A-Social

E rieccoci dopo una valanga di lune, per non perdere completamente l’abitudine allo sproloquio, per ingannare il tempo (che se c’è uno che non si lascia ingannare mai e prosegue implacabile sulla sua strada è proprio lui, il tempo), per non avere l’impressione (questo riguarda, ovviamente , solo me) di buttare nella spazzatura i pochi eurini per l’ospitalità nello spazio/rete e per l’onore di avere un sito tutto mio, libbero e indipendente.
L’argomento che mi ha spinto a rifrequentare la tastiera l’ho già trattato parecchio tempo fa, anche se ricordo solo in modo vago in quali termini e con quale preciso scopo. Poco male. Se me ne ricordo poco io immagino che gli sporadici frequentatori delle polpette ne abbiano un sentore ancora più diluito del mio. Se invece così non fosse, amen: capiranno che a una certa età ho acquisito il diritto a rimbecillirmi nella giusta misura (più del mio standard, per lo meno) e chiuderanno generosamente un occhio.
Allora. Dal titolo più o meno si può immaginare dove io voglia andare a parare (espressione che molto spesso viene utilizzata da Gigi Buffon). Ho scritto “A-social” giusto per rimarcare la mia profonda avversione, quasi un’allergia, per le manifestazioni di aggregazione, raggruppamento, intruppamento, rioncogl… – ops, scusate – condivisione coatta che ormai sono la nota dominante e caratteristica della nostra società (che poi qualcuno ha il coraggio di definire evoluta).
Basta seguire telegiornali, notiziari di vario genere e provenienza, leggere qualche quotidiano (sono quelle cose di carta, in genere un po’ ingombranti, piegate in quattro e composte da più pagine fitte fitte di parole e immagini che una volta andavano alla grande nelle migliori edicole del regno. E anche nelle peggiori), per rendersi conto di come avanzi silenziosa l’onda di un’imbecillità e di una tragica, devastante, angosciante latitanza di cellule grigie in una purtroppo crescente fetta della popolazione, soprattutto in età adolescenzial/giovinottesca (dove giovinottesca dovete farvelo andar bene sia che riguardi il masculo che la fimmena, con buona pace della sciura Boldrini).
E come risultato di questo deterioramento finisce che sentiamo e leggiamo di notizie tragiche, drammatiche, incredibili, che non sto a ricordare perché fin troppo note e troppo dolorose.
Va bene. Detto questo, la mia intenzione era di riferirmi a fatti molto meno seri, in fondo del tutto innocui, innocenti, immensamente meno devastanti. Ma non per questo, a mio avviso, meno deprimenti.
E ci risiamo: i “gruppi” su whatsapp, nei confronti dei quali ho, chissà come, sviluppato una qualche forma di allergia, sono soggetto a crisi di rigetto, vengo assalito per metà da sconforto, per una seconda metà da incredulità, per la terza metà da incontenibile repulsione. Oh, non che mi facciano o abbiano mai fatto nulla di male, intendiamoci, e per di più, salvo un recente quanto effimero caso che mi ha coinvolto di striscio, parlo in generale, riferendomi a “chat” che non necessariamente sono transitate sul mio telefono. Ma non per questo le trovo meno tristi e deprimenti.
Agli albori (di whatsapp e forse di tutti i “social”, ma anche delle singole “chat”) l’intento è quello di comunicare in una volta sola con una ristretta cerchia di persone per non dover mandare messaggi identici a più destinatari. Saggia scelta, in nome del risparmio energetico, ma solo di quello, visto che il tutto è a titolo completamente gratuito.
Ho visto gruppi di ex compagni di scuola, colleghi di lavoro, ex compagnie di villeggianti, partecipanti a una gita, a un evento, a una cena… Di tutto un po’, insomma.
Ma questo, come dicevo, è solo l’inizio. È dopo un po’ di battute che la faccenda degenera e cade tristemente del ridicolo, nello stantio, nel festival delle ovvietà e delle inutilità.
Qualche esempio? Difficile, data la quantità di casi, ma, prendendo a caso gli accordi per una cena, dopo gli ovvii “ok, grazie”, “ci saremo”, “volentieri, che bella idea”, partono senza controllo le considerazioni fuori tema di cui, ma parlo per me, sia ben chiaro, non riesco a capire come possa importare a qualcuno, sia pure del gruppo. E allora, ecco spuntare: “mi raccomando, Amalasunta, porta le foto del tuo viaggio a Cesano Boscone”, seguito da “accidenti, così mi sentirò la reginetta della serata”, coronato da un bel “certo cara, porta scettro e corona”. E qui a me cascano le rotule. Persone adulte, munite di licenza media, anche superiore, a volte laureate (non è una garanzia, comunque), che si sforzano di trovare la frase originale, la battuta simpatica, la frase ad effetto per mostrare al gruppo quanto brillanti sappiano essere all’occorrenza (ma a che e a chi occorre?).
Mi è capitato di declinare l’invito a una cena che presupponeva la mia presenza come conditio sine qua non. Invito diramato prima di interpellarmi e sentire il mio parere che, per motivi miei, era negativo. Lo comunico, scusandomene, educatamente ma inequivocabilmente, più o meno dieci minuti dopo la chiamata alle armi. Risposta angosciata (sempre via whatsapp, naturalmente): “ma io ormai ho mandato l’invito a tutti” (grosso modo sei persone). Mi spiego? È chiaro il concetto? Oh. Ragazzi, ho mandato l’invito via whatsapp, è una faccenda che impegna non poco, come faccio adesso a disdire? Non vorrei rompere qualche amicizia, per questo! Ma vogliamo provare a far finta di essere seri?
Altro caso, non mio: un gruppo di lavoro, creato per comunicazioni di servizio, tra professionisti e loro stretti collaboratori. Uno di questi va in ferie una settimana. Ovvio che cominciano i “beato te”, “goditela”, “mannaggia che invidia”, che logicamente vanno ad infestare i telefoni di ogni componete del gruppo. Pazienza. Poi lo sfortunato vacanziere rientra. E allora: “È tornato Asdrubale”, “evviva, che bello, ancora tra noi”, “oh, lazzarone, bentornato” e qualcuno, forse perché a corto di parole, ma che non può essere da meno nel rimarcare la propria presenza, imbastisce un bel messaggio con quattro vigorosi battiti di mani. Adulti! Laureati! E, soprattutto, dimentichi del fatto che in origine il gruppo doveva servire per comunicazioni di una certa importanza, anche se non necessariamente drammatiche.
Mi fermo, perché più ci penso meno riesco a capire, non diciamo a condividere perché sarebbe un controsenso. Ma resto perplesso. E non voglio adeguarmi.
Quindi mi auguro che, come è successo in un passato molto recente, nessuno si offenda se mi vedrà abbandonare alla velocità del fulmine un gruppo appena creato nel quale io sia stato inserito. Scusate, ma proprio non posso. E non voglio, anche perché mi conosco molto bene e di fronte a certe devianze so che finirei con lo scrivere: “scusate, solo per pura curiosità, ma siete diventati tutti scemi”?
Se qualcuno volesse offrire il proprio contributo a questo argomento me lo faccia sapere: possiamo sempre creare un gruppo dedicato su Whatsapp.

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.