Vocazione: concierge

Premessa: il termine francese concierge non corrisponde esattamente a ciò che intendo. Avrei dovuto scrivere “gardien”, ma non rendeva. E poi quello che conta è quello che ho intenzione di rispolverare, quindi avrei potuto benissimo scrivere «Vocazione: top model», che faceva lo stesso.

Seconda premessa (oggi cominciamo bene, il buon giorno si vede dal mattino!!!): quando penso a una simbolica figura di custode di palazzo, o portinaia, o portiera che dir si voglia, va a sapere perché, mi viene in mente un telefilm della serie del Commissario Maigret, con una donna di una certa età, grembiulone, vestito a piccoli fiori (in bianco e nero), che spunta da una portineria dotata di finestra che dà sull’androne o nell’immediata vicinanza delle scale, e che caccia fuori il naso per vedere, sapere, indagare, assorbire, catalogare e incamerare informazioni, notizie, dettagli e, soprattutto, illazioni, per poi farne un uso smodato nelle sue ricostruzioni della verità ad uso di chi le starà ad ascoltare.

E queste verità saranno dieci, venti, trenta, tante quanti saranno gli interlocutori, ai quali riserverà un nuovo particolare, una confidenza, un dettaglio che dirà di avere nascosto persino a lui, a Maigret, per poi negarlo una volta presa in castagna. Ecco. In linea puramente teorica per me questa è la figura della concierge (licenza poetica).

Poi, a guardar bene e facendo eccezione per la moda recente di avere custodi di ogni razza colore e religione, ciò che a mio avviso ha sempre accomunato tutte le tipiche custodi di palazzi italiane sono due elementi imprescindibili: un nome il meno comune possibile, tipo Mercedes, Gaetana, o Clodolinda, e una innata, spasmodica, frenetica, incontrollabile curiosità. Un’esigenza fisiologica di ficcare il naso negli affari altrui (per mestiere, per carità). dato che il caso ha voluto che io fossi milanese di nascita e di formazione, ho però sempre associato al concetto di “purtinara” un nome in particolare. La sciura Pina. Da non confondersi, per carità, con la Pina moglie del ragionier Fantozzi, che ha tutt’altra statura e tutt’altro spessore.

Un po’ di anni fa, quando ancora non avevamo dei figli tutti nostri, li prendevamo in prestito dalla sorella di C., che tanto ne aveva tre e poteva anche accontentarsi di mollarne qualcuno a noi, almeno saltuariamente. Ovvio che, essendo noi ancora poco pratici nella gestione di fantolini, ci venisse assegnata di preferenza la maggiore della nidiata. Probabilmente si supponeva potessimo fare meno danni.

Ecco, qui i due discorsi finalmente si intrecciano. Non perché la bimbetta studiasse da purtinara, ma perché era dotata di una curiosità incontrollabile e a volte inquietante, che simpaticamente ti metteva con le spalle al muro e ti costringeva a sottoporti a una specie di terzo grado (dai, sapete/sai che esagero) per soddisfare tutte le sue domande, le sue ficcanasate, le sue curiosità. E’ da lì che ho avuto l’ispirazione di ribattezzare la bimbetta, che peraltro si fregia in realtà di uno dei nomi più belli nella mia scala delle preferenze, chiamandola sempre e soltanto “sciura Pina”. E, probabilmente, facendomi detestare (allora), perché un bambino difficilmente capisce quanto cretino possa essere un adulto nel perseverare in un suo personale scherzo. Forse lo comincia a capire e giustificare quando si avvicina a piccoli passi anche lui/lei all’età adulta. Ma in compenso si è sorbito una manciata di anni in cui l’avrebbe volentieri messo al rogo.

Sta di fatto che la sciura Pina, o Pina o Sciurpi, era bersagliata da questo nomignolo ogni volta che faceva una domanda, se non addirittura ogni volta che apriva bocca. Povera… mi sa che dovrei chiederle scusa, eppure… adesso che è passato tanto tempo, qualche indizio mi fa intendere che in fondo ci si sia affezionata. E che in questo mio chiamarla Pina, se legge tra le righe – e so che sa leggere molto bene tra le righe – può intravvedere tutto il bene che le ho voluto e che le voglio, come se davvero fosse non solo una nipote ma una figlia (in comodato d’uso).

Mi torna in mente un altro particolare aberrante: credo di averla sfinita, durante i pranzi o le cene, soprattutto a casa dei nonni, chiedendole sempre e con un’ostinazione degna di un soggetto autistico, i nomi dei laghi lombardi. Credo che adesso sappia molto bene qual’è il Lario, il Benaco, il Verbano. E non voglio dire che sia tutto merito mio, ma una buona parte di colpa so di averla.

Ecco. Dovevo raccontarne, non era giusto tacere la faccenda della sciura Pina. Per tanti motivi. Per ricordare a me stesso un affetto grande che è rimasto e che ho forse ritrovato ancora più saldo e rassicurante. Per ricordare a lei, che se anche noi siamo qui, in un posto che riesce ad essere sgradevole anche quando c’è il sole, la pensiamo un sacco di volte, e con una buona dose di invidia, lei che sta a un passo da uno dei luoghi più incantevoli che io abbia visto.

E per ragionare sul fatto che in fondo, anche se adesso che è bimamma mi fa venire in mente tutto meno che una sciura Pina, mi intenerisce pensare a com’era, non perché fosse migliore, ma per uno strano concetto che non so esprimere ma che ho tuttavia ben chiaro: è partendo da quella piccola, deliziosa sciura Pina che, passando in mezzo a sofferenze, dispiaceri, delusioni, fatiche, sacrifici, l’evoluzione ha voluto che il bruchino diventasse una farfalla, che trovasse il suo posto nel mondo, che riuscisse anche a snocciolare due meraviglie che già conoscete: Ionni senior e Ionni iunior. Non credo che, anche mettendosi d’impegno, avrebbe potuto fare qualcosa di più grande, di più bello, di più importante.

Mi sto chiedendo, prima di abbassare la saracinesca, se sia possibile trovare due piccole divise da concierge in versione maschile, questa volta nella vera accezione del termine, per i due piccoli Ionni. Vuoi mettere piazzarli dietro la reception del Ionnihotel val d’Orcia? Oddio… se devo far loro un augurio forse preferirei vederli sulla poltrona della direzione del medesimo Hotel. Poi la divisa da concierge potrebbero sempre mettersela per gioco, per ricordare le tradizioni della loro mammina.

Un bacio, a tutti e tre

Ionnighitar


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