Ventuno – La meglio gioventù

Sul sagrato della chiesa di Viggiù, finita la messa, si ritrovavano infatti  i villeggianti di tutte le età e di tutti i sessi (allora ce n’erano solo due conosciuti e riconosciuti). Era ogni volta una specie di rendez-vous, di riunione collegiale, con capannelli di famiglia, di amici, di amici di famiglia e di famiglie amiche.
I più mondani, ed è superfluo dire che io mi ci intrufolavo al volo, guadagnavano, rintronati dal suono delle campane più violente della storia della campaneria mondiale, la via della piazza, quella che a suo tempo era pavimentata a ghiaia e aveva una balaustra comodissima per sedersi a chiacchierare intorno all’aiuola quadrata ai piedi della statua del Garibaldi. Come tutte le cose anche la piazza ha attraversato diverse fasi evolutive, sempreché si possano definire evolutive e non regressive. Ai tempi della mia fanciullezza/ragazzinaggine il fermento della vita trovava il suo centro di attrazione nel bar gestito dalla Maria, dalla Mariella e da un cameriere dalla capigliatura molto rada. Le due signore, invece, i capelli li avevano tutti. Non ho mai capito quale fosse una e quale l’altra, ma erano decisamente un’istituzione. Una delle due (e dai, come volete che faccia a dirvi quale se non le distinguevo?) aveva una voce profonda, da fumatrice incallita e come tante signore di quelle parti un savoir faire che a volte suscitava qualche perplessità. Di lei è rimasta famosa un’uscita: chissà come, per qualche gioco radiofonico a premi, capitò che rispondesse al telefono e si sentisse dire: “Buongiorno, sono Mike Bongiorno (era vero)”. La risposta? “Sì, ciao. E io sono la Wanda Osiris che scende dalla scala”. Oltretutto il bar era al piano terra e non presentava scale di sorta.
Con una certa dose di fortuna era facile riuscire a farsi offrire l’aperitivo, fosse stata anche una gazzosa, da qualche zio: più frequentemente lo zio Giorgio o lo zio Silvio che raramente mancavano l’appuntamento. Lo zio Giorgio, poi,aveva una specie di succursale del suo “ufficio” a un tavolino d’angolo nel bar, nel senso che si ostinava a sedersi con gli stessi tre compagni e si faceva spennare regolarmente giocando a scopa. Ma era felice.
La presenza contemporanea di tutte le compagnie faceva sì che in un certo qual modo, forti anche delle frequentazioni della piscina o dell’incrociarsi qua e là causa infiltrazione di fratelli o cugini nelle categorie superiori, ci fosse uno scambio, per lo meno, di saluti anche con ragazzi e ragazze molto più grandi di me. Uno di questi lo ricordo in modo particolare perché aveva una Vespa. Ai tempi forse l’unico. E qualche volta mi portava da casa a Viggiù o viceversa, così, giusto per farmi fare un giretto. Forse esagero. Forse è successo una sola volta. Però, ragazzi, evidentemente la cosa mi ha colpito al punto che me lo ricordo ancora.
Col passare del tempo parecchi di questi “allora ragazzi” sono diventati personaggi importanti, manager/politici (il vespista, per esempio) o chirurghi di chiara fama. Ma, bene o male, sono sempre rimasti legati, almeno un pochino, a Viggiù.
Noi, cioè quelli della mia compagnia, inizialmente quattro o cinque se andava di lusso, poi qualcuno di più, ce ne stavamo lì in piazza, a guardarci intorno, dire quattro scemenze, programmare il da farsi della domenica pomeriggio. Che in fondo, nella stagione estiva, finisce con l’essere il giorno più noioso e vuoto della settimana. Poi, un po’ alla spicciolata, coi mezzi più diversi, ci disperdevamo per raggiungere la nostra tana e pranzare in famiglia.
Nei giorni feriali, invece, salvo onorare il sacrosanto appuntamento con le acque della piscina, finivamo spesso al tennis delle sorelle P., per fortuna facenti parte della mia compagnia. Oddio, per la verità c’era il rischio che ci finissimo tutti i giorni, a casa loro, ma il tennis era un’altra cosa. Non che giocassimo per forza, sia chiaro. Magari eravamo in troppi e fare i turni era fastidioso. Magari c’era qualche giocatore più “anziano” e avevamo soggezione nel chiedere loro di farsi da parte. Oppure, come è il mio caso, non essendo nati per il gioco del tennis, anche lo stare sulle panchine a bordo campo a prendere il sole e guardar per aria era comunque un diversivo. Evitava sudate, affanno, ma soprattutto la figura da cioccolataio (svizzero).
E poi, come ho scritto in un post chissà quanto tempo fa, le sorelle P. rappresentavano una forte attrattiva. Cioè, per essere più precisi, una delle due sorelle rappresentava un’attrattiva. Per me. Solo che non avevo ancora raggiunto l’età della ragione e mi nutrivo di amore platonico. Talmente platonico da ritenere addirittura superfluo farlo sapere alla controparte. La quale controparte, per la cronaca e come ho già scritto, si chiamava, anzi si chiama perché per fortuna da qualche parte del mondo è ancora in vita, Maghina. Esattamente così. Anche se sulla carta d’identità si può di sicuro leggere Marina. Ma siccome ha sempre avuto una erre che non si può nemmeno chiamare francese, perché è più una “gh” che una “rrr”, ne consegue che si chiamasse Maghina.
Che strana cosa, però, a pensarci. Nella nostra compagnia non è che siano nate particolari intese o amori o amorazzi anche solo stagionali. Beh, qualcosa sì, è vero, ma poca cosa. A stretto rigor di termini tra noi ricordo solo una coppia formatasi all’interno del cerchietto magico: un ragazzo un po’ sopra le righe (anche sopra i quadretti direi) che viveva là, figlio del medico condotto, e una bellona milanese che, forse per mancanza di valida concorrenza o per abilità nel promuoversi (self-promoting), passava per essere, come direbbe uno svizzero, “ul tip-top”.
Cosa doveva fare quindi un poveretto che, per tradizione di famiglia o per lo meno di una buona percentuale della famiglia, doveva cercarsi tra quelle colline la persona giusta per passare alla fase della maturità e poi, se va bene, proseguire ad libitum?
Dopo averci pensato un bel po’ e aver concluso che se avessi rivolto le mie attenzioni anche alle generazioni più “nuove” delle mie avrei rischiato, un sacco di anni dopo, di avere una moglie più giovane dello standard, approfittando di una inspiegabile caduta delle barriere tra una compagnia e l’altra, ho trovato una soluzione che accontentava tutti. Beh, per lo meno accontenta me, poi… non sono io a poter giudicare.

Ionnighitar


2 thoughts on “Ventuno – La meglio gioventù

  1. Guido Rispondi

    Davvero molto self-promoting la ‘bellona’ (??)
    Sempre molto belli i pezzi, anzi decollano man mano. Visto con piacere che un paio di spunti li hai usati, mi chiedevo se, dopo aver parlato della Casetta, valesse la pena di mettere qualcosa della ‘legnaia’ di casa C, dell’atmosfera trasgressiva , ancora (??), del ‘fumo libero’. Vero ,era più una cosa del cucciolo di casa C, ma iniziavano le contaminazioni delle varie compagnie..

    1. ionnighitar Rispondi

      Grazie 🙂
      La soddisfazione maggiore è leggere che apprezzate quello che riesco a ricordare e scrivere.
      Sulla legnaia… non so. Io ne sono stato toccato solo di striscio e di riflesso, a voler guardare bene. Era per i più giovani (te o la mia consorte, per esempio) anche se, forse proprio per voi due, la contaminazione di cui dici ha investito anche me. Ci penso. Intanto metto in cantiere altro, ce n’è finché si è stufi. Basta riuscire a ricordarsi tutto. Grazie.

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