Lo scherzo…da (al) prete

Ho già accennato a questo argomento, ma l’ho lasciato in sospeso e ci ho perso le notti immaginando che le turbe dei miei lettori si stessero strappando i capelli nell’attesa spasmodica di leggere la vera sostanza dell’anticipato… scherzo al prete. Siccome ho già abbastanza motivo per dormire male e poco, vedo di togliermi questo cruccio se non altro per essere più tranquillo.

Correva l’anno. Quale non me lo ricordo, ma correva. Come tutti gli anni. Quelli che invece di correre sembra non passino mai sono gli anni di… insomma quelli non particolarmente fortunati. Un esempio? Va bene che parlo per me, ma mettendo insieme un po’ di impressioni, dati di fatto, accadimenti, avvenimenti più o meno felici (il piatto dalla parte dei non felici pesa maledettamente di più), direi che questo, il 2012, anno bisesto e anno funesto, si possa classificare con una certa sicurezza tra i suddetti anni di m… (che non è anni di Maria, o di misericordia, o di millantato credito).

Insomma, correva l’anno. Estate, o meglio verso la fine dell’estate, quando il soggiorno nel triangolo V./S./C. (tre ridenti perle della Valceresio) in fondo era più piacevole. Salvo che non fosse reso impraticabile per pioggia (cioè praticamente sempre), il settembre era il mese con la più massiccia presenza di villeggianti (noi) e con le compagnie che si gonfiavano e si arricchivano, a volte anche con la presenza di amici di amici, o amiche di amiche (che sarebbe stato molto meglio). Anzi, a dirla tutta, qualche volta c’è anche stata qualche amica di amica che valeva la pena passasse qualche giorno tra noi portando freschezza, beltade e fascino. peccato che noi maschietti fossimo stati reclutati in un istituto speciale per imbranati cronici, per non dire di peggio (deficienti).

Vabbè. Sta di fatto che il settembre, e credo fosse settembre, era anche ispiratore di idee un po’ più frizzanti di quelle che durante l’estate canonica ci portavano a fare giri in moto (brevi), a pescare in un laghetto di sette metri quadri, a passare i pomeriggi a sentire i dischi o sfumacchiare (parlo di sigarette al tabacco 100%, non so manco cosa significhi spinello). O meglio, lo so ma anche se qualcuno non ci crede sono pronto a giurare che non mi è mai nemmeno passato per la testa di provare. Anche perché i casi sono due: o sono scemo io e non mi accorgevo di certe opportunità, oppure le opportunità non esistevano proprio (propendo per la seconda).

Vengo al punto. Decidiamo di movimentare un po’ la popolazione. Ideiamo e prepariamo in bozza un volantino che promuove un pomeriggio di grande musica più o meno popolare in pizzo al colle Sant’Elia. E nel cast inseriamo nomi credibilissimi, del calibro dei Mesoni Pigreco o il coro dell’A.G.I.F. di Cuneo (chi ci arriva, bene, chi non coglie forse è meglio non abbia colto). Insomma, anche se non ricordo gli altri complessi gruppi e bande sbandierate, una cosa la posso dare per certa: solo un decerebrato totale poteva credere alla panzana. Il popolo di V. ed uniti, compresi quelli dei paesi limitrofi e anche un po’ meno limitrofi ci ha creduto in massa. Al punto che…

La domenica, ore quattordicizerozero una turba di pellegrini assaltava le pendici del Sant’Elia da ogni versante. Chi si era mosso per tempo era riuscito ad arrivare fin quasi in cima in auto o in moto. Ma molti avevano dovuto salire a piedi. Per esempio quei pazzi furiosi che salivano da B. o addirittura dalle sponde del lago. Il Ceresio, per gli esterofili il Lago di Lugano. Insomma, un assalto senza controllo e senza regole e un’invasione dei prati in cima al colle da non credere. Woodstock? Roba da poppanti.

Per alimentare il senso di attesa e l’aspettativa dell’evento, uno della compagnia, Antonio, con una faccia di bronzo che solo lui poteva avere, faceva la spola su e giù annunciando che sapeva di un guasto al pullmino, di una gomma forata, di un ritardo che però era destinato a finire, portando musica e gioia alle popolazioni convenute. Arrivano, arrivano, li hanno visti a pochi chilometri… I suddetti convenuti, verso le diciottozerozero, hanno capito di essere stati presi bellamente per i fondelli.

Chi non l’ha presa bene per niente è stato il sciur prevost (il parroco), in qualità di proprietario, lui o la curia, dei terreni calpestati e devastati dai barbari musicofili e gozzoviglianti. Ma l’ha presa male al punto che è andato dritto filato dai Carabbineri a denunciare ignoti. Ignoti…. Capirai, fossimo stati a Los Angeles o a New York. Ma ignoti a V….., eddai…

Si aggiunga che avevamo agito per certi versi in maniera davvero molto astuta. Fatti stampare i volantini in una tipografia di Varese, a nessuno era passato per la testa di tagliare la scritta “stampato da…”. Una fesseria. In più, già che c’eravamo, chi si era incaricato di andare a ordinare e ritirare i volantini insieme ad Antonio era l’amico Pino, gran testone rapato a zero (allora era una rarità), in sella ad una moto che per quei tempi era di grossa cilindrata, rossa fiammante, con due marmitte che quando la metteva in moto a Varese lo sentivano fino a Pomigliano d’Arco. Irriconoscibile, in effetti.

Ora, ingiustamente a volte si dice che i Carabbineri non sono sveltissimi nel dipanare vicende intricate. In quel caso mancava solo che il nostro emissario lasciasse la propria carta d’identità sul luogo del misfatto.

Tempo tre giorni i militi avevano già pizzicato Pino e il suo bolide rombante, il passeggero Antonio e… probabilmente li hanno torchiati al punto che sono crollati ed hanno vuotato il sacco. I Carabbineri sono arrivati anche a casa nostra, a C. Mi chiedo ancora oggi il perché cercassero la mia cugina Giulia e non me. Qualcuno aveva ceduto ma non mi aveva tradito. E così non aveva scoperto altri della masnada. Confesso che allora la cosa mi ha fatto molto ma molto piacere. però, a posteriori, cavolo, vuoi mettere essere considerato una delle menti del fatto criminoso? Ho perso un’occasione per guadagnarmi una fama da “duro”.

Alla fine, comunque, il tutto si è risolto con una solenne lavata di testa (anche a Pino che non ne aveva bisogno, vista la pelata), ma che è servita per toglierci in via definitiva il desiderio e il piacere di organizzare scemenze. O forse… forse un po’ per volta siamo cresciuti e abbiamo cominciato a pensare a cose meno goliardiche e più… più… Insomma, ad un certo punto le compagnie credo si stemperino per cause naturali. Lasciando il posto alle coppie. Che dopo un po’ si ritrovano a rimettere in piedi compagnie. Ci sarà una logica in tutto questo?

Ionnighitar

Palloni gonfiati

Bisogna ad un certo punto capire quando un bel gioco è durato e sufficienza. E qui mi pare il caso. Quindi potrei dire con una buona dose di certezza che questo sarà l’ultimo della ennelogia (è un neologismo, se trilogia sono tre pezzi, la ennelogia è fatta da un numero enne, perché non ricordo quanto abbia scritto sul paradiso della valceresio, ma di sicuro è sufficiente).

Però ho anticipato che avrei raccontato di un paio di scherzi giocati alla popolazione da noi scapestrati piccoli delinquentelli in erba e non posso tirarmi indietro proprio adesso.

Facciamo il quadro storico, prima. L’età, grosso modo, era quella in cui alcuni avevano il motorino e altri no, bici, gambette e poca voglia di pedalare. Io appartenevo alla seconda categoria, ma dato che allora se non erro non c’era ancora il divieto di scarrozzare passeggeri sui motorini 50, trovavo regolarmente passaggi sul sellino posteriore. O per essere più precisi attaccato al posteriore del manovratore, appollaiato su una striscia di sellino che poteva essere larga dai 10 ai 12 centimetri. Nonostante questo mi sono mantenuto sempre strettamente e rigidamente eterosessuale. Non so se perché io sia ostinatamente legato alle tradizioni o se perché il guidatore non rientrava nei canoni della bellezza che io ritengo necessari per distrarmi.

Fatto sta ed è che spesso eravamo a spasso su e giù per la Valceresio, la Valganna, la Valcuvia e roba simile, a far niente, a girare in lungo e in largo, qualche volta a mangiare un panino e bere una birretta, altre solo a far prendere aria alle gengive, dato che pur motorinando a destra e a manca, non rinunciavamo a tenere la bocca chiusa pur di sparare scemenze a raffica.

Un bel giorno, com’è, come non è, forse la noia forse il desiderio di provare qualcosa di più stimolante e proibito a qualcuno viene l’idea della grande trasgressione. Ora, giusto per chiarire, a parte che tuttora non so se a quei tempi si usassero spinelli o altre vaccate simili, sta di fatto che per noi la trasgressione aveva ben altro significato: prendiamo un po’ per i fondelli gli abitanti e magari qualche villeggiante di V… Non nomino il paese, ma è diventato famoso per i suoi pompieri, soprattutto grazie a Renato Rascel.

Obiettivo quindi, trovare un’idea originale. La migliore è parsa quella di costruire un disco volante da librare in alto nel cielo attaccandolo con il filo da pesca a una sedia da giardino abbastanza pesante, ma per far questo occorrevano un paio di particolari… Palloncini da gonfiare, gas elio che li facesse volare in alto, vernice fluorescente che li rendesse visibili anche al buio. Quest’ultimo tocco venne subito abbandonato, dopo aver constatato che la vernice regolarmente faceva scoppiare i palloni gonfiati (vernicerei un sacco di persone al Quirinale, ma questa è un’altra faccenda) e impediva, se data ai palloni prima di gonfiarli, la loro espansione. Quindi, niente vernice. Però la faccenda dell’elio era anche lei abbastanza complicata. Mica puoi andare dal salumiere e chiedere sette etti di elio tagliato fine, no? La soluzione era relativamente semplice. Gonfiare i palloni nel cortile dell’idraulico compiacente, che aveva a disposizione un bombolone grosso così per i lavori di saldatura (ma a pensarci bene, sarà poi stato elio?… Boh, poco importa, mi sa che fosse ossigeno o idrogeno, va’ a sapere) e poi trasportarli a grappoli di sei o sette nel giardino di M., dove li avremmo legati per benino tutti insieme. Particolare non indifferente è che per fare il tragitto in motorino con me seduto dietro che tenevo i grappoli di palloncini si attraversava tutto il paese. E la marmitta era di quelle che spernacchiano. Quindi chi non ci ha visti né sentiti, o era sordo come una campana o… vabbè.

Avremo fatto non meno di venti viaggi avanti e indietro. Poi, verso sera, con qualche cadavere di pallone che non aveva retto all’attesa o al viaggio ai nostri piedi, abbiamo formato un grande, grandissimo grappolo colorato e abbiamo lasciato che si librasse in cielo.

Ma santa miseria, un deficiente che avesse guardato in alto avrebbe visto che si trattava di palloni colorati. Invece, la mattina dopo, a firma del grande cronista locale Tullio B. R., la Prealpina titolava: “Disco volante fermo sopra il paese di V.”. Salvo poi ricorrere il giorno dopo a una timida smentita, che oltretutto voleva far intendere che era stato chiaro da subito che si trattava dello scherzo di qualche bontempone e che il Tullio aveva voluto dar loro soddisfazione perché era un burlone pure lui. Sinceramente, a distanza di quasi mezzo secolo, ancora non capisco come possano essersela bevuta, ma vi garantisco che se la sono bevuta. E la storia della smentita è stata una balla grossa quasi quanto il grappolo dei palloni.

Ehm… qui giunto, tanto per cambiare, mi accorgo che la mia logorrea/grafomania ha colpito ancora una volta. Ci sarebbe un altro scherzaccio di qualche anno dopo, però. Che fare? Qui non posso continuare perché stancherei anche Giobbe. Devo recedere dal proposito di chiudere l’argomento V. ed uniti? O vi lascio con il dubbio di cosa possiamo esserci inventati una volta diventati maggiorenni o quasi?

Ci penserò… Magari mi metto a scrivere d’altro per un po’ e poi, zac. Quando meno ve lo aspettate vi snocciolo i misteri del pomeriggio musicale in pizzo al colle Sant’E.

Un particolare lo posso anticipare… C’è stata una vera e propria invasione sui terreni di proprietà della parrocchia ed il sciur prevost se l’è presa, ma se l’è presa… Insomma, sono stati tirati dentro anche i Carabinieri. Però, a guardar bene, potrei titolare, a tempo debito, “Uno scherzo a prete”, giusto per non perdere l’abitudine coi giochi di parole.

Ionnighitar

Compagnie estive

Dov’ero rimasto? Già, alle stalle, senza le stelle, al fienile, al mestolo gelato immerso nel secchio con l’acqua del pozzo. Come ha scritto Ema in un commento, in effetti posso dire di avere avuto una bella fortuna a vivere quelle esperienze. Per carità, magari sono state molto più terra terra di un corso completo di Judo, di uno stage di tennis o di un corso di vela. Molto meno tecnologiche di una sfida con il Game Boy o con le altre porcherie venute dopo. Ma io sono convinto che siano servite. Per sviluppare la fantasia, per costruire un castello di ricordi fatto di pezzetti di vita che ormai, salvo rari e ricercatissimi casi, non esiste più.

No globalization, no multimediality, no technology. Ma siamo sicuri che questi aspetti che pian piano hanno spazzato via il vecchio siano stati un miglioramento? Io credo che buona parte della mia fantasia, della mia capacità e voglia di sognare, di ricordare, di scrivere e, perché no, di fantasticare, siano anche figlie di queste esperienze agresti che ho avuto la fortuna di vivere così da vicino. Anche se, come era logico a meno che non intraprendessi la carriera dello zappatore, erano destinate a lasciare il posto ad altro. E anche se, vissute anche da altri più o meno nella stessa misura, non hanno inciso così profondamente nella voglia e nel piacere di tenerle vive almeno nella memoria. D’altra parte, mica siamo tutti uguali,no?

Pian piano i giochi e le scorribande con l’Ambroeus hanno lasciato il posto alla formazione e alla intensa frequentazione di una compagnia estiva composta da maschietti (due in croce) e femminucce (quattro o cinque, e agguerrite). Mi riferisco sempre,parlando di queste vicende, a questi luoghi che mi hanno visto nascere, crescere, correre (come i pannolini), che mi hanno visto bambino, ragazzino, teenager, e che poi mi hanno addirittura segnato la vita facendomi trovare la seconda metà di me che ancora dovevo incontrare ma che presto avrebbe cominciato a camminare al mio fianco fino ad oggi. Oddio, adesso come adesso io non sto camminando ma scrivendo appoggiato al tavolo sotto i tigli e lei sta rosolandosi al sole, ma il concetto è quello.

Qui c’era tutta una gerarchia di compagnie, rigidamente delimitate dai dati anagrafici, e non c’erano commistioni o fusioni tra le diverse fasce a meno che, pian piano, una compagnia non si assottigliasse al punto di doversi aggregare ad un altra per non doversi chiamare coppia, più che compagnia. Non che non ci fossero le coppie nelle compagnie, ma quando c’erano era per scelta, non per sfinimento. Per fare un esempio, “prima” della mia compagnia c’era quella dei “grandi” che comprendeva i miei fratelli e una buona parte della mia cuginanza di sesso femminile (devo dire che la mia famiglia qui ha dato un apporto consistente a questi gruppi, avendo sfornato a raffica maschietti e soprattutto femminucce nell’immediato dopoguerra). Va da sé che io da quelli non ero minimamente considerato se non con molta condiscendenza, sopportazione e una certa aria paternalistica. Ma c’era troppa differenza di età perché la cosa potesse turbarmi. Quindi mi lasciava del tutto indifferente.

A metà strada, diciamo, c’era una compagnia che mi è sempre parsa un po’ strana, incompleta, non particolarmente coesa. Certamente più distaccata e supponente di quella dei “grandi”, proprio perché con questo atteggiamento di distacco e superiorità si illudeva di essere, appunto, superiore. Balle. Ne faceva parte, cara la mia lettrice numero uno, qualcuno che conosci bene, un mio cugino, fratello della cugina Giulia, poi confluito per i motivi che elencavo sopra in quella che era la mia compagnia. Mia si fa per dire, ovviamente. E con lui purtroppo una buona schiera di ragazzi e ragazze che non trovo avessero il dono della simpatia. Ma in questo lui, di certo, non sarà d’accordo, se no non li avrebbe frequentati.

Quella che ho chiamato la “mia” compagnia, all’inizio era molto numerosa: eravamo in sei, il nucleo storico. La cugina Giulia, le sorelle P., Vittoria, maggiore di un annetto o due, e la già citata Maghina. Sorelle dotate di tennis, di portico con ping pong e, soprattutto, di mangiadischi. Non sto a spiegare cosa fosse perché cadrei in una lezione di archeologia che preferisco risparmiarvi. Posso però dire che tanto Maghina era caghina, altrettanto la sorella maggiore era…. diciamo che risultava meno avvenente. Ma, si vocifera, intraprendente. Non con me che, perspicace com’ero, mai mi sarei comunque accorto di sue eventuali avances, ma con altri, a quanto pare, sì. Poi, restando nel campo delle fanciulle, c’era la cavallona A.M.G., perenne bersaglio e obiettivo di mie prese in giro o di miei scherzi innocenti (probabilmente ero un ragazzino odioso. Mi chiedo se maturando sia migliorato almeno un pochino). Il solo maschietto che mi sosteneva nella lotta impari con le quattro valchirie era il mio amico M., che è tuttora più che un fratello per me. Con lui credo di avere condiviso tutto o quasi (lo dico senza malizia e con uno spirito che oggi potrebbe voler sottintendere ben altro). Non ho mai condiviso fidanzate (per forza, con tutte quelle che ho avuto io sarebbe stato fresco, poveretto), spessissimo non ho condiviso gusti culinari, musicali a anche femminili (ho detto SPESSO, che non significa MAI), ho condiviso viaggi, vacanze, insomma una valanga di cose. Tutte più che lecite e da personcine ammodino quali siamo sempre stati.

Con l’andare degli anni, senza farla troppo lunga, gli innesti hanno portato un po’ di tutto nella nostra compagnia. Gente che se non fosse passata sarebbe stato meglio, altra che rimpiango di non avere più visto né frequentato; e ancora, il cugino F. di cui dicevo prima. Poi, in blocco o quasi, la compagnia dei villeggianti del paese vicino, mai considerati né conosciuti in precedenza, e così via.

Quest’ultima fusione/incorporazione ha avuto non poca importanza dal punto di vista della formazione di future famiglie, soprattutto quando ha finito con l’allargare la cerchia degli eletti anche a chi, stando all’anagrafe, avrebbe dovuto starsene tranquilla con i più piccoli (ecco che mi pongo nella condizione del presunto “grande” che snobba i minori). E poi, ironia della sorte, causa matrimonio mi sono trovato proprio io ad emigrare nel “paese vicino”.

Insomma, tra una storia e l’altra, tra uno scherzo e un far sul serio si è perfino arrivati a situazioni paradossali per cui due cugini si sono trovati, coi tempi e i modi richiesti dalle fasi del corteggiamento, ad essere in contemporanea cugini e cognati. Non sto a scendere in particolari. Ma guarda caso, faccio parte in prima persona di questa situazione un po’ astrusa.

Ecco, credo manchi ancora solo qualche ritocchino alla saga dei tre paesotti della valceresio. Forse dovrei parlare di motorini, moto, biciclette e poi auto. E, certamente, del paio di magnifici scherzi che abbiamo abilmente giocato alla popolazione ignara, complice la ottusa dabbenaggine di parte della popolazione e del cronista del luogo. Ma questo richiede una trattazione a parte.

Da sotto i tigli per ora è tutto.

Ionnighitar

Ricordi agresti 2

Verso le cinque, le diciassette-zero-zero se siete abituati al linguaggio dei gruppi d’assalto, andavamo in stalla a prendere la nostra porzione di latte con il bidoncino di alluminio. Roba da perdere la testa. Chissà i litri di latte non pastorizzato, non filtrato, non vitaminizzato ma semplicemente tirato fuori dal serbatoio della mucca, mi sono sciroppato in vita mia. E, roba da non credere, senza prendere il colera, l’enterobacyllum colii, senza restare vittima di allergie debilitanti e senza nemmeno venir colto da episodi fulminanti di dissenteria. In compenso mi bevevo un latte caldo di mucca completo di panna, schiumetta e magari qualche sottile filo di fieno, che era la fine del mondo. La temperatura era perfetta. Da panza a panza senza sbalzi termici… grandioso.

Adoravo stare in stalla. Ed ero titolato a farlo in quanto membro eletto della famiglia per riportare, appunto, il secchiellino pieno che ci spettava ogni giorno. In fondo, le mucche erano nostre, non del contadino. La cosa era più confusa in tema di galline, perché, va’ a sapere com’è, quando una si ammalava, finiva sgozzata dalla faina, attraversava la strada finendo sotto un Tir, o semplicemente non faceva uova, era nostra. Non credo fossero marchiate a fuoco né avessero particolari segni distintivi di riconoscimento… Si vede, semplicemente, che con le galline avevamo una scalogna bulgara. Quelle del contadino belle grasse, con la sindrome del pavone, sparavano 74 uova di struzzo al giorno (ognuna) eppure si mantenevano belle e fascinose fino al giorno del giudizio (a quello provvedeva lui, Angelo, il papà dell’Ambroeus, o la Maria, che in quanto donna di campagna e di lavoro, non si faceva impressionare da una truce esecuzione per strangolamento.

Non penserete che io non abbia mai provato a mungere, spero… Certo, provare è una cosa. Riuscire un’altra. Io non sono mai riuscito, però mi sedevo sullo sgabellino a una sola gamba e timidamente allungavo le mani su quegli imbarazzanti distributori che le mucche mostravano senza pudore. Probabile che la causa dei miei fallimenti sia amorosi sia caseari sia sempre stata la mia timidezza nei confronti del gentil sesso e dei suoi più attraenti ed evidenti attributi. Infatti, anche nei confronti di gentili signorine che mucche certamente non erano sono sempre stato un filino imbranato. Nel senso che se non mi mettevano per iscritto che avevo qualche possibilità di successo non mi fidavo di me stesso e rimediavo tardive e scottantissime sfottiture del tipo: “Complimenti per l’intraprendenza”. Amen. L’importante è che io abbia saputo lanciarmi la sola volta che ne valeva davvero la pena. E sono trentaquattro anni più cinque di rodaggio che mi complimento con me stesso per l’audacia dimostrata. E per l’oculatezza nella scelta.

Tornando a bomba, altra cosa che adoravo era andare per campi sul carro del trattore con l’Ambroeus, l’Angelo ed eventuali altre braccia dedite ai lavori agricoli. Si andava a tagliar l’erba (qualche volta dietro attenta tutela ho provato a maneggiare la falce ma ho imparato molti anni dopo), poi la si lasciava lì a seccare sperando non piovesse, poi si tornava a “far fieno”, quando ancora non esistevano le famose rotoballe che esteticamente adoro, e si tornava a casa appollaiati su una montagna di fieno che quasi traboccava dal carro, dandoci la possibilità di mostrare un’abilità non comune a non rotolare di sotto durante il tragitto. Per la verità il trattore Fiat 411R arancione non credo facesse più di dieci all’ora, e rallentava in curva. Ciò non toglie che fossimo dei ganzi tremendi e ci pavoneggiavamo come due cretini in cima al fieno quando in paese incrociavamo lo sguardo delle bambine (preciserei che ero minorenne, molto, e quindi non si tratta di pedofilia ma di semplice attrazione per le coetanee).

Aspetti simili li aveva anche la racccolta delle patate (i tuberi). La differenza è che stare appollaiati sopra un mucchio di patate è leggermente meno piacevole che posare le chiappe su una base di fieno morbido e profumato. A proposito di profumi… argomento sfiorato nel post precedente, esisteva anche l’operazione di concimatura dei campi… Ehm… Effettuata a mezzo bonza, come si definisce un grosso serbatoio trainato dal trattore e destinato alla raccolta di liquame organico (devo essere più preciso?), attraversavamo il paese lasciando una scia che faceva scappare le fanciulle e anche i maiali. Ecco, in quell’occasione non facevamo tanto gli splendidi. E non cavalcavamo la bonza, per la verità. Non ricordo come arrivassimo sul posto. Forse appollaiati dietro al seggiolino del trattore, e se ci penso bene e potessi tornare indietro nel tempo, credo che sceglierei di fare dell’altro invece che andare a respirare a pieni polmoni quell’olezzo di verbena che si diffondeva non appena l’Angelo dava la stura al tubo flessibile che irrorava il campo.

Mille post fa raccontavo della mia certezza di quanto i ricordi siano legati a sensazioni olfattive uditive o simili. L’Ambroeus mi ha insegnato una cosa che ricordo come fosse adesso: un sistema un po’ sui-generis per creare un succedaneo della gomma da masticare. L’ho sperimentato nel fienile, enorme stanzone sopra la stalla, ovviamente stipato di fieno e paglia, e con un certo non so che di proibito che mi è rimasto tuttora impresso senza che io sappia darmene una ragione. Aveva un’atmosfera mista di luogo da cospiratori ed alcova per incontri proibiti, in un tempo in cui già non sapevo cosa fossero gli incontri. Figuriamoci poi quelli proibiti.

Insomma, la sua teoria era che se ti schiaffavi in bocca una piccola manciata di chicchi di grano e cominciavi a masticare e masticare e masticare, poi ti saresti trovato davvero una specie di chewing-gum ecologico e a basso costo in grado di soddisfare i palati più fini.

Devo confessare che la sensazione del chewing-gum non l’ho mai raggiunta: forse dovevo insistere per qualche ora in più. Quanto al gusto… boh, non so definirlo, non è quello della crusca, non quello di altri cereali assaggiati in seguito, ma ha qualcosa di familiare. Non una roba da perderci la testa. Ma lo ricordo. Come fosse adesso. Quando i blog consentiranno di comunicare odori e sapori vi terrò al corrente.

Tanti ricordi, capperi. Forse troppi, almeno per voi che già di certo ne avete abbastanza. Ma mica posso esagerare, col rischio che poi vi mettiate a leggere il blog di Beppe Grillo o di Roberto D’Agostino. Però proseguirò, in puntate successive, ai periodi in cui l’Ambroeus ha seguitoaltre strade, la mia cugina Giulia ed io ci siamo affrancati dalla catena che ci teneva legati a casa e ci siamo spinti fino a V. (quella dei pompieri), prima in bici, poi in motorino, poi ancora automuniti, per frequentare fanciulli e fanciulle in fiore, ansiosi di affrontare i primi batticuore e le prime schermaglie amorose (si fa per dire, data l’effettiva composizione della compagnia, ma letterariamente trovo suonasse bene). Ammetto, tanto lo sanno tutti, io avevo un debole per Maghina, al secolo Marina con un difetto di pronuncia sulla erre, la biondina di due sorelle e anche decisamente la più carina, anche se ci voleva poco ad esserlo (caghina con la sua pronuncia). Ma… a conferma della mia intraprendenza sto ancora aspettando di manifestarle la mia ammirazione e credo che rinuncerò, ormai, sapendola nonna. L’importante, nella vita, sono i sogni. O per lo meno ne sono una parte importante. Lasciamo che viva ancora così, come un sogno. Comunque, imbranato finché volete, ma Maghina era effettivamente caghina. Ma aspettare mi ha ripagato, e di gran lunga.

Ionnighitar

Memorie agresti 1

Meraviglie della tecnica… Più o meno mezz’ora fa mi sono detto: ma per la miseria, sei in campagna, immerso nel verde (non in un bidone di vernice, ma tra gli alberi e il prato per la verità un po’ riarso e bruciato), perché non approfittarne e scrivere tra le frasche?

Quindi, armato di portatile non adattissimo alle mie dita da zappatore mi sono messo qui, nella natura invitante e rilassante, pronto a sciogliere gli ormeggi. E mi sono accorto che vedevo lo schermo più o meno come quello del cellulare in pieno sole, cioè meno di zero.

Ci sono tasti funzione come se piovesse concentrati in sei centimetri quadri, vuoi che non trovi il comando della luminosità? Ecco. Non l’ho trovato, mi sono rispostato in casa e in compenso ne ho sfiorato uno che ha bloccato il cursore (la freccetta) che manco con una chiave a tubo del 36 c’era modo di schiodarlo dal centro schermo. Mezz’ora, appunto, e poi come per magia ho schiacciato qualche altra schifezza che ha riportato tutto alla normalità. Come? E chi lo sa… Nel frattempo c’è stata una discussione perché pareva avessi reso inservibile questo aggeggio infernale che in teoria sarebbe dello studio di Ch. Ma che abbiamo in uso senza controllo né limitazione alcuna da almeno tre anni. Voglio dire, non è una ragione per scioglierlo nell’acido muriatico, ma nemmeno doverlo guardare come se contenesse il verbo del Verbo, o il predestinato al trono del regno d’Albione… eddai. Se devo continuare a considerarlo con tutta questa riverenza e timore di guastarlo, che torni da dove è venuto. Venga riposto in un cassetto o in un armadio dove nessuno, come negli ultimi cinque anni, saprà nemmeno che esista, e facciamola finita.

Per ora comunque, dopo averlo non solo riattivato, ma aver pure trovato il magico tasto della luminosità, lo uso alla faccia di. E scrivo, gli occhi sul micromonitor, lo spirito immerso nei profumi della campagna, accarezzato da brezza quasi serotina. Per fortuna da molti anni non usano più concimare (e cosa concimerebbero, le villette a schiera?), altrimenti temo che i profumi della campagna sarebbero quelli che ricordo nella notte dei tempi. Quando qui la campagna poteva fregiarsi a ragione del titolo di campagna.

Ho bei ricordi di allora. Allora, quando? Ma volete farvi i fatti vostri? Allora. Se proprio volete saperlo so che qualche lettore/trice del blog manco era nato ancora. Anzi, ci mancava ancora un bel po’. Vorrà dire che siccome siete ficcanaso vi racconto qualche flash. E ringraziate il cielo che non ho fatto né la guerra in Albania né la ritirata di Russia, sennò stareste freschi.

A suo tempo passavo un paio di mesi qui. Per essere preciso a un paio di chilometri da qui, perché la casa di famiglia era nel paese vicino e ho dovuto sposarmi per spostarmi di duemila metri in linea d’aria e una cinquantina in altitudine. Era una casona enorme, divisa in appartamenti in modo che non fossimo tutti costretti in una comune, ma il giardino e la casa della nonna erano terreno condiviso. C’erano il giardino “di lusso” diciamo, e la parte più rustica, con stalla, sei mucche, qualche volta un cavallo scalcinato, magari un maiale ogni tanto, destinato a una triste sorte, un bel po’ di conigli, galline… e ovviamente il contadino e la sua famiglia, compreso l’Ambroeus, che aveva uno o due anni più di me ed era il mio compagno di giochi preferito. Inutile dire quale parte del giardino io preferissi. So che ci siete arrivati da soli.

Vado così, saltando di palo in frasca. Mi impressionava e affascinava vedere la mamma dell’Ambroeus, la Maria, sempre con quei grembiuloni neri o grigio scuri, lavare piatti e posate usando la cenere del camino a mo’ di detersivo. Avevo l’impressione, sinceramente che la cosa facesse un po’ schifo, abituato ai vari saponi e detersivi casalinghi. Poi ho scoperto che invece la cenere era ottima anche per il bucato che più bianco non si può. Forse bisognava soprassedere sull’odore di costine grigliate che le camicie avrebbero potuto emanare, ma queste sono sottigliezze.

Nella stanza dietro quello che era ingresso, soggiorno, sala da pranzo, cucina e non so cos’altro, a casa dell’Ambroeus c’era una specie di dispensa. La cosa che con più chiarezza ricordo era una sventola di lardo lunga così e larga quasi, penzolante dal soffitto, in attesa della giusta stagionatura. Era proibito anche solo immaginare di avvicinarsi. Ma il profumo era tale da farmi sognare di affondarci i denti a mo’ di grizzly. Però, quando la Maria lo riteneva giusto, ci spettavano per merenda un paio di fette di pane rustico con sopra due specie di fiorentine di lardo che avrebbero dato sostanza a un plotone in trincea per due settimane. Credo sia lì che si nasconda il germe della mia tendenza ad essere morigerato e longilineo. L’acqua, dopo pane e lardo, si beveva direttamente dal mestolo che faceva capolino da un secchio di alluminio, regolarmente riempito con l’acqua del pozzo, e dava tanti di quei punti all’acqua di frigo che manco potete immaginare. Bevevo il triplo del dovuto giusto per il gusto di bere dal mestolo gelato

Le mie merende a volte, quando la Fiora (negoziante onnivendente appena fuori dal cancello di casa) non mi regalava un osso di prosciutto crudo da spolpare azzannandolo come farebbe un mastino bellunese, potevano avere tutt’altra connotazione.

Spesso le condividevo con la mia cugina Giulia, qualche mese maggiore di me, in perenne stato di lamento o frigna, poi migliorata con l’andar del tempo. Ci facevamo davvero tanta compagnia e a volte sceglievamo di farci dare un cartoccio bello gonfio di magnesia effervescente, presa da un enorme vaso con quei magnifici palettoni di alluminio, (sempre dalla Fiora), per poi metterci comodi in qualche angolo del giardino a goderci il piacere di quei vermoni effervescenti che ci riempivano la bocca di schiuma. Fantastico. Non ricordo bene gli effetti, ma posso immaginare che prima o poi ci fossero, e magari aiutassero a compensare gli intasamenti dovuti a pane e lardo o alle distese di zucchero caramellato, magari con le noci, che altre volte preparavamo sul piano di marmo del tavolo della cucina.

Mi sa che esagero, tanto per cambiare, quindi meglio che mi fermi. Ma riprenderò l’argomento, più che altro per seguire gli sviluppi della compagnia e dei divertimenti estivi che per elencare tutte le schifezze che mi ingurgitavo. Certo che ripensandoci… bei tempi ragazzi. Chissà dove sarà finito l’Ambroeus? La mia cugina Giulia lo so dov’è finita. Ma se la vedo una volta ogni vent’anni è tanto. Peccato, mi dispiace. Avremmo da ricordare insieme un sacco di cose divertenti e piacevoli. E poi chi lo sa… magari sono io che me lo metto in mente e a lei non importa niente. Mistero. Un altro. Che resterà irrisolto, credo. Alla prossima. Parola di Giovane Grizzly.

Ionnighitar

El reclamo de la furesta

Stanotte, ore 04 zerozero. Complice una piadinata conclusasi in crèpe con abbondantissima (ragazzi, davvero, sto esagerando) innaffiata di birra ad alta gradazione, mi sono trovato ad invidiare il tizio che si sveglia con il cinghiale sullo stomaco. Il mio era piuttosto un bisonte o un uro, suo progenitore. Probabile fosse parente di quello che ieri sera Lucia, l’amica pesarese di Caro, ha spinto a viva forza tra uno strato di stracchino e una badilata di erbette a farcire quel paio di paia di piadine che poi hanno avuto la compiacenza di farmi compagnia nottetempo.

Dicevo comunque ore quattrozerozero. Un campanello squilla nella capocccia. Non indovinerete mai chi fosse, quindi tanto vale che ve lo dica io. Era il blog. Questo sfrontato e scostumatissimo blog che mi diceva “Uè, scansafatiche, ma sei scemo? Mi hai mollato qui come il figlio di nessuna con la gente che ormai si è anche stancata di passare a vedere se ti è venuta in mente qualche scemenza. E io come sopravvivo? Di pubblicità? Di fama? Dello smalto che i tuoi pregiatissimi capolavori schiaffati in pinacoteca (marò se sei presuntuoso) possono portarmi mantenendomi interessante e degno di visita? Mi sa che ti sbagli. O ti dai una mossa o recitiamo un de profundis. la fregatura è che nel caso sarei io a diventare un fu blog, mica tu. Tu sei sempre stato un malato grafomane e tale resterai, anche se ti limiti a scrivere solo con l’immaginazione e ti riposi i polpastrelli.

Povero… mi ha fatto tenerezza. E allora ho cercato di programmare qualcosa per stasera, qualsiasi cosa, pur di non lasciarlo a bocca asciutta. Il fatto è che la bocca asciutta ce l’avevo io e mi sarei bevuto la cisterna del condominio se solo ce ne fosse una e se fosse stata riempita di acqua fresca e pulita.

Vabbè, adesso sono qui e qualcosa mi tocca inventare. Dunque: prima regola, se potete evitate almeno nel mese di luglio di cacciare delle salamelle nelle piadine. Se non fosse possibile evitare, non tracannate birra ad alta gradazione come se fosse camomilla. Oltretutto è anche più scura, dovreste riuscire a distinguerla. Poi, quando alle tot zerozero vi sentite come se un Tir stesse facendo  manovra sul vostro stomaco, non fate gli eroi. Fare gli eroi, salvo in casi seri, è da cretini. C’è una medicina che si chiama Biochetasi che credo sia prodotta dalla stessa casa che commercializza il Niagara. Vincete la pigrizia, un bel bicchiere d’acqua naturale (non fredda) e una bustina di Biochetasi e se non altro il Tir continuerà le manovre ma lo farà con le gomme come se fossero i palloncini dei bambini, quelli della fiera, tutti colorati. Non parliamo di rimettersi a dormire, perché non sono in vena di raccontare barzellette.

Va da sé che in questo stato pietoso/comatoso, non desiderando ripensare alla marea di comportamenti censurabili del presidente di tutti gli italiani meno uno (io), né di quell’altro genio che sta portandoci verso la fuga per la vittoria, mi sono messo a pensare alle mie solite angosce e angoscette, che come per magia, chissà com’è, di notte riescono a crescere in numero e intensità in modo esponenziale.

Alzarmi all’ora giusta è stata dura. Le condizioni del cimitero dei polli (come qualcuno chiama la parte più estesa e sagomata di me) erano ancora discretamente penose. Se dico che ho fatto colazione con due, dicansi due, bicchieri d’acqua e basta, chi mi conosce può capire e condividere il mio stato. Ho fatto il tragitto in macchina con l’angoscia di essere dibattuto tra cinghiali saltellanti e gatti con gli artigli sfoderati a trastullarmi lo stomaco e invece ce l’ho fatta.

E lì… beh. Non so che dire. Vi capita mai di sentire che sarebbe molto meglio se foste da un’altra parte, tanto nessuno se ne accorgerebbe? Mai pensato che, porca miseria zozza, ma possibile che non esista un’alternativa? Mai considerato che se il superenalotto vi desse una mano, dopo un paio di settimane passate a mandare a…. insomma a togliersi qualche sassolino dalle scarpe sareste lì, belli come il sole, senza necessità stringenti ma con la facoltà di fare o non fare, di tenere o donare, di togliervi il piacere profondo di fare contento qualcuno che non se lo aspetta… e poi di farvi i  fattacci vostri ad libitum (dopo aver giustamente e generosamente provveduto anche a qualcuno che ha bisogno e che non ha vinto per lasciar vincere voi)? Beh, a me capita. E’ da scemi? Ho mai sostenuto di non esserlo? ma lo sapete che a suo tempo, quando prendevo atto di non aver vinto alla lotteria di capodanno riuscivo perfino a rimanerci male? Eppure ancora non mi hanno ricoverato. Tiè.

Beh, ora lo dico… Mi era venuta l’intenzione di affrontare un argomento serio: riprendendo il fatto del papà che è partito troppo presto (sapeste quante volte ho sognato che tornasse da un viaggio di cui non sapevo niente), volevo anche ricordare come in quei pochi anni sia riuscito a darmi tanto, tutto, certamente troppo. E altrettanto certamente io sono riuscito a dare ai miei figli un millesimo di un centesimo di un milionesimo di un miliardesimo di quanto ho avuto. E questo per me è un cruccio grosso. Forse il più grosso. Però sono qui. Io ci sono ancora. Ho potuto dar loro poco, immensamente meno di quello che mi saprebbe piaciuto dar loro. Ma ci sono. Credo che fare un paragone tra quello che ho avuto e quello che ho perso, e peggio ancora tra quello che ho potuto o saputo dare e quello che ho ricevuto sia l’ennesima prova di una profonda idiozia.

Però, lasciatemelo dire… A volte anche l’idiozia ha un che di sensato: se non altro quando ti permette di capire se hai passato o stai passando il limite tra ragionevolezza e stupidità. Volete la verità? Di tutto quello che ho avuto sono grato, e chi non lo sarebbe? Ma quelle volte in cui ho sognato che tornasse o fosse tornato da un lungo viaggio, magari senza che io lo vedessi, ma sapendo che era tornato… beh, se potessi scegliere non avrei dubbi, credetemi. Quanto ai miei figli… ho fatto quello che ho potuto. Non voglio parlare di fortuna o di capacità o di non so che altro… Ho fatto quello che sono riuscito a fare. E l’ho fatto avendo al mio fianco la persona più meravigliosa e perfetta che il cielo potesse mandarmi. A volte mi sa che ci sia lo zampino di qualcuno. Tu ne sai niente, papà?

Ionnighitar (in fase logorroico/grafomane peggiorativa)

Cosa sarà?

Com’è che a volte hai una voglia di scrivere che ti porta via e stai lì a spremerti come un limone e non ti riesce di trovare nemmeno una scemenza da dire? Oddio, mi correggo: scemenze ne ho a vagonate. Ma posso impostare un blog solo sulle scemenze? Dai.. alla mia età? Non sarebbe serio.

Resta il fatto che da troppo non scrivo. E per dirvela proprio tutta non è che mi stia struggendo perché la sera non sapete come fare a trovar sonno enza aver trovato qualche novità tra le polpette. No, no. Somo profondamente egoista in questo: è che proprio mi va di scrivere ma sono in grave crisi di ispirazione. O meglio, sono assillato da tutti e dodici i lati (mai sostenuto di essere un figurino) da problemi che per qualcuno, magari per tutti, sono inezie, ma che a me sembrano montagne gigantesche da scalare. O, per essere più precisi, pronte a franarmi addosso, isole comprese. Quindi, come diceva l’amico George (Clooney) no srenity, no post. Vabbè, se non era così, più o meno si può adattare.

Facciamo così: parlo di qualche strano e non sempre dolce ricordo (anche se a volte malinconico) che in queste sere, chissà perché, mi ha trapassato la cervice inaspettato, riportandomi a tempi molto molto lontani nel passato. Davvero, me ne sono chiesto il motivo ma non ne ho la più pallida idea. Che sia la ricerca di qualcosa di confortante e sicuro come la coperta di Linus? O la ricerca di rivivere, o per lo meno ricordare attimi ben più lievi di quelli che mi capita di vivere quotidianamente? Chi lo sa. Eppure, certi ricordi sono anche dolorosi, mi riportano a momenti che vorrei non aver vissuto ma che purtroppo sono inevitabili, anche se sarebbe bello poterli vivere il più tardi possibile. Magari aiutati anche da una fase di discreto rincretinimento che ti fa capire e non capire.

Per esempio, mi riferisco a qualche ricordo dei mesi che hanno preceduto quel viaggio che papà ha intrapreso e che l’ha portato via per non tornare più. Non si è trattato di un viaggio nel vero senso della parola. E’ stata una corsa veloce, inaspettata e impietosa verso un traguardo che l’ha raggiunto davvero troppo presto e che ci ha lasciati tutti quanti così…… inutile dire come. Io, oggi, ho un anno e quattro mesi più di quanti ne aveva lui quando se n’è andato. E ne avevo diciotto e briscola… Non è una bella cosa.

Ho una marea di ricordi, ovviamente, legati alla malattia così schifosamente veloce e impietosamente devastante. La prima cosa che ricordo è che la mamma, al telefono dall’ospedale, dopo avere evidentemente parlato con i medici, mi diceva di riferire a mio fratello P., che era militare su per i bricchi in Piemonte, di riferirgli che papà aveva quello che lei aveva sospettato. Grande forma dialettica per non farmi capire la realtà delle cose. E cosa avrebbe potuto essere, visto che non lo nominava, una febbere da raffreddore, come diceva Forrest Gump? In effetti nella mia famiglia se c’è una cosa che si può dire con certezza è che le comunicazioni siano sempre state chiare e dirette. (Meglio specificare, non si sa mai, è detto ironicamente. E anche con un filo di polemica).

Sta di fatto che le cose stavano come stavano… e parlando di quarant’anni fa, inutile che vi stia a dire che non ti dicevano: facciamo la radio, la chemio, il porcogiuda, e magari diciamo anche una preghierina. No. Ti dicevano solo diciamo una preghierina. Anche perché era la sola cosa che in teoria poteva darti l’illusione di servire a qualcosa. L’illusione, appunto.

Ho brutti ricordi dell’Istituto dei Tumori, al punto che quasi mi sembra bello ripensare a quando l’hanno rimandato a casa perché tanto… beh, una volta a casa, tu guarda che scemo può essere uno, mi ero quasi convinto che in fondo in fondo ne saremmo usciti. Tutto stava nell’avere pazienza. Non c’è che dire. Ero davvero un’aquila. C’è però una cosa che mi è rimasta scolpita nella mente, che riesco a rivivere ancora oggi come se fosse attuale, che non mi ha mai abbandonato, e che ogni volta mi procura un senso misto di pace, di calore, di conforto.

Bisogna premettere che anche papà, bene o male, pur essendo molto affettuoso e capace di grandi e bei sentimenti, non era portato a una fisicità esasperata. Intendo dire che, se io quando Giaco e Caro erano piccini me li strapazzavo e li strizzavo come due palline di spugna, se con C. il contatto fisico, anche solo la carezza, lo sfioramento della mano, sono sempre stati e sono tuttora rimasti una cosa irrinunciabile, con lui questo succedeva con meno frequenza e intensità, diciamo.

Un pomeriggio, verso sera, ero seduto sul suo letto. lui non si alzava più, io stavo lì a fargli un pochino di compagnia. Non che si parlasse granché, ma era una vicinanza, anche silenziosa, fatta di presenza, di intesa tacita. Senza che me lo aspettassi la sua mano si è alzata, ha mosso il braccio, ha messo la sua mano sulla mia, senza parlare, senza altra manifestazione se non quella di un contatto. Obiettivamente, una cosa da poco. Una cosa da niente. Eppure la cosa che più mi è rimasta appiccicata, come una specie di dolce e piacevole marchiatura a fuoco. Che non mi abbandonerà mai. Guai se dovesse.

Ci ho ripensato un miliardo di volte, da allora. E adesso credo che, se come ho detto mi sono rotolato coi miei pulcini sul lettone, se li ho abbracciati, se ho cercato di stringerli finché non ho avuto l’impressione che fosse arrivato il tempo di un contegno più sobrio, l’ho fatto per assorbire e trasmettere qualcosa che a me è stato donato in una manciata di secondi dal mio papà. Per sempre.

E qualche volta, per non dire sempre, mi rattrista accorgermi che adesso, con quelli che sono stati i miei pulcini, un abbraccio arriva addirittura ad imbarazzare. Mi dispiace. Mi rattrista. Mi addolora. E la cosa ha una e una sola spiegazione, comunque: sono un perfetto idiota.

Ionnighitar

Acqua passata

Dal libro: Il mio giardino in testa

Devo confessare che questa mattina, dopo una notte per buona parte insonne a causa del rimorso, perché sapevo che molti dei miei lettori erano in ambasce non avendo potuto scoprire se fosse partito il progetto acquerello o meno, mi sono ritrovato a vagare un po’ con il pensiero, a tornare indietro, a fare panoramiche sul passato, più che bilanci. Avessi fatto bilanci forse non sarei qui a scrivere ma avrei già portato in discarica il mio fido Mac cercando anche un container per ex possessori di Mac ed ex amministratori di blog. Brutto però, “amministratore”. Mi fa venire in mente più l’amministratore di condominio che l’amministratore delegato. Io invece mi sento molto più portato a sentirmi grafomane scatenato e avvantaggiato dall’assenza di potenziali oppositori.

Lasciate che prima rassicuri gli ansiosi sull’acquerello. Ehm… oggi credo che farò i primi esperimenti e tentativi per capire come si mischiano i colori (sulla carta, perché per mischiarli nella scodellina credo già di aver capito come fare). Quindi, tranquilli… e poi non correte rischi. A meno che non mi esca qualcosa di meglio di quanto abbia dipinto il Turner o magari che mi avvicini a qualche scena rurale degna di Julien Dupre o Jean Francois Millet ho seri dubbi che avrò la spudoratezza di schiaffare nel blog il risultato delle mie fatiche.

Detto questo, chissà perché,  questa mattina mi sono appunto ritrovato a viaggiare con la mente all’indietro, esplorando il secondo tempo della mia vita lavorativa (il primo tempo è stata una piccola breve parentesi di sedici anni che continuerò a ricordare con piacere solo per alcuni personaggi coi quali ho percorso qualche tratto di strada).

Il resto invece… beh, ha certamente avuto alti, pochi, e bassi, parecchi. Ma ha offerto occasioni per fare lavori noiosissimi, tanti, o divertenti, interessanti, appassionanti e gratificanti, pochi.

Però per fortuna è su questi che è finito col concentrarsi il mio ricordo. Di cosa sto parlando? Di lavori di grafica intesa in senso lato. Quindi marchi, loghi (logotipi se voglimo fare i sofisti), copertine, gabbie di impaginazione che in sé e per sé dicono poco, ma poi si traducono in un insieme armonioso e di gradevole impatto visivo una volta stampato il tutto, libro, fascicolo, catalogo o pieghevole che sia.

Non è che ci voglia un genio a capirlo: in tutte le occasioni in cui ho potuto mettere in moto e mettere alla prova la creatività mi sono divertito mille volte di più rispetto a quando dovevo impaginare un modulo di adesione per prodotti finanziari o il regolamento di un prodotto assicurativo. Mannaggia che pazienza e che monotonia, ragazzi!

A metà strada tra l’una e l’altra cosa metterei quella montagna di disegni a metà tra il tecnico e l’illustrativo che alla fine mi hanno trasformato in uno dei più ferrati conoscitori di tutti i segreti estetici e funzionali di camper e autocaravan. Ho riguardato il frutto del mio lavoro. Che differenza tra i primi schemi stentati e timidi e quelli realizzati verso la fine del sogno. In fondo si vede che l’esperienza e la pratica a qualcosa servono, in effetti.

Mi hanno fatto sorridere e mi hanno intenerito tre librettini progettati senza grosse pretese, che però mi sono riusciti piuttosto bene quanto a copertine. Trattavano di pesca, di raccolta di funghi porcini e di bridge e poker.

I cataloghi tecnici, per quanto possa sembrare strano, sono comunque riusciti a darmi soddisfazione. Forse perché in passato, nel primo tempo, ne avevo visti talmente tanti e di talmente brutti, salvo rare e preziose eccezioni, che ho usato nei miei confronti un metro di giudizio particolarmente benevolo. Cosa che per la verità non succede praticamente mai.

Ho anche ripensato alle volte (tante, troppe) in cui, entusiasta per la riuscita di un progetto, comunque corredato di almeno due o tre alternative a mio avviso meno riuscite, fosse quasi matematico che il cliente scegliesse proprio una di queste, instillandomi il sospetto che in fondo io non capissi un accidente o avessi il gusto dell’orrido. Per fortuna ho scoperto che questa è una regola quasi universale quando si lavora con la creatività.

Ripercorrendo questa carrellata, di cui per pietà e per decenza vi risparmio grosse parentesi, sono arrivato, un po’ perché tra gli ultimi lavori degni di essere chiamati tali, un po’ perché di grossa soddisfazione dal punto di vista professionale, ai due libri che, in pratica, sono stati il canto del cigno di un’attività che, a malincuore, considero ormai morta, se non sepolta.

Si tratta di due volumi, profondamente diversi tra loro per i contenuti e per l’intento che stava alla base della loro realizzazione. La sola cosa in comune è che per realizzarli, appunto, mi è stata data carta bianca. Il che sembra un gioco di parole, parlando di libri, ma rende l’idea.

Dal Libro “Una storia che comincia da qui”

Il primo dei due, anche se non in ordine cronologico, è un particolarissimo libro fotografico che presenta acconciature femminili realizzate con fiori, foglie ed elementi vegetali e le combina con vedute di grande effetto del parco di proprietà della loro realizzatrice. Lavoro riuscito bene. Ho avuto la grande soddisfazione di ricevere complimenti conditi da un pizzico di invidia dall’editore che ne ha curato la stampa. In compenso ho ricevuto scuse pretestuose, contestazioni infondate e apprezzamenti indegni di risposta da colei che mi ha commissionato il lavoro, che ne ha pagato si e no la metà, e che mi rifiuto di chiamare signora.

Situazione opposta invece per l’altro. Saga famigliare, storia aziendale condita da riferimenti storici, aneddoti, scene di vita vissuta, racconti di una imprenditorialità pionieristica, di una visione moderna ma nello stesso tempo molto umana di una grossa realtà industriale italiana. La storia della Simmenthal. Dalla nascita della carne in scatola a quella dell’azienda stessa, al suo lungo e incontrastato successo, al suo passaggio in mani straniere. E al suo coinvolgimento nelle sponsorizzazioni sportive.

Di tutta la mia vita lavorativa ha rappresentato il culmine, l’espressione della migliore riuscita e della più grande soddisfazione. Mi ha consentito di conoscere, frequentare ed apprezzare quello che per me resterà uno dei più grandi, veri signori che mi sia capitato di incontrare e del quale conserverò sempre un ricordo indelebile.

Come ricorderò anche, e li ringrazio qui, ora, per questo, la piacevole collaborazione e intesa con i miei amici Gianfranco e Dario che come me credo si sentano un po’ gli zii, se non i papà di quel riuscitissimo libro.

Detto questo, una domanda mi ha assalito e ancora non ha trovato risposta: cosa farò da grande?

Ionnighitar

Pubblicità nel libro Simmenthal

Le stagioni di una volta

Prima considerazione: non so se la categoria “Ricordi” abbia qualcosa a che fare con questo post. Seconda: un giorno o l’altro cercherò di scrivere un post con queste massime che dovrebbero essere scolpite nel marmo, tipo «Non ci sono più le stagioni di una volta» o cose simili, che tanto più vuote e stupide sono più mi fanno impazzire (in senso buono). Non confondiamo cone le espressioni di cui ho già parlato, tipo «senza se e senza ma», sentendo o leggendo le quali sento crescermi dentro un istinto assassino che fatico a contenere.

Dunque, anche se non si può dire che sia rispuntato il sole, siamo in quella fase di rischiaramento del cielo e purificazione dell’aria che seguono immancabilmente il temporale. Ecco, il temporale. Segno inequivocabile – salvo i capricci e le mattane di un tempo che a volte sembra davvero essersi trasformato negli ultimi cinquant’anni – che la stagione sta volgendo con decisione verso la primavera/estate. D’altra parte la temperatura, che non più di dieci giorni fa viaggiava anche intorno ai cinque gradi, già ci aveva avvertito che i freddi polari erano definitivamente sorpassati.

Ma porcaccia la miseria, può esserci una Pasqua al 10 di aprile con 5 gradi 5? Five? Fünf? Cinq? Eddai!!!! Comunque, tornando a bomba, o a tuono per stare in tema, oggi il suo bel temporalino l’ha fatto. Deciso, con tutte le carte in regola, con tutti i crismi, con tutte le caratteristiche del temporale che lo rendono così diverso da un passaverdura. E devo dire che il primo, vero, temporale di stagione mi fa sempre piacere. Salvo quando lo piglio tutto trovandomi all’aperto, magari senza coperture né protezioni. Oddio, anche con le protezioni quello di oggi mi avrebbe bagnato fino alle mutande e invece mi ha solo costretto a fare un giro veloce della casa a chiudere i vetri ed abbassare le tapparelle.

Chissà com’è, mi sono messo a pensare a qualcuno dei mille temporali che ho vissuto, cui ho assistito, ai posti in cui mi trovavo, alle impressioni del prima, del durante, del dopo. Una serie di sensazioni che obiettivamente trovo difficile spiegare (quindi ci si potrebbe dire «e allora non potevi parlare di come si condiscono i rigatoni?»), ma che mi piace comunque cercare di fissare. Gli scenari che ricordo sono di campagna, montagna, mare, città… insomma, forse facevo prima a dire che non c’è uno scenario ideale per il temporale, ma i ricordi delle sensazioni vengono a galla così, come le bollicine che salgono nel pentolino quando prepari l’acqua per il tè.

Colori: dire grigio è troppo semplice. Ho visto cieli verdi, giallastri, nero pece (c’è una foto di Londra in una delle gallerie fotografiche che fa spavento ancora adesso a guardarla). E l’aria appena prima dello scatenarsi degli elementi si ferma, si blocca a guardare, ad ascoltare, forse cerca di capire dove potrebbe andare a rifugiarsi anche lei per non bagnarsi tutta. Spesso si coglie un odore di ozono (in campagna vicino alle stalle no, è un altro odore, ma non sto a far il pignolo), un odore metallico, pungente, come quello che si sente o si sentiva nelle stazioni dei treni in Liguria d’estate. Probabilmente si sente sempre anche nell’Agro Pontino, in tutte le stagioni, ma che ci posso fare se lo ricordo così? Poi, una volta che l’aria ha deciso che c’è poco di buono da aspettarsi, comincia a girare di qua e di là come una pazza, si intrufola, si agita, ha una paura boia di restare in mezzo agli scrosci. E non capisce che muovendosi provoca lei stessa una confusione d’inferno. Fa volare le cose, la carta, i tendoni, fa sbattere le imposte, fa svolazzare le gonne (almeno scegliesse con oculatezza… ti schiaffeggia per prepararti all’idromassaggio che ti aspetta.

Nel frattempo i tuoni si fanno sentire, cupi, minacciosi, si rincorrono, si srotolano in un sottofondo tetro e che vorrebbe infondere paura. E i lampi… Ricordo notti, anche recentemente in campagna, illuminate a giorno (mai visto un giorno illuminato a notte) e scoppi violentissimi di fulmini che evidentemente stavano prendendo la mira per darmi più emozione. Sul mare a volte è davvero impressionante. Una volta ho visto chiarissimamente una tromba d’aria formarsi, compiere un semicerchio sul mare e poi andare a morire, con pochissimi danni per fortuna, all’estremità opposta del golfo in cui mi trovavo (Riva Trigoso).

In montagna anche, fa paura: ci sono un sacco di alberi, a meno che tu non sia a tremila metri. In quel caso hai ancora più l’impressione che la mira possa essere meno disturbata dalla presenza di ostacoli e vorresti scavare veloce veloce come una talpa per sfuggire al bombardaento. Più giù invece, dato che gli alberi attirano i fulmini, beh… Insomma, forse in città tutto sommato è meglio. Eppure ricordo chiaramente, qualcosa come trent’anni fa, un temporale che è riduttivo chiamare così, che ha fatto saltare sotto i miei occhi i tombini, un altro (maledetto, l’avevo dimenticato) che ha scaricato talmente tanta acqua da sparare fuori tutta l’acqua dagli scarichi del bagno del mio ex-ufficio a piano terra. Fortunatamente avevo 39 di febbre per l’occasione, così l’operazione di spazzare, arginare i getti, asciugare per terra prima di dover portare tutto alla discarica è stata immensamente più piacevole. Temporali…!!!

Poi, per magia, tutto va rapidamente scemando, come è cominciato finisce. Lascia dietro un’aria più limpida, fresca, umida ma non quanto quella che lo ha preceduto. In fondo, a meno che non ci siano danni o disastri, il dopotemporale è bello. Sempreché, come già detto, si possa contare su un riparo coperto, asciutto e in prima fila per lo spettacolo. E sempreché le mutande abbiano potuto mantenersi asciutte.

Ionnighitar

Champoluc

La sala da pranzo della signora Anna. E chi se la dimentica?

Stavo per mettermi a scrivere di qualche ricordo, così per vedere come funziona e mi sono reso conto di una cosa sconcertante. Ho realizzato che una percentuale altissima dei miei ricordi bene o male è legata al cibo, al gusto, a qualcosa di buono che mi ha lasciato il suo imprinting. In parte questo dovrebbe aiutarmi a capire me stesso (e la mia conformazione), però a pensarci bene è quasi inquietante. Talmente inquietante che ho deciso di non curarmene e di godermi il ricordo, manicaretti compresi.

Qui mi sentivo come a casa mia

Non so come sia, ma mi viene di ricordare gli anni di Champoluc, di cui già ho parlato nella pagina del legno. I profumi, il rumore dell’Evancon (il torrente), l’odore strano della terra o argilla o sabbia che fosse sulla riva del torrente quando andavo a giocare con i miei amici di allora (ne ricordassi uno, mannaggia). Ho passato meravigliosi mesi di luglio all’Anna Maria (allora si chiamava Pensione o Albergo, boh) e lì, coccolato dalla signora Anna e dal marito, l’Avvocato, Ivan, era dura non lasciarsi incantare dal cibo. Credo di aver mangiato soltanto lì dei rigatoni che saranno stati larghi poco poco sette o otto centimetri, con un sugo di pomodoro tanto semplice quanto sublime. Non amo i dolci, ma quando c’era il segreto della dama (salame di cioccolato mai eguagliato da nessuno) perdevo anche l’indirizzo di casa. Fonduta, trotelle (che andavo a pescare insieme all’Avvocato per tutti gli ospiti dell’albergo), cotolette alla valdostana…. Aiutoo. Anche la prima colazione era un’apoteosi. Niente di che, per carità, ma il pane era buono. La marmellata ancora di più. Il burro lasciamo perdere che sennò mi piglia un mancamento. E si mangiava in questa sala tutta di legno, con le sedie a tre gambe, che sapeva di caffè, di pane abbrustolito, di cera solida per mobili e pavimenti. Dovrebbero produrla venderla in profumeria sta mistura ineguagliabile.

Un’estate, avevo cinque o sei anni a giudicare dalle vecchie foto e dalla mia bici Doniselli rossa, eravamo in affitto in un piccolissimo chalet tutto di legno, tendine a quadretti bianchi e rossi, tovaglia in nuance all’inizio del paese, praticamente sul dischetto del corner del vecchio campo di calcio. Intorno, il deserto. Perfetta per giocare a pallone o scorrazzare in bici con i sabot e le braghe di pelle tirolesi. Parecchi anni dopo, tornando a Champoluc che per molto avevo disertato, forse la casetta non c’era nemmeno più e se c’era praticamente faceva parte del centro del paese. Resta forse la casa più carina in cui ricordi di aver passato una vacanza (ma è di sicuro un’impressione falsata dall’età e dal fatto che è stata la prima a piacermi così).

Quando si andava al laghetto delle trote o al tennis, che poi era la stessa cosa, o all’ovovia per il Crest, si passava davanti al bar Rose Alpine. Questo è un ricordo che nessuna pizza potrà mai strapparmi o offuscare. Trancio, non mozzarella ma fontina valdostana, pomodoro e, ancora non riesco a capacitarmene, olive verdi. Per la miseria, allora detestavo le olive verdi. Eppure… E attenzione, a quei tempi non c’erano trecento tipi di olive verdi, nere, viola, piccanti, farcite e chi più ne ha più ne metta. Erano le semplici olive del bar. Quelle per l’aperitivo. Le odiavo ma su quella pizza le adoravo. Andava rigorosamente accompagnata da un chinotto. Verso la fine dei miei soggiorni Champolucchesi sopra alle Rose Alpine stava il mio amico Luigi. Mi era simpatico un sacco. Anche i suoi. E con loro, insieme ai miei, abbiamo anche fatto gite a lungo raggio, oltre che passeggiate in media quota. Una volta siamo stati, credo, al Picolo San Bernardo e dal sig. B. il papà di Luigi, ho scoperto una cosa grandiosa: la carne in scatola, Exeter mi pare, affettata e passata nel padellino con un soffritto olio e cipolla. Alla faccia di Gualtiero Marchesi.

Altra fonte di inalazioni di profumo sublime era la panetteria vicino al negozio della Romana (perché Romana poi non l’ho mai capito. Di nome forse?). Il misto di pane, grissini, forno… non so né posso descriverlo, ma lo sento. Insieme a quello misto di tremila aromi che invece trovavi si dalla Romana (non inquadrabile ma sostenuto da un forte sentore di salumi, prosciutto cotto in testa) sia dalla Silvia. Ecco, questo era un negozietto un po’ più caotico, probabilmnte leggermente meno pulito (eufemismo), con la titolare baffuta e mi pare discretamente scorbutica, che però era una di quelle tesserine che non potevano mancare, pena il crollo della struttura Champoluc.

Il laghetto delle Rane, sopra il Crest

Per polenta e panna (in teoria latte ma… già che siamo qui vogliamo indulgere?) bisognafa faticare un po’, o verso il Crest o peggio verso Mascognaz. Lì il profumo nell’aria era del tutto diverso. Era un profumo inebriante di natura, di erba, di aria, di resina e molto, molto, di stalla. Ovvio, c’erano le mucche e se non c’erano avevano comunque lasciato traccia del loro passaggio con delle torte di quaranta centimetri di diametro. Sul versante opposto la passeggiata più bella, anche dal punto di vista dell’ambiente e del paesaggio, era quella lungo il canale. I corsi d’acqua mi affascinano. In montagna ma a vlte anche in pianura. Ho qualche dubbio in merito all’Olona, ma verificherò. Lungo il canale, nei boschi, trovato qualche spiazzo, si andava alla grande con i panini. Che, se il campo base era una casa, erano ottimi panini e tanti saluti. Ma se la base era la signora Anna non sto nemmeno a specificare… ma come diavolo faceva a rendere sublimi anche i panini? Confesso, ho nostalgia di quei tempi. Di tante cose o persone che a quei tempi c’erano, che avevo, e che presto non avrei avuto più. In questo c’è malinconia, certo. Ma anche un dolcissimo e tenero ricordo che la remota attualità di queste sensazioni rende fortunatamente indelebile.

Il letto dell'Evancon dove era possibile giocare per giornate intere

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