Verso Bologna

Chi l'avrebbe detto? Anche questa è Bologna

Tutto pronto o quasi. Domani sul presto, verso la una e mezza due (13,30 – 14,00), trasformata la potente ammiraglia in capiente TIR stivandola, nell’ordine con: mobile/ghiacciaia in legno da riattare a madia, poltrona tipo sdraio, di design, con cuscinone imbottito colore giallo zafferano, aspirapolvere a uovo completo di accessori (senza scatola perché non ci sta), una molla per camino epoca 6/700 e, mi pare, nient’altro, ancora una volta prenderemo la via per Bologna. C’è il particolare di dove metteremo gli spazzolini da denti, la dotazione minima di mutande, calze, t-shirt notturne, rasoio, asciugamani, lenzuola, magliette o camicie, jeans e almeno un golf di scorta, spero niente scarpe… Se però studiamo le cose a dovere, nella ghiacciaia ci sta un saccco di roba. Lo spazio va sfruttato in modo scientifico e non sprecato senza criterio.

L’autostrada del sole, si sa, è una delle cose più noiose che la scienza viabilistica abbia potuto concepire. La sola cosa che può tenere desta l’attenzione è il segnalino fastidiosissimo del navigatore che ti dice che stai arrivando a un rilevatore di velocità. E lì mi piace ammazzare la noia guardando sul display, o almeno cercando di intuire, la velocità di crociera, il limite da non superare e poi, al centro e in basso, tutte quelle informazioni preziosissime che ci danno l’idea di dove siamo, dove andiamo, quanto ci mettiamo, chi siamo, cosa vogliamo… Come si faceva nell’era pre-navigatori?

Se non altro si affrontavano le rotonde (poche) senza calcolatrice o briciole di pane tipo Pollicino alla mano, per capire quale uscita fosse quella giusta. Adesso entri in una rotonda e il panico ti assale: prendere la terza uscita. Già, ma quella da dove vengo la conti come numero uno? E quella che sembra una stradina a destra ma è un deposito di copertoni per scaldare all’uopo le peripatetiche nella stagione invernale è la numero due? e poi, possibile, porcazza la malora, che ogni due per tre tu, lurido pezzente di un navigatore e i cartelli piantati agli angoli, un po’ di sghimbescio, in numero non inferiore a venti ma non superiore a settanta, per non creare confusione, dobbiate essere in totale disaccordo? Tu mi dici gira di qui e il cartello “tira dritto”, e viceversa. Il massimo si verifica quando, in prossimità dell’uscita che devo prendere, dalle parti della fiera di Bologna, il catorcio mi dice “uscita” una sessantina di volte, a intervalli di circa quaranta centimetri e poi, appena la imbocco… «Fare inversione a U». Giuro. Inversione. Ma come sarebbe inversione, sulla rampa di uscita dall’autostrada? e cosa faccio, rientro contromano e torno a Milano?

La prima volta confesso che mi ha preso il panico. Ero stato da quelle parti molti anni prima, per lavoro, non so più nemmeno io dove, ma certamente non in città. E allora credo che tutto il quartiere della fiera (discretamente orrendo e inquietante come, credo, qualsiasi quartiere fieristico moderno) non era nemmeno allo stato di progetto. Quindi, uscito con l’ordine di tornare immediatamente sui  miei passi, ho dovuto disobbedire perché mi sarebbe seccato provocare un frontale e sono andato avanti imperterrito. Dopo una serie di finte del navigatore con la complicità di una nutrita serie di rotonde mi sono trovato in un vialone alberato e finalmente ho capito. Era lì, dopo un paio di chilometri di percorso zizgagante, curve, svolte, immissioni e incroci, che mi si presentava la prima, sola e giusta possibilità di fare inversione e andare verso la meta sospirata.

Una volta superato il trauma, tutto sommato, sempreché io abbia capito bene, Bologna non è poi così impossibile da girare: basta proseguire ad anello sulla serie di viali che più o meno la circondano tutta e si trovano tutte le porte che, appunto, ti portano nel centro. Peccato che non si possa. O meglio, si può al sabato, ma gli altri giorni si è soggetti a un balzello pesante. Cosa che, tutto considerato, non è nemmeno sbagliatissima data la conformazione della città. Sì, perché si tratta di un dedalo inestricabile di viuzze viettine e vicoletti, non esclusivamente, ma comunque in numero consistente, dove a volte mi chiedo come facciano a passare i bolognesi con i loro SUV che là sembrano ancora più grossi dei nostri (nostri si fa per dire… dell’ammiraglia si può dire tutto, ma certamente non che sia un SUV).

Ecco, una volta arrivati a Bologna, una volta deciso che non ti va di farti salassare e quindi resti fuori dalla cerchia, una volta che hai capito che in fondo, essendo città a misura d’uomo (grassottello) la puoi anche girare a piedi se hai scarpe comode e gambe disposte a faticare, in quel momento capisci anche un’altra cosa: andare in macchina a Bologna significa volersi far del male. Per carità, se uno è disposto a cuor leggero a stampare moneta di continuo per alimentare i parchimetri che di questo passo metteranno anche quando sei fermo al semaforo, tutto va bene. Se cerchi un buco, ma anche piccolo, ma anche un po’ decentrato, per lasciare la macchina aggratis… beh, comincia a girare. Quando vedi il cartello Rovigo fermati e chiedi. Qualche possibilità ce l’hai, forse.

Ecco, so già che tutto questo mi aspetta domani, a Bologna. E andrò di sabato perché devo scaricare il piccolo TIR il più vicino possibile a casa di Giaco, che sta in centro. Questo non vuol dire che una volta là troverò dove fermarmi per dieci-minuti-dieci, ma vedremo. Poi… Beh, poi saremo là fino a martedì mattina, quando non avrà più senso restare in quanto lui lavora. Sì. Anche il primo maggio. Vorrà dire che nei tempi morti, quando lo aspetteremo sabato sera e domenica mattina prima che si goda il suo giorno e mezzo di riposo, girerò Bologna (a piedi) per incamerare impressioni fresche, magari un paio di foto e preparare nuovo materiale per le mie farneticazioni.

Ionnighitar

Qui abita Giaco. Dove parcheggio? Nei cassonetti?

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