Ai quattro cantoni

Il dado è tratto. Come da precedente informativa, ciò che doveva compiersi in quella Florida parte del Nuovo Mondo, si è compiuto.
Il che implica altresì il compiersi di tutte le attività di contorno, tra le quali la prima in ordine di tempo –  e fondamentale per il dipanarsi degli eventi successivi – è stata, guarda un po’, la partenza.
La quale partenza, come è abbastanza facile intuire, prelude ad un viaggio, un trasferimento, un volo, insomma, a meno che non si voglia viaggiare coi transatlantici alla “Rex”. O più voli, se sono previsti scali. Scali? Beh, non esageriamo, ne è previsto uno solo, e che diamine…
Ma forse è meglio andare con ordine.
Il piano di battaglia, di cui da tempo siamo stati informati, coincide più o meno con quello che l’anno scorso ci portò a rischiare di prendere la tratta Madrid-Miami afferrando coi denti l’alettone di coda. Stavolta però è di più ampio respiro, in quanto la partenza da Linate è fissata per le sette zero zero, quindi con un’ora di anticipo.
Cosa che si traduce, è facile intuirlo, in un intervallo maggiore in cui perderci nelle immense vastità dell’ormai noto e mai abbastanza detestato aeroporto Adolfo Suarez – Barajas. Per inciso, ho preso qualche breve informazione a beneficio di chi legge queste righe e intanto ne approfitta per farsi una cultura: il suddetto, se si considera l’estensione dei terminal e non il traffico aereo, è, ad oggi, l’aeroporto più grande del mondo.
Il che, detto tra noi, non mi allieta nemmeno un po’.
Una delle domande più gettonate in merito ai voli, su internet, credo sia: “Quanto tempo prima devo essere sul pezzo?” E qui si va dall’ora, alle due, alle tre… qualcuno consiglia di pernottare nei pressi dei banchi del check-in perché prima è meglio è.
Noi, che siamo ligi, previdenti, prudenti e, diciamocelo, moderatamente ansiosi, considerato che va considerato anche il tempo per arrivare a Linate, prenotiamo il taxi per le quattro e un quarto. Di mattina? Beh, mi pare ovvio. Arrivare in aeroporto con quattordici ore e mezza di anticipo mi sembrava eccessivo.
Un ragazzo simpatico e ciarliero ci scarica alle partenze dopo poco più di dieci minuti. Io avevo calcolato ce ne volessero venti o venticinque, abbiamo già guadagnato tempo. Sempre meglio.
Le operazioni procedono senza intoppi. Sola cosa strana, mi risultava di dover pagare il bagaglio da stiva e invece a quanto pare la compagnia di bandiera spagnola mi solleva dall’onere, offrendosi anzi di imbarcare gratuitamente anche il bagaglio da cabina, che nei trasferimenti è pratico e gradevole come un fico d’india nei pantaloni. Avranno mica qualcosa da farsi perdonare?
Ho tutto? Ho tutto: passaporti, moduli per ingresso facilitato negli USA, carte d’imbarco. Sia quelle che ci serviranno nell’immediato sia quelle che utilizzerò a mediodìa en España.
Cappuccino, brioche, attesa, attesa, attesa, imbarco. Addio freddo e buio, si va verso il calduccio, anche se per un po’ precederemo il sole che sorgerà alle nostre spalle.
In un battibaleno lungo un paio d’ore abbondanti, ecco là sotto la pista di atterraggio. Sono le nove e un quarto, nove e venti… Aspetta, che idea… Fammi dare un’occhiata alla carta d’imbarco per Miami: magari c’è già scritto il numero del gate, così non sto a perder tempo, anche se di tempo ne devo ingannare almeno fino alle undici. E guardo.
Non c’è scritto il gate. Ma una cosa è scritta bella chiara, in grande, perfettamente leggibile. Ed è l’orario di imbarco: 09.05. Scusi? Come sarebbe a dire? Parto a mediodìa e mi imbarco tre ore prima? Non ha senso!
Non che non ne ha. Infatti l’orario del volo è 09.50! Ma quale nove e cinquanta?
Sul mio piano di volo è chiaro, ci sono il numero di volo e l’orario, a mezzogiorno.
Ora, se ricordate il particolare della dimensione dell’aeroporto e se vi fidate di me, credetemi: neanche zupperman o l’uomo ragno potrebbero andare da un terminal all’altro, compresi dieci minuti di trenino, nel giro di mezz’ora scarsa. Senza contare che io non ho ancora messo piede a terra! Quindi? Quindi, panico!
Camminiamo a passo di bersagliere, ma il trenino lo devi aspettare, le scale mobili non le puoi saltare, i tapis roulants puoi farli a tutta birra, ma non arriverai mai. Questa è la sola cosa assolutamente certa della situazione.
Facciamo una caccia al tesoro per cercare un banco informazioni Iberia. Uno lo trovo e da lì, con un’aria di totale e assoluta indifferenza al mio problema (generato da loro), mi rimbalzano a un altro banco nell’altro terminal. Prima va trovato… Eccolo, andiamo. Espongo un’altra volta la questione. Identica aria di assoluta indifferenza. Vada al banco American Airlines. Perché? Boh. Ma ci andiamo.
Peccato che, se i banchi Iberia erano deserti, questo sia preso d’assalto da una valanga di questuanti. Però riesco ad accennare la faccenda a una hostess di terra che funge da servizio di disordine e vedo un’espressione sgomenta e partecipe sul suo viso: “Miami? Ehm… ma noi… ma… non ci sono voli per Miami.
Eppure uno in tabellone, alle 12, compare. È targato Iberia, ma chissenefrega? È là che io avrei dovuto salire… Faccia così, aspetti dieci minuti e poi troviamo come risolverla.
Il che significa anche che ormai in nessun modo potrei comunque imbarcarmi nemmeno sul volo di mezzodì.
Tocca a noi. Rispiego al banco (per la verità alla signorina dietro al banco) quale sia il problema. Anche lei scuote il capino… Che si fa? Ci pensa… Beh… Sì, potrei mandarla a Miami, il volo parte alla una, quindi ha tempo di fare tutto con calma. Ma il volo va a Philadelphia. Poi lì va a prendersi i suoi bagagli, passa la dogana, l’immigrazione, va nella zona in transito, riconsegna i bagagli, aspetta due ore e mezza e prende il volo per Miami.
Mi/ci cadono le braccia. È la sua risposta definitiva? È la mia risposta definitiva. L’accendiamo? L’accendiamo!
Qui, a onor del vero, ci si mettono in tre a trafficare sui nostri biglietti, documenti e contrassegni bagagli. Telefonano, a quanto pare hanno intercettato le nostre cose, danno disposizioni, massacrano la tastiera, stampano, gettano, ristampano, rigettano (nel senso che gettano ancora)… Ecco qui: tre belle carte d’imbarco nuove di zecca per Philadelpia e altre tre da lì a Miami. Fate buon viaggio! Devo rispondere o lascio che capiscano da sole?
Si vola. Stiamo scendendo su Philadelphia. Sono sicuro che non troverò i bagagli, ma speriamo almeno che loro a Miami, prima o poi, ci arrivino. E qui, ancora una volta, mi rivelo pessimista. Eccoli lì: i primi a spuntare sul tapis roulant. Ci sorridono, ci siamo ricongiunti.
L’aeroporto, se non altro, è gradevole, allegro nell’atmosfera della vigilia di Natale, colorato, accogliente (più di quello madrileno, per lo meno).
Siamo all’ultima tappa. Che scorre via senza intoppi, come l’arrivo e l’accoglienza dei due quasi-sposi che ci depositano comprensivi alla nostra destinazione. Ma che ci hanno considerato di sicuro tre deficienti incapaci di raggiungere la destinazione senza giocare al gioco dei quattro cantoni. Guardiamo l’orologio, vediamo… beh, da casa a casa son ventiquattr’ore. Solo sei più di quanto preventivato. E che sarà mai!
Un’osservazione: credo sia dotato di grande saggezza chi sceglie di non approfittare dei pasti in aereo… Quando va bene fanno schifo. E io sono di bocca buona.

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.