calzava decisamente meglio con il personaggio creato da Rex Stout.

Ho letto parecchi gialli di Stout, altrimenti non azzarderei questo parere, e sulla base delle impressioni ricevute, oltreché naturalmente del condizionamento visivo e televisivo, ho sempre pensato che Tino Buazzelli fosse nato per interpretare Wolfe. E in parallelo credo che una scelta migliore di quella caduta su Paolo Ferrari per intrerpretare Archie Goodwin non si sarebbe potuta fare. Wolfe mastodontico, lento nel movimento ma tremendamente rapido e pungente quanto a intuito e intuizioni. Originale, quasi folle o maniacale sia nella sua passione per le orchidee, sia per la racccolta dei tappi di birra a testimonianza delle quantità ingollate in una settimana. Adoratore della buona tavola, arguto, austero ma anche sottilmente ironico e sarcastico. Buazzelli: perfetto.

E Goodwin-Ferrari, scanzonato, apparentemente leggero ma straordinariamente efficiente, fondamentale per Wolfe anche se questo non lo avrebbe mai voluto riconoscere. Ferrari aveva una cosa che spiccava, oltre alla bravura, aveva classe. E la trasfondeva nel suo personaggio a metà tra la faccia da schiaffi e il perfetto e scrupoloso detective. Ancora una volta, nella vecchia versione il cast era di alto livello. Il cuoco, Fritz Brenner, interpretato da Mimmo Craig, gli aiutanti occasionali, Saul Panzer, Orrie Cather… e non ci si può dimenticare né l’ispettore Cramer (non era parente di Gorni) né il sergente Purley Stebbins. Ambientazione perfetta, anche se al novanta per cento le riprese erano nello studio di Wolfe, che avrebbe benissimo potuto trovarsi a Zelo Surrigone o Bonate Sotto. Invece era a New York, e la cosa si percepiva comunque.

E adesso? beh, adesso, questa sera, il secondo episodio rimaneggiato e oserei dire violentato (almeno, il primo lo era). Ambientato a Roma… grandioso, con Wolfe in esilio per consentire una scenografia più casalinga (mamma Rai non si smentisce mai, il che fa anche rima). Per fare un esempio pratico, la vedo come se si rifacesse una serie dei Cesaroni ambientata a Bellinzona o a Dusseldorf… sarebbe certamente una scelta azzeccata. I personaggi? Wolfe è Francesco Pannofino. Che dire? Buona volontà, si vede. Un grande doppiatore, si sente. Non lo stroncherei, ma… mi spiace, non è Wolfe. Al suo fianco c’è Goodwin. Oggi è Pietro Sermonti. Se il primo non è Wolfe, quest’ultimo non è e basta. Non posso commentare. Non gli trovo niente, ma niente significa niente, che possa far pensare a Goodwin. La classe? Per carità. La verve? Stendiamo un velo pietoso. Il fascino? Non pervenuto. Quanto alla recitazione… Ecco, questa è in linea con la classe, la verve e il fascino direi.

Degli altri c’è davvero poco da dire. Poliziotti e contorni vari sono da disperazione. Le comparse inesistenti. Forse, dopo un primo choc dovuto alle origini partenopee, salverei il cuoco, che non ricordo come si chiami né so chi ne sia l’interprete. Ma se non altro ha un che di professionale, anche se non ho capito se come cuoco o come attore. Credo si intuisca che il primo impatto per me è stato profondamente deludente. Ci sarà un riscatto questa sera? Tutto è possibile, ma per come la vedo io la sola possibilità che un riscatto ci sia dipende dal fatto che qualcuno rapisca qualcun altro e ne chieda soldini in cambio. Altre possibilità, sinceramente, non ne vedo. Ecco, quello che c’è di buono è che Wolfe potrebbe darmi un nuovo spunto per sproloquiare a ruota libera.

Ionnighitar