Se ci sei…

Facendo seguito con la presente alla nostra del… No. Così non va. Fa schifo.

Ricominciamo. Per dire… a parte le battute a gamberi nel torrente Lanza, sempreché poi fosse il torrente Lanza, le serate a casa di MT e L, come detto, offrivano anche la possibilità di appassionanti partite a poker (sempre stato un disastro a carte, io), chiacchiere e prosciugamenti di bottigliame vario. E, udite udite, la televisione o non c’era o non veniva mai accesa. In sostanza, come passare piacevolissime serate senza bisogno di cinema, reality show, talk show o show a prescindere. Ho la vaga sensazione che anche quello fosse un mezzo per far funzionare il cervello, allenare la fantasia e la capacità di comunicare. Senza social networks, ça va sans dire. more “Se ci sei…”

Pesca di frodo

Già, già, già… me lo sono detto e ridetto un sacco di volte: prima o poi dovrò anche scrivere qualcosa riguardo alla casa di campagna che mi ha visto poppante, fanciullino in jeans, maglietta a righe da marinaio e scarpe di tela (una volta si diceva di corda), bambino rotondetto con gli occhialini, tondi anche loro per fare pendant, magari vestito da capo pellerossa, completo di lungo copricapo pennuto (tecnicamente “cimiero indiano”) e ascia di guerra oppure da sceriffo con tanto di cappellone, cinturone e Colt di ordinanza. Difficilmente usavo entrambi i travestimenti nello stesso periodo, o sarei stato costretto a cercare di spararmi da solo se non addirittura tentare di fare lo scalpo a me stesso. Poco salutare. Di cose ne sono successe tante… beh, in una trentina d’anni di assidua frequenza c’è anche da crederci, ma non è questo il momento di approfondire. Se no mi gioco la possibilità di riempire altre schermate vuote nei tempi a venire. more “Pesca di frodo”

Marketing

La strada che porta a Champoluc costeggia il fiume sulla destra (il fiume è sulla destra della strada e la strada sulla sponda destra del fiume, miracoli spiegabili solo con i sensi di marcia opposti). A quei tempi non c’erano molti ponti. Direi uno solo con la strada asfaltata e gli altri di legno. Nei tempi recenti preferisco non pensare a cosa siano stati capaci di fare. E i ponti scavalcavano l’Evançon portando alla stradina parallela, quella di terra che partiva più o meno dalla chiesa e finiva al vecchio campo di calcio e alla casetta di Haensel e Gretel che fu nostra per un’estate. more “Marketing”

Il Torrente

Un paio d’anni fa (eh sì, il tempo passa) ho scritto di una manciata di ricordi che mi sono molto cari, legati a una specie di paradiso in terra che si chiama Champoluc, dove passavo più o meno un mese di vacanza, generalmente luglio, a partire dai tot anni e mezzo (non posso ricordarmelo) fino ai, più o meno, tredici-quattordici. Poi, a quell’età, ci si rincretinisce e invece di continuare a frequentare località che ti arricchiscono il cuore, l’anima e i polmoni, si finisce con l’inseguire altre farfalle. A meno che non si sia così scaltri o fortunati da fondere in unica soluzione il luogo ameno con le creature deliziose che occasionalmente lo possono frequentare e allora il gioco è fatto. more “Il Torrente”

Dopo il velocipede (storia delle due ruote)

Guzzi_dingo_cross_50 Già, dopo il velocipede… o il cavallo, avrei potuto scrivere. Non so spiegarmi perché, ma questa volta mi è saltato in mente di passare in rassegna i mezzi di trasporto di cui sono stato tronfio possessore in età infanto/giovanile. Da qui il motivo del titolo: non sto a elencare la ruota di pietra, la biga, la diligenza, il cavallo montato a pelo e, appunto, il velocipede, più che altro perché se iniziassi da lì perderei una buona fetta di aficionados.

Nei ricordi devo ammettere che mi danno una mano anche le vecchie fotografie (che non sto guardando, ma che ricordo di aver visto mille volte), perché se è vero che la memoria può farti rivivere episodi e, soprattutto, sensazioni lontanissime nel tempo, è anche vero che tutto ha un limite. E lì interviene la memoria della memoria fotografica. Trucchi del mestiere.

Allora, vediamo… so di essere stato immortalato su un balcone di casa, a Milano, alla bella età di tre o quattro anni direi, in sella a un meraviglioso triciclo che immagino rosso. La foto è in bianco e nero. Indossavo un elegantissimo cappotto che ricordo per certo essere stato rosso, con bottoni dorati e che, con immenso imbarazzo, ho visto dalle immagini essere fatto a maglia o all’uncinetto. Non si addice ad un gentleman di campagna. Non che io lo sia mai stato, ma vi prego, un cappotto a maglia…

Se non altro nella foto sfoggiavo un meraviglioso e piumatissimo cappello da bersagliere. Quello con tutto il ciuffo di piume (occhio a non chiamare piuma quella del cappello degli alpini o vi fanno lo scalpo). Mi dava un’aria decisamente importante… Poi, in effetti i bersaglieri quando non vanno di corsa vanno in bicicletta, no? Ecco, io, bersaglierino in fìeri andavo sul triciclo. Dove, non saprei, dato che il balcone era pur sempre un balcone e non l’autodromo di Monza, ma va bene lo stesso.

Secondo ricordo, una meravigliosa bici Doniselli rosso metallizzato (aridaje), battezzata “Fulmine”, nata con le rotelle e cresciuta senza. nel senso che è con quella che ho imparato i rudimenti dell’equilibrio ciclico. La foto che mi ritrae fiero in sella questa volta mostra una connotazione più “di frontiera”, dove per frontiera non si deve intendere quella con la Cunfederaziun ma quella dei pionieri in marcia verso il far west. Infatto ho sulla capoccia un meraviglioso cappello da cow-boy e allacciato in vita un cinturone con coppia di pistolone di ordinanza. Si intonano perfettamente alla maglietta a righe orizzontali bianche e rosse da marinaretto.

Non so collocare bene nel tempo alti due mezzi passati alla leggenda e rimasti nel cuore: un monopattino in legno con pulsante posteriore per il freno, che consentiva di bloccare la ruota posteriore e fare sbandate stupende dopo aver percorso il corridoio di Milano a tutta birra e, per analogia, uno spettacoloso go-kart a pedali sul quale credo di aver macinato (in casa) migliaia di chilometri.

Era davvero fantastico. Per inciso era rosso, con il sedile bianco e, forse perché col passare degli anni mi ero fatto più ingegnoso ed esigente, avevo legato con spago e scotch al telaio appena sopra o sotto il volante, una radiolina a pile dotata di antenna estraibile. Il primo fanciullino italiano a viaggiare a velocità folli avanti e indietro nel corridoio lunghissimo con la sua bella autoradio artigianale a tutto volume. Era fantastico arrivare in fondo, imboccare l’anticamera e poi, bloccando i pedali e sterzando, fare dei testacoda da brivido. Ecco, la sola fregatura era che non aveva clacson e se qualcuno fosse sbucato da una delle porte che si aprivano sul corridoio sarebbe stato difficile evitare l’impatto. E’ successo. Più volte. Ero l’ultimo, il piccolo di casa. Nella constatazione poco amichevole che ne conseguiva avevo sempre la peggio.

Tornando alle biciclette, più seria e in tema la mise che sfoggiavo in sella a una legnano blu metallizzato (credevate rossa eh?) di media misura, in cui compaio con una pseudo-maglia da ciclista con la scritta FAEMA (era una squadra che andava per la maggiore), che la mamma aveva realizzato scrivendo forse con un pennello sporco di nero (non c’erano i pennarelli, signori) su una striscia di stoffa da stracci bianca. Poi l’aveva cucita a mo’ di anello e potevo infilarmela e piazzarla all’altezza del petto. Un figurone, vi assicuro. Ah, dimenticavo… la maglietta sotto era… occhei, era rossa. probabilmente non sceglievo ancora io.

Verso i quattordici, direi, corono finalmente il sogno di una scintillante Legnano 50 sport con il cambio (allora se andava bene c’erano quattro rapporti, non sessantotto come oggi, sulla più scalcinata). Giallino metallizzato, era il solo e caratteristico colore. Misura 28, da uomo, sella da corsa Brooks, in cuoio durissimo e stretta. Di quelle che fai tre metri e cominci a pensare che forse farà ganzo passare per provetto ciclista ma ti rompe anche le ossa del posteriore. il bello è che non ci nasceva con quella sella, l’avevo messa io. Mai portata a Milano, ci ho macinato chilometri avanti e indietro soprattutto tra C. e V. per raggiungere la compagnia e per farmi bello con la più carina (risultati, zero).

A sedici anni, praticamente consumato dall’invidia per le moto o i motorini che alcuni amici avevano ottenuto, ero quasi deciso a scappare di casa e fuggire in Nuova Guinea, per non sentirmi un minus habens. Ancora non so come io abbia potuto convincere mio padre, ma sta di fatto che un bel giorno d’estate si prende, si va a Varese dal concessionario Guzzi e si compra un Dingo Cross. Meraviglia delle meraviglie!!! Una delle prime cose che ho fatto è stata mettergli la padella bianca portanumero sul manubrio, con il numero 104. A riprova del fatto che quasi ogni cosa che facciamo la facciamo non tanto per noi quanto per farci notare.

Il patto stretto con papà era di non chiedere, MAI, di portare il motorino a Milano, pena il sequestro. Sono sempre stato fedele alla parola data. Anche perché sapevo che anche lui era fedele alle promesse fatte. Devo dire che con il mio Dingo sono caduto solo tre o quattro volte e, per fortuna, in modo quasi del tutto indolore. Il solo volo degno di nota si riferisce alla sera in cui, tornando a casa, probabilmente con l’asfalto bagnato, prendendo allegra la curva a destra in fondo alla discesa che porta in paese, il mezzo mi è sgusciato da sotto il sedere ed è partito come un missile a schiantarsi per traverso contro la saracinesca del panettiere.

Danni: nessuno. Boato: forse l’eco non si è ancora spento. Io, in compenso, ho ripreso al volo il bolide, sono saltato in sella e mi sono fiondato a casa. Forse stanno ancora chiedendosi chi fosse il deficiente che si è impastato alla saracinesca come una decalcomania. Non lo sapranno  mai.

Ionnighitar

Atmosfera… bassa

guareschiForse mi dovrei preoccupare: qualche volta mi succede di tornare con la memoria a periodi ormai lontanissimi nel passato, che hanno lasciato ricordi estremamente piacevoli e, evidentemente, indelebili nel mio neurone.

Fortuna che non ho fatto la campagna d’Africa e non ho contribuito a spezzare le reni alla Grecia, se no il blog potrebbe correre il rischio di diventare una specie di sacrario dei ricordi e soprattutto una chiara testimonianza della veloce avanzata di quel signore tedesco che fa perdere la testa a tanti, non solo alle signore… come si chiama? Ah, sì, Alzheimer.

Quello che trovo sia positivo in queste strane reminiscenze estemporanee e non volute è che, come ho detto, risvegliano quasi sempre e soltanto esperienze liete e momenti di spensieratezza. Se non fosse così, se capitasse il contrario, mi impegno formalmente a censurarne il trasferimento nella forma scritta. Ci mancherebbe pure che mettessi le basi per una fuga di massa dei miei accaniti e insaziabili lettori.

Vabbè: fatto il consueto cappello, sono indeciso tra due filoni. Da un lato, ricordi di campagna in salsa casalinga, ambientati cioè in quella che ormai è la mia seconda patria. Per intenderci, quella località mondana e turistica che ha come massimo pregio quello di trovarsi sul confine con la Cunfederaziùn Elvetica. Il che comporta due aspetti positivi: il pieno di benzina con la soddisfazione di spendere meno che in Italia, fosse anche questione di centesimi, e, sopratuttissimo, la possibilità che mi è stata data nel tempo di raggiungere un affinamento nell’uso dell’idioma cantonale che oggi può farmi dire con orgoglio: «Sono di lingua madre italiana e di lingua zia ticinese (zia solo perché di mamma ce n’è una sola)».

Mi sa invece che sceglierò di rispolverare l’altra vena di ricordi, sempre legata alla campagna, ma ad un altro tipo di campagna. Un ambiente che, un po’ grazie a letture macinate e rimacinate in gioventù e non (vedasi alla voce Giovannino Guareschi), un po’ grazie a un paio di occasioni di soggiorno in epoche diverse della mia vita, ha impresso nel mio subconscio un fascino che resiste a dispetto del fatto che io quell’ambiente non lo bazzico praticamente mai. Da parecchio tempo, per lo meno.

Quanto alla suggestione Guareschiana, indipendentemente dal fatto che GG è spesso considerato un autorucolo da oratorio grazie alla pessima trasposizione cinematografica dei sui romanzi e indipendentemente dal fatto che chi lo considera tale dimostra che: 1. Non l’ha mai letto, 2. Non ha capito una sola virgola, trovo che la sua capacità di farti entrare e sprofondare nell’atmosfera e nell’ambiente della bassa parmense abbia qualcosa di magico.

Davvero, senza polemiche sterili e senza stare a citare il fatto che, dopo stroncature e boicottaggi nati da una visione miope e ottusa dettata dalle tifoserie politiche, è diventato uno degli autori italiani più tradotti e conosciuti nel mondo, mi sento di suggerire di cuore a chi non l’abbia mai frequentato di leggerlo. Se riesce, cercando di dimenticare i vari Don Camilli e Pepponi visti al cinema e miliardi di volte in tibbù, e cercando di coglierne la poesia, l’umanità e la profonda onestà intellettuale.

Con un giro di parole (circa cinquecento) sono arrivato a dire che mi piace ricordare e rivivere le atmosfere della “bassa”, che sia parmense, piemontese o lodigiana poco importa, la “bassa” è l bassa e basta.

Con le sue giornate estive torride che ti spaccano la zucca, le sue brume e nebbie di primavera o d’autunno, le gelate che ricamano di pizzo bianco le distese dei campi invernali a riposo. Dai, cavoli, la nebbia è una bestia schifosa se devi viaggiare in autostrada, ma se sei a piedi, su una strada di campagna, e non è nebbia-nebbia ma quel velo ovattato che dà un effeto “flou” agli alberi e alle cose… insomma, a me piace. So che a molti fa schifo, ma per fortuna non siamo tutti uguali. O no?

Dicevo dunque delle mie due esperienze più vive nei ricordi. La prima credo risalga ai tempi della terza elementare o giù di lì. Ospite per tre o quattro giorni dopo la fine della scuola da un compagno il cui papà aveva una cascina enorme con mucche, tori, annessi e connessi da qualche parte, credo verso Cremona o roba del genere. Ci sono particolari che riesco a rivivere come fossi stato là la settimana scorsa.

I tori per esempio, immensi e ingigantiti anche dal fatto che non ero immenso io. La stalle che, all’avanguardia, aveva un impianto di mungitura automatica (oggi senz’altro ridicolo, oggi le mucche producono direttamente in tetra-pak), le corse sull’aia, che ricordo poco più piccola della piazza del Duomo (forse un po’ più piccola era, in effetti), i contadini, il bagno serale prima della cena, in una stanza da bagno che era una piazza d’armi. E noi, elegantissimi, in vestaglia da gentiluomo di campagna (sugli otto/nove anni), che dopo cena potevamo ancora uscire un pochino a respirare l’aria della bassa evitando di sporcarci come avevamo fatto per tutto il giorno.

Un’atmosfera molto simile l’ho assaporata una decina di anni dopo, quando in preparazione della maturità sono stato invitato (eravamo quattro o cinque) nella casa di rurale di una compagna nei pressi di Parma. Stesse emozioni, stesse sensazioni, stesso piacere sottile e inspiegabile nel sentirsi immersi in questo ambiente un po’ misterioso, un po’ ipnotico, molto rilassante e terribilmente affascinante.

Ecco, in questo caso devo dire che non facevo il bagnetto la sera prima di cena, o se comunque lo facevo la sera ero io a deciderlo. Non scendevo a cena in vestaglia scozzese. Non passavo la giornata a correre e rotolarmi dappertutto conciandomi come un maiale. Il programma di greco e quello di fisica non lo permettevano. Ma stavo bene. Davvero bene.

Forse da queste esperienze è nato il mio amore per la bassa, che alla fine ho potuto coltivare così poco. Da questo o… ecco, un altro ricordo vivo: Essendo automuniti (nella seconda delle due vacanzine) una visita a una fabbrica di salami a Felino non ce l’ha potuta impedire nessuno. Grande, indimenticabile esperienza. Rinnovata periodicamente se non altro con golose scorribande tra le fette della suddetta specialità. Che, per inciso, si chiama così appunto perché prodotta a Felino e non perché composta da carni di gatti inspiegabilmente spariti dal focolare domestico. Così, giusto per chiarire il dubbio.

Ionnighitar

Un po’ di storia, o dell’evoluzione dei musicanti

One man bandCredevo, con il nuovo corso, cioè con le tonnellate di tempo libero che mi sono cascate addosso, che avrei scritto un po’ di più. Come agli albori del blog. Come quando credevo che il mondo non aspettasse altro che le mie riflessioni e i miei ricordi per pascersi di racconti e aneddoti che, al confronto, avrebbero dovuto far impallidire il libro Cuore e le memorie di chissà quanti personaggi famosi. Devo confessare che, forse, almeno da questo punto di vista, sono rinsavito. Nel senso che mi rendo conto perfettamente che in buona sostanza è difficile che a qualcuno freghi qualcosa di quel che scrivo. Ma lo faccio lo stesso. Il perché l’ho ripetuto già troppe volte, nei vecchi post. Chi non riuscisse a tenere a bada la curiosità faccia una bella caccia al tesoro, così è costretto a rileggersi tutta la saga a partire dai primi vagiti di questo contenitore variegato e multiforme.

Come ho annunciato recentemente alle folle, l’attività della band ha ricominciato a riempire i lunedì sera. Infatti oggi è lunedì e Ric mi ha appena scritto che ha un impegno improrogabile e di conseguenza la serata musicale va a farsi benedire. E’ un classico. Poi ci si chiede come mai non siamo ancora riusciti a raggiungere i livelli dei gruppi di maggior successo… ma per forza, scusate. O c’è continuità o la vena, l’entusiasmo e l’ispirazione svaporano lasciando solo delle macchie di calcare e delle incrostazioni di note e accordi senza forma e senza senso.

Allora, dato che ancora una volta la session salta, mi sono messo a pensare alla preistoria della mia carriera musicale, che poi, dopo lunghi silenzi, dopo incertezze e titubanze, ha portato, nel momento culminante, ai cosiddetti concerti e alla pubblicazione dell’unico singolo oggi sul mercato (ho detto che sono rinsavito perché so a quanti tutto questo possa interessare, ma non ho mai sostenuto di aver perso quella vena di megalomania e quel perenne stato di distacco dalla realtà che mi hanno perfino fatto adottare il nome d’arte di Eric. Vedasi alla voce Clapton).

Direi, a pensarci bene, che la prima timida infatuazione per la musica suonata mi si è infiltrata nell’encefalo verso la fine delle scuole medie. Una passione condivisa con un compagno di classe che, data l’altezza, era soprannominato “Tappo”, e che aveva dalla sua la fortuna di avere un fratello maggiore (non sta in questo la fortuna), che suonava la batteria. O meglio, così mi raccontava. E che era un fanatico seguace degli Shadows. Gruppo di quattro inglesi, molto spesso di supporto al cantante Cliff Richard, che in effetti era meglio lasciassero cantare al posto loro. I pezzi in cui si esibivano anche vocalmente erano piuttosto scarsini. Ma dal punto di vista musicale, chitarristico/ritmico erano sublimi. In ogni caso, né Tappo né io sapevamo minimamente come si suonasse una batteria né quale fosse il lato giusto per imbracciare una chitarra. Ma eravamo follemente innamorati degli Shadows e del loro sound.

La grande svolta si è presentata quando dietro l’angolo mi aspettava in regalo una chitarra. Classica. Insomma, classica… né elettrica né folk. Quindi, classica. Se allora mi fossi messo d’impegno e avessi preso qualche lezione probabilmente avrei imparato a suonare. Nel vero senso della parola. Ma, conoscendomi, nello stesso tempo non avrei potuto imparare in quanto mi sarei scocciato alla terza lezione di imparare scale, diteggiature e teoria della chitarra. Sta di fatto quindi che non ho mai imparato a suonare come si deve, ma che in compenso mi sono messo a studiare teoria, diteggiature e scale quando ormai sarebbe stata ora di mettere in pensione chitarra e chitarrista. Sono autodidatta. Un autodidatta che ha passato ore, giorni, mesi, direi anche anni quasi quasi, a suonare cose che gli piacevano solo per il gusto di farlo. Accontentandosi di quel mezzo-e-mezzo che non è mai schifo totale, ma che ti impedisce di fare dei seri passi avanti. E’ un metodo che mi ostino ad adottare, quando suono. Soprattutto da solo.

In effetti mi sono sempre trovato al bivio: quello della scelta tra il tentare un percorso da solista o approfondire una specializzazione ritmica. Il che mi ha portato, come era prevedibile, a non essere né l’una né l’altra cosa. Ma in compenso devo dire che mi sono quasi sempre divertito a suonare quello che mi passava per la testa. Più un gioco o un passatempo che un impegno. Lo ammetto. Cosa che credo mi distingua non solo dai miei miti, Clapton o Knopfler in testa, ma anche da chi sa suonare decentemente per non dire bene, con una certa sicurezza e scioltezza che credo non troverò mai. Salvo miracoli. Amen.

Le prime pseudo-band che si alternavano alle mie lunghe sedute solistiche (nel senso che suonavo per i fatti miei) erano two o three-men-band (oddio, men è una parola grossa, ma è giusto per dire). La prima batteria era un fustino (vuoto) del Dixan affiancato dal piatto di una bilancia da cucina rovesciato. Rettangolare. Aveva un suono inconfondibile… coinvolgente. Insomma, aveva un peso, diciamo. Poi, piano piano, e ancora non so perché ci abbia pensato io, ho comprato un rullante (il pezzo basilare della batteria e un charleston, cioè quella coppia di piatti da suonare con il pedale. E un paio di bonghi, che mi piaceva molto suonare ma che in casa non erano l’ideale. Abbastanza senza senso il tutto. Dato che comunque io suonavo la chitarra. Sono un filantropo. E forse un Mecenate. Offrivo ad altri di che esternare le proprie capacità percussionistiche senza doversi attrezzare all’uopo.

Si suonava il sabato pomeriggio, la band cambiava a seconda di chi era disponibile, ma alla fin della fiera devo dire, ripensandoci, che faceva davvero pietà. Forse l’ho pensato anche allora, perché per un bel po’ c’è stato uno stop. E, dopo essermi comprato la prima chitarra elettrica, ho continuato a suonare da solo. Senza attaccarla all’amplificatore per evitare proteste condominiali. Senza amplificatore, ve lo garantisco, la chitarra elettrica è davvero utilissima. Ben utilizzata… Un po’ come il tostapane quando ci infili il pancarré e non attacchi la spina. La mia chitarra, che tanto amavo, era una semiacustica di marca, italiana. Si chiamava Meazzi. Alcuni pseudo-amici, per farmi dispetto, avevano coniato uno slogan che mi faceva imbestialire: «… è una Meazzi, come la suon ti …. diciamo inquieti???». Beh, pensatela come volete, ma la Meazzi è stata il punto di partenza per un’evoluzione che mi ha strappato dal guscio di isolamento in cui mi richiudevo a ripetere decine di volte le stesse cose e mi ha aperto le porte a un suonare diverso. Un suonare in squadra. Un suonare (anche) con gente che sapeva suonare. Ma qui sarà meglio che mettiamo la scritta «Fine della prima parte». A ben rivederci.

Ionnighitar

Come non rammentare…???

Dove c'è il tendone rosso ho comprato Panforte e Panpepato. Poi ci hanno messo una targa a ricordo.
Dove c’è il tendone rosso ho comprato Panforte e Panpepato. Poi ci hanno messo una targa a ricordo.

Bella gente, sono pericolosamente vicino al centesimo post. Ci avevo messo quasi una pietra sopra e invece… eccomi qui. A metà strada tra il desiderio di abbandonarmi ai ricordi, indotto dalla cronaca degli ultimi giorni, e la necessità di mettere nero su bianco (forse si può dire così anche scrivendo nel blog) su una situazione della cosa pubblica che definire schifosamente miasmatica e orrendamente indecente e incurante di noi poveri scemi che ancora non abbiamo mandato tutti a….. è puro eufemismo.

Cominciamo dai ricordi, che è meglio. Anche se mi sa che, dati gli ultimi avvertimenti più o meno subliminali, mi toccherà davvero considerare l’eventualità di versare diritti a chi mi ha fornito tutti questi spunti. Mettiamolo in chiaro subito, Ema: ancora una volta c’entrate voi. Ancora una volta mi rotolo e mi avvoltolo nei ricordi di quella benedetta settimana in terra di Tuscia. Ma sappi che di questi tempi le cose girano talmente bene che sto accumulando debiti anche con il giornalaio pur essendo passato a una lettura del quotidiano ogni tre giorni… Immagina quando potrò versarti i diritti che ti spetterebbero (di diritto, appunto). Vorrà dire che mi sdebiterò con un lascito a favore dei due Ionni quando sarà tempo (e credo comunque che ben difficilmente sarà un lascito in moneta sonante). E se si accontentasero di un’eredità di affetti? Tu prova a sondare il terreno, quando sarà possibile, poi mi sai dire.

Ordunque, non so se sia sfuggito a qualcuno, ma recentemente si è parlato un pohino di Siena e del suo Monte dei Paschi. Il che, almeno in prima battuta, mi ha portato dritto a rivivere la sola e impagabile giornata senese della mia vita. Ragazzi, chi l’avrebbe detto che quando ci siamo seduti sugli scalini che circondano la Piazza che ospita la megasede della megabanca, di lì a un anno e mezzo sarebbe scoppiata una bomba atomica? Andiamo con ordine, però.

Arrivo in auto, dopo un viaggetto di circa un’ora inframmezzato da brevi soste fotografiche per immortalare le crete senesi e qualcuno dei panorami che coronano la testata di questo blog, Ema trova fortunosamente un buco per piazzare la macchina. Scarichiamo masserizie varie e i complicati mezzi di trasporto di Ionni, gomma del passeggino difettosa compresa, e ci incamminiamo verso il cuore della città. Che mi incanta da subito. Piena di visitatori, turisti, curiosi, estasiati globetrotter, colorata, viva, semicaotica ma straordinariamente intrigante. Non so perché, ma le città, i borghi, gli scorci che mi trasportano idealmente al medioevo mi stregano. Credo che girare per rovine dell’antica Roma o della splendida e affascinante antica Grecia non sappiano darmi le stesse emozioni. Non so perché, e sinceramente mi importa poco saperlo. Ma è così.

Senza perdere uno scorcio, una particolarità, le insegne delle contrade sugli spigoli dei palazzi, arriviamo in Piazza del Campo. Immensa. Lei. Quella vista mille volte alla tibbu in occasione del Palio. Proprio lei. Non vi sto a fare l’elenco delle tappe. Quelle fondamentali credo siano state quella per comperare Panforte e Panpepato, ma non dalla Nannini, che non amo granché e che guadagna già a sufficienza cantando. Poi ha un’orrenda megaarmatura medievale in vetrina che mi è sembrata di pessimo gusto. Per niente “british”. E per procurarci qualcosa da mettere sotto i denti in una panetteria d’angolo, piccola e affollata. Pizza e focacce per tre. Ionni andava ancora a latticini materni. Infatti, provviste alla mano, andiamo a sederci proprio nella piazza che ospita la sede del MPS. Sui gradini. E mostrando scarso rispetto per gli alti papaveri della finanza, noi tre adulti abbiamo cominciato a mangiucchiare come tre svizzeri tedeschi seduti a cavallo della statua equestre di Garibaldi, incuranti delle convenzioni e dello stile inglese. Ionni invece, approfittando dell’offerta del naturale distributore materno, cominciava a poppare come un pascià (forse i pascià sono tali perché toccano loro proprio queste fortune. O è l’inverso?), mostrando più di noi la più completa indifferenza (e disprezzo) per le operazioni finanziarie azzardate e incoscienti che si consumavano dietro quelle mura antiche, ma a pochi metri da noi.

Che dire ancora della magnifica Siena? Che ho comprato un bellissimo ombrello scozzese (non so se sia tipico, ne dubito, ma se è bello è bello e c’è poco da eccepire), un ventaglio probabilmente cinese, ma chissenefrega, quello che avevamo a casa era rotto e uno può sempre servire davanti alla tibbù, d’estate, quando non ti va di accendere l’aria confezionata. E poi… e poi mi sono portato via il ricordo di una città incantevole, unica, magari un po’ sporchina se proprio vogliamo far gli svizzeri fino in fondo. Ma profondamente umana.

E adesso?… Adesso passo alla cronaca. Certamente influenzato dalle fonti di informazione di parte che scelgo di seguire (chi non lo fa alzi la mano), ma anche documentato su fatti che essendo fatti non sono opinioni, congetture, illazioni. Siena sta tremando. Certamente grazie alle operazioni “spensierate” di una dirigenza criminale che dev’essere riuscita in pochi anni a combinare di tutto e di più. Grazie a un sistema occulto quanto semplice per garantire la creazione di fondi di grande portata nascondendoli tra le pieghe di acquisizioni a prezzi fuori mercato. Grazie a uno schieramento politico che ha infettato, pervaso e condizionato ogni attività del territorio muovendo le leve opportune, occupando la stanza dei bottoni, facendo il bello e il brutto tempo, mettendo per iscritto (statuto di MPS) l’obbligo da parte delle sue pedine di versare pesantissimi “oboli volontari” per farsi sostenere e finanziare. Pena la perdita dei privilegi e dell’importante carica aziendale o pubblica. Lo stesso partito politico che oggi, nell’occhio del ciclone, fa dire al suo segretario: «Hanno qualcosa da rimproverarci? Non ci provino. NON CI PROVINO. O li sbraniamo». Alla faccia. Lo diceva anche l’avversario di Rocky, no? «Io ti spiezzo in due». Tipica frase da dialogo democratico in un paese civile. Forse mutuata da Stalin.

Eppure la cosa non mi stupisce, data la profonda stima che ho del personaggio (quello moderno che somiglia a Gargamella). E poi… Vogliamo parlare del cosiddetto Supermario, il salvatore della patria, quello che una settimana fa stava schizzando sull’ultima pagina della sua agendina un progetto d’intesa con quel signore di cui sopra e che oggi lo rinnega, lo sputtana, riconosce apertamente la commistione tra banche e politica che l’altro nega di fronte a un’evidenza imbarazzante?

Credo che Supermario sia davvero un fenomeno. Nel senso che è riuscito nell’arco di un mese a passare da un ruolo di distruttore di un’economia già malata servendosi della spocchia e della supponenza che gli sono innate, oltre che di una totale ed inspiegabile miopia circa i risultati delle sue manovre, a un atteggiamento da politico consumato. Pronto al voltafaccia, al pugnalare alle spalle, al dire e rinnegare, al caldeggiare e disconoscere il proprio pensiero. Insomma, uno di tanti, dei troppi, dei quasi tutti che se vengono fotografati dovrebbero mettersi un cartello per farci capire quale sia il lato frontale e il lato B.

Non c’è tempo né spazio per parlare di tutti gli altri. Che oltretutto mettono sconforto e tristezza anche solo a nominarli. Una sola cosa considero… Supermario non era quello che ci aveva riconquistato credibilità e apprezzamento agli occhi del mondo? Chi lo sa se ha comunicato al mondo che da un anno era al corrente dell’imminenza del disastro MPS ma che non ha mosso un’unghia? Chi lo sa se ha comunicato che dopo aver sparato su un probabile futuro alleato troppo compromesso con la finanza ha anche scoperto (solo perché informato da terzi) che tra i suoi candidati c’è una delle pedine del disastro finanziario cui sto accennando?

Chi lo sa se davvero chi, prima di lui, ha fatto i salti mortali per dare ottime ragioni ai sui detrattori di sputtanarlo e metterlo in ridicolo, alla fin fine era così peggio di lui.

Bella gente, tra meno di un mese ci tocca ancora una volta pescare in questo mazzo di marciume, di lurido clientelismo, di maleodorante fogna fatta di pugnalate alle spalle e di tranelli tesi ad ogni passo nei confronti di chicchessia, ci toccherà scegliere da chi farci governare. Ci avete pensato? Provate a farlo, da qualunque parte stiate. Per una volta chi è ossessionato dall’uno o dall’altro, chi si è eletto un solo ed immutabile nemico da abbattere, da desiderare appeso per le unghie degli alluci o altro, provi a pensarci… Dove andiamo? Che cosa facciamo? Scegliamo il quartetto Ingroia-Orlando-De Magistris-Di Pietro? O Beppe Grillo? Gianni e Pinotto non si candidano?

Credo che un voto dato a Cetto Laqualunque forse sarebbe meglio riposto. fate voi.

Ionnighitar

Questo il mio primo incontro ravvicinato con Piazza del campo.
Questo il mio primo incontro ravvicinato con Piazza del campo.

3N a Milano

neve 2009Non sto parlando della casa produttrice dello Scotch con un errore di ortografia. Tra parentesi, manco so se la 3M sia a Milano o chissà dove. Non è che non ci dorma la notte. Il 3N si riferisce invece a Neve, Natale, Nostalgie, a Milano, intesa come Milano. E tanto per cambiare me tocca da spiegà.

Intanto ci tengo a specificare che la foto che ho messo in apertura l’ho fatta io. Sissignori. Tant’è vero che è firmata lì in basso a sinistra giusto per non fare i pignoli. Potessi fare i pinoli sarebbe meglio, con quel che costano… Oltretutto adesso pare si stia diffondendo un nuovo reato: furto di pigne a scopo di trafugamento pinoli per la rivendita sul mercato nero. Mi viene un pensiero, così, di getto… Ma il mercato nero, il traffico di disperati che cercano anche tra la spazzatura qualcosa da recuperare, che si inventano qualsiasi mezzo e qualsiasi trucco per tirar su un po’ di grano, non era immagine da tempo di guerra? Vuoi vedere che quei cervelloni con il professore (minuscolo) di Varese, tecnici ed espertissimi, per salvarci dalla rovina ci hanno riportato agli anni bui (si era persino parlato di non illuminare le strade di notte, per risparmiare)? Naturalmente NON di tagliare qualcosa dei loro schifosi privilegi.

Come? Chi ha detto «Ma va’..???!!!» Era ironico? Ah, ecco. In ogni modo, io non ho vissuto i tempi della guerra, e sono profondamente consapevole di avere avuto l’immensa fortuna di aver vissuto una fanciullezza e un’adolescenza agiate – e se non dorate almeno argentate. Sto parlando semplicemente di possibilità economiche. Per altri versi i miei diciott’anni non è che mi abbiano riservato una grande gioia… ma lasciamo stare. Tanto per cambiare però ho divagato. E’ che se penso a quei quattro (magari fossero solo quattro) scalzacani spacciati per professoroni della finanza e del tutto, della gestione della cosa pubblica, del qui e del là, mi girano vorticosamente. Faccio solo due esempi e poi archivio l’argomento perché il mio blog non merita di essere inquinato da quella gentaglia e dalla loro celebrazione o dal loro vilipendio…. sììììì vilipendiooooooo!!!!!!!

Uno. Ministro Terzi di sant’Agata. Buffone. Incapace, pagliaccio e senza gli attributi. Ministro degli esteri che da 10 mesi lascia i nostri marò in India, preso per i fondelli anche dagli incantatori di serpenti. Con l’aggravante che non muove un dito. Perché non sa come fare né cosa farsene, del dito. Io un suggerimento da dargli ce l’avrei. Certo, con la faccia che si ritrova poi magari si confonde e si mette a ciucciare il dito. Insomma, è una vergogna nazionale. Poi dicono che la colpa della scarsa considerazione che ci riservano nel mondo è del Berlusca. Chiamarla malafede è generoso. Sul secondo esempio sarò più stringato. Ministro Giarda. Tecnico. Esperto in tagli alla spesa. Assume un tecnico (Bondi) per tagliare la spesa meglio di lui e dopo sei mesi quello ha tagliato al massimo la corda. Perché per il resto nun ze po’. Nun ze riesce. Dice che uniformare la spesa per glia cquisti della sanità non è impresa fattibile. Tanto valeva stesse dov’era. Lui e gli altri pure. Posso dire ma famm’o piacere? Posso. E chiudo. Era passo e chiudo? beh, io posso e chiudo. Non aspettatevi che parli della Fornero perché soffro di nausee post partum (anche se i miei frugolini hanno superato gli -enti).

Allora… Mi sa che anche questo post dovrà avere un seguito quindi parlerò solo della foto. Le altre enne a data da destinarsi. L’immagine, scattata dalla finestra del bagno del mio ex ufficetto-bomboniera… mamma mia che carino che era!!! ha colto gli effetti di una nevicata di un certo spessore, diciamo quattro anni fa a giù di lì. Mi piacevano assai assai quelle bici, il carrello, l’atmosfera ovattata che la coltre soffice trasmette, amplificata da un angolo tranquillo, fatto di silenzio, di pace, di intimità. Ed è in questa immagine che, appunto, si presentano prepotenti due delle enne di cui sopra: la neve, guarda un po’, e la nostalgia.

Ora, che c’entra la neve oggi? C’entra. Perché dalle notizie come al solito allarmanti dei tiggì oggi avremmo dovuto aspettarci una specie di Pearl Harbour della neve, un cataclisma (che si differenzia da un enteroclisma) in fiocchi e coi fiocchi, una tormenta epica che non se la sognano neanche alle falde del Kilimangiaro. E tantomeno a quelle del Karakorum. Infatti ha nevicato. Le strade a Milano sono pulitissime, ci sono le solite odiose pozzanghere che ti costringono al Camel Trophy pedonale ogni volta che devi attraversare la strada e niente più. Cavoli, quelle erano nevicate. Quella del mio ufficetto e quella che metterò in chiusura, riferita a una vera, seria, importante, rispettabilissima nevicata, mi pare nel 1985. La definirei una nevicata con le palle (di neve).

E l’altra enne? Beh, Nostalgia… I due uffici che ho occupato in sequenza dal millenovecento e tot a tre anni fa avevano grandi pregi: uno era più o meno a trenta metri dalla porta di casa. Un disastro la mattina col traffico… L’altro, quello della foto, era a cinque o seicento metri, spanna più spanna meno, e si affacciava su una piazza molto grande, tutta ristrutturata a giardini, con l’erbetta verde e le pianticelle ansiose di crescere. Luce, tanta luce. Per non parlare dei locali, risistemati e tirati a lucido appena prima che io ne prendessi possesso. Quest’ultima parentesi è stata breve. Troppo breve. ma bella in modo indimenticabile. E’ passata, so che non tornerà ma è un ricordo molto caro. Ma per la miseria, me la concederete un po’ di nostalgia, o no?

Ha ripreso a nevicare… Il tiggì già tratteggia scenari da catastrofe. Ma perché, posso sapere il perché ogni cosa ormai debba essere tragicizzata ed enfatizzata in questo modo drammatico? Secondo me la colpa è di Maria De Filippi. Il perché non lo so né mi interessa, ma so che è così. Ormai è certo. prossimamente dovrò parlare di ricordi natalizi che risalgono alla notte dei tempi. Alle notti di natale, ovviamente. Intanto guardatevi che razza di nevicata nel 1985, e se non mi leggerete più vorrà dire che il tiggì aveva ragione e sono rimasto sepolto. A la prochaine.

Ionnighitar

Nevicata 85
In questo caso non si può parlare di quattro fiocchi di neve…

Se non son strani…

Vorrei (più per me che per altro, confesso) riprendere e arricchire il bagaglio di ricordi dei personaggi strani che mi hanno fatto compagnia nel primo tempo del film del mio lavoro. Se poi riesco a concluderlo, bene. Sennò vorrà dire che vi beccherete un terzo tempo. Tanto ormai scrivo romanzi, ma se non altro li scrivo raramente. La Sonia, grande estimatrice di Edmondo Dramocis, l’avete già conosciuta e vi ho dato (per vostra fortuna) solo un’infarinatura leggera della Laura di Piazza Prealpi. Però, scusate se insisto, ma vale la pena approfondire. Non che mi si sia presentata così al momento del colloquio pre-assunzione, ma dopo qualche minuto, il tempo necessario per lei per entrare in stretta confidenza con chicchessia, già si era autodefinita in questo strano modo. Il che, detto tra noi, un po’ mi ha lasciato perplesso, perché mi dava l’impressione di un nome di battaglia adatto a una peripatetica o operatrice stradale del sesso se preferite, con l’aggravante che Piazza Prealpi, soprattutto allora, non è che fosse esattamente un succedaneo di Piazza San Babila o di Via Montenapoleone.

Insomma, la Laura d.P.P. a dispetto delle mie illazioni voleva solo stabilire che lei era una celebrità, una personaggia molto nota, nel bene e nel male, nella sua zona di origine, pur non avendo mai esercitato il mestiere di z…., insomma quello. Capelli rossi, riccia, all’occorrenza una veemenza e irruenza fuori dal comune (ma entro la Provincia), il viso – poveretta – devastato da un’acne giovanile in forma acuta se non dal vaiolo (vabbè, forse questo è troppo), comunque non oso dire che si potesse definire una bellezza mozzafiato. Efficiente sì, però. O comunque più efficiente di chiunque l’avesse preceduta. Non ero abituato a farmi chiamare qualcuno al telefono, facevo tutto da solo. Non ero abituato a che qualcuno si preoccupasse di fare almeno da tiepido filtro alle telefonate in entrata.

Forse per questo con il suo arrivo mi sono montato la testa e ho cominciato a prendere coscienza della mia qualifica di dirigente e, udite udite, a sentirmi ogni tanto ricordare anche che avevo ottenuto un titolo di studio più altisonante di quello della terza media. La Laura d P.P. era una delle poche persone che si ostinava a chiamarmi Dottore. Tanto che le prime volte, quando lo faceva, mi guardavo in giro per capire con chi ce l’avesse. Poi, considerato che in sostanza c’ero solo io, me ne sono fatto una ragione. E’ stata una specie di presa di coscienza. Avevo fino allora sepolto un titolo di cui non mi è mai importato niente ed ero costretto a rispolverarlo per non deluderla.

La Laura con me era diventata una specie di balia-governante-mastino napoletano che dedicava la sua giornata e tutti i suoi pensieri a compiacermi, salvo poi  inanellare, e non troppo raramente, una serie di svarioni e di errori che avrebbe potuto evitare se solo ci avesse messo un po’ meno di irruenza.

Voglio ricordare di lei un paio di episodi, anche se ammetto che a distanza di così tanto tempo non metto bene a fuoco con chi altri abbia lavorato in tandem… Con la Sonia sì, e la faccenda dell’escesso lo dimostra. Poi, quando la Sonia è andata in maternità o si è licenziata, non me lo ricordo, ha gestito come una Frau Blucher (Frankenstein Junior) le avventizie che duravano una, massimo due settimane e che, per rendere giustizia al suo metro di giudizio, avrebbero potuto anche durare di meno. Di una, per esempio, ricordo (vi assicuro che non l’ho assunta) che alla mia domanda: «Quale sarebbe la sua richiesta economica», mi ha risposto: «beh, per centomila non si muove nessuno!!!» Specifichiamo che si parlava di Lire e non di Euro. Ma le ho indicato con grande cortesia la porta. La Laura deve aver fatto il resto per espellerla dal caseggiato.

Di un’altra, sempre in prova, ricordo che per una settimana abbondante ci eravamo accorti, sia la Laura che io, che probabilmente il suo guardaroba era composto da maglioncini, pantaloni e stivai tutti perfettamente identici. O, in alternativa, che non si cambiava mai. Ehm… dopo una settimana circa, appunto,  accortomi che non faceva uso né di deodoranti né (coerentemente) di profumi coprenti, cercavo di evitare che stazionasse più del necessario nel mio ufficio. Ma, timido, non potevo affrontare l’argomento direttamente con lei. Certo è che, appena superato il livello di guardia, aprivo la finestra. E non eravamo in luglio.

Una bella mattina sento voci un po’ sopra il tono normale (il normale per la Laura era quello che si usa in fonderia o sotto la pancia dei quadrireattori in partenza da Malpensa) e colgo la frase: «Ma bestia, ma possibile che non ti puoi lavare? Ma non lo senti che puzzi come una capra? Ma non ti sei accorta che il Dottore continua ad aprire la finestra e andrà a finire che si beccherà anche una polmonite?». Insomma, la Laura con una certa delicatezza ha fatto presente il nocciolo della questione ed ha ottenuto un risultato oltre le aspettative: come? La ragazza si è lavata? ma figuriamoci!!! Se n’è andata. Pare che il posto non si confacesse alle sue aspirazioni (e traspirazioni).

In altra occasione, ma preferirei sorvolare, forse discutendo con Antonio il magazziniere, altro tipino da salotto, alla Laura è scappata un’esclamazione che chiamare esclamazione è segno di grande generosità. Non avevo crocifissi appesi alle pareti. Non era ancora arrivato mio fratello a evangelizzarci tutti. Ma se l’avessi avuto, credo che il Cristo si sarebbe strappato i chiodi dai polsi e dai piedi, sarebbe sceso e avrebbe preso la Laura a calci in ….. a calci, insomma. Giusto per ristabilire un paio di concetti basilari.

Quindi, direte voi, un mastino, una pasionaria, una virago e anche una bestemmiatrice impunita. Una che con la religione i Santi e i loro superiori di grado si sarebbe presa libertà di ogni genere… Nein. Niente di più sbagliato. La dimostrazione? Ve la servo su un piatto d’argento e vi assicuro che non racconto palle.

Dunque, se avete buona memoria saprete che la Laura aveva già zoccolato ed espulso di forza il primo marito… o compagno che fosse, non mi è mai stato chiaro. Durante la militanza al mio fianco aveva però trovato tale Massimo… elemento discutibile ma certamente accomodante e soprattutto remissivo, e da costui era riuscita a farsi impalmare. Se in chiesa in comune o nella sinagoga non lo so, ma insomma se l’è cucinato per bene. E da questa unione è nato un fantolino (poi un altro, ma del secondo non so niente, anche perché a quel punto io me n’ero andato). Vi chiederete…. l’avrà chiamato Mandrake? Zupperman? Cochis? Geronimo, come il figliuolo dell’On. La Russa? Niente di più lontano. Pronti? Vado? Ok.

Bene, il primogenito della Laura d.P.P. è stato battezzato, non senza resistenze da parte dell’officiante, Gisas. Ripeto, GISAS. Gi, I, Esse. A, Esse. Ovverosia la pronuncia perfetta di Jesus in inglese. In onore. Che uno dice, ma a quel punto chiamalo Geova, no? Nossignori, Gisas. Probabilmente l’unico al mondo. Probabilmente rovinato per la vita. Probabilmente oggetto se non di scherno almeno di malcelata curiosità da chiunque abbia e abbia avuto la ventura di chiedergli le generalità. Ma certamente figlio di una delle donne più squinternate che mi sia capitato di incontrare lungo il cammino. Bene, lo sapevo. Ho esagerato. Il che significa che una delle prossime volte vi beccate l’apologia di un altro fenomeno: Salvatore o’Carrozziere, con le zeta dolci da pronunciarsi come nella parola zoccola, guarda caso. A presto.

Ionnighitar