Ventotto – Un salto nel passato (remoto)

Ho voluto specificare remoto, nel titolo del post, poiché nel loro piccolo anche i miei ricordi campagnoli sguazzano nel passato. Già, anche perché, se così non fosse, sarebbero cronaca o vaticini, a seconda che si riferissero al presente o al futuro. Mii, che pignolo! Vabbè. Comunque, se diamo per assodato che i miei si riferiscano a un passato che, in fin dei conti, è decentemente prossimo, qui affronteremo un passato ben più passato. Devo confessare che sarei stato tentato di scrivere trapassato, ma sinceramente non mi sembrava molto carino, dato che le persone cui mi riferirò non sono più tra noi. E metterci come cappello proprio la parola trapassato avrebbe potuto passare per un gioco di parole di dubbio gusto. O no?
Un po’ perché sto ancora navigando tra le diramazioni delle famiglie, un po’ perché abbiamo parlato quest’estate di fotografie meravigliose rinvenute chissà dove, sta di fatto che mia cugina Luisa, che qui ringrazio pubblicamente, mi ha mandato un ciddì con un bel numero di immagini in bianco e nero che è riuscita a far digitalizzare partendo da quei vetrini a doppia immagine, antenati delle diapositive, che si dovevano guardare con un visore speciale. Sono quasi sicuro che si chiamino immagini stereoscopiche, ma credo che se anche si chiamassero Guglielmina sarebbe la stessa cosa. Quel che conta è il concetto.
Ieri sera dunque arriva il ciddì, spedito per posta (tra parentesi le poste italiane hanno funzionato, ci sarebbe da scriverci un post appost) e mi metto subito a scorrere le immagini, curioso come una scimmia. Alla prima che apro, va a sapere se è destino, coincidenza o il caso, resto colpito da un viso che mi è più che noto. O meglio, mi era più che noto. E da un altro, accanto, che ho sempre e solo visto incorniciato in una fotografia sul cassettone della mamma. Possibile? La zia Clara con suo marito, che non ho fatto in tempo a conoscere. Beh, possibile. Cosa c’è di strano? Di strano c’è che la zia Clara, guarda un po’, con la famigliona di cui stiamo parlando non c’entrava un accidente. O meglio, c’entrava sì e no. È vero che era amica di una mia zia facente parte della tribù ed è altrettanto vero che è diventata mia zia in quanto la minore delle sue sorelle ad un certo punto ha pensato bene di sposare il mi’ babbo e di mettermi al mondo. Ma se torno indietro con la memoria, devo dire che da quelle parti personalmente ce l’avrò vista al massimo quattro o cinque volte. E dunque? La spiegazione non può essere che quella di una specie di festa o scampagnata o quello che volete voi, tenutasi nel giardinone, cui hanno partecipato, come è discretamente ovvio, anche persone non così strettamente connesse alla famiglia. Sono sicuro di averci azzeccato, anche perché, lo devo confessare, il titolo che Luisa ha dato alla cartella di questa serie di foto è: “Gita a Clivio 1925”. E io, attento e perspicace, ho dedotto.
Quello che mi dispiace è che in questa serie di istananee ci sono un sacco di persone che non so chi siano ma che mi piacerebbe riconoscere o, più correttamente, cui dare un nome. Ma a chi lo vado a chiedere ormai? Quello che è certo è che in qualcuna si riconoscono scorci di quel giardino più volte descritto tra queste righe, con particolari che mi hanno fatto sorridere. Per esempio, un paio sono state scattate intorno al tavolo di pietra alla casetta, ed hanno sullo sfondo il famoso silo (o silos?) di cui mi sono ricordato per puro caso tempo fa. Ed ho pensato, guardandola, a quanti pranzi, merende, cene, castagnate, sbevazzate sono stati consumati su quelle pietre e da quante generazioni. Già, perché quando mi sono messo a pensare alle nostre, di cene alla casetta, tutt’al più poteva venirmi in mente che ci fossero stati i mei fratelli coi loro amici, qualche anno prima. Ma, un po’ da scemo, lo ammetto, mai avrei pensato ad allegre compagnie coi nonni e i loro ospiti che libavano e gozzovigliavano come avrebbero fatto molti anni dopo i loro nipoti.
Oddio, non proprio nello stesso modo, devo dire. Già, perché mi sono accorto di un grande cambiamento avvenuto nei costumi. Ho trovato davvero tante fotografie del mio papà e, se non consideriamo quelle scattate prima dei quattordici anni, non ce n’è una in cui non compaia con giacca e cravatta. Roba da matti. Non sto scherzando: ce n’è una in cui tiene in braccio una grossa gallina bianca, probabilmente una campionessa di produzione ovicola, elegantissimo e inappuntabile, con giacca e cravatta, appunto. E un paio di altre in cui tira di scherma non so con chi (e mi piacerebbe saperlo) in cui la giacca è stata, per motivi pratici, accantonata. Ma la cravatta, quella, mai. È lì, forse a servire da scudo alle possibili stoccate dell’avversario.
Come faccio a parlare qui di tutte quelle che ho trovato? Impossibile. E improponibile pubblicarle. È una mia scelta. Non rischierei alcuna tirata di oreccchie da parte del garante della pràivasi ma è una mia scelta. Se ci sono persone, non devono essere riconoscibili, o per lo meno non devo averle riconosciute io. È tassativo.
Devo dire però che ne ho trovate tante che sono delle piccole grandi opere d’arte. Potrebbero stare tranquillamente in una mostra di immagini del primo novecento e qualcuna essere apprezzata per la poesia della scena ritratta.
Ne ho scelte due da dare in pasto al pubblico: una è quella che ho messo in apertura del post e vede (nella mia interpretazione) due bimbette che si avviano verso la scuola, a Milano di sicuro ma non ho capito dove. La trovo stupenda. Vittorio De Sica non avrebbe potuto trovare di meglio. Poi si scoprì che le bimbette avevano diciassette anni, ma la moda era quella che era.

asino-e-ceste
La seconda, eccola qui sopra. Potrebbe starsene tranquillamente senza commento. Chi lo sa chi sono i personaggi ritratti… Probabile che almeno uno sia uno zio (parlo dei passeggeri). Sul signore in completo, con cravatta, ho un sospetto molto ma molto vago… non voglio azzardare ipotesi, ma potrebbe essere qualcuno che mi è stato davvero molto caro. Però le date (presumibili) non coincidono con le mie ipotesi e quindi lascio perdere.
Quello che mi piace in modo esagerato è il pilota. Immagino fosse un contadino, viso cotto dal sole e mani forgiate dalle più dure fatiche. Ma meravigliosamente dignitoso nella sua tenuta elegantissima con camciola a manica tre quarti, comoda, collo alla coreana, pantalone a vita appena appena alta trattenuto da un signor paio di bretelle. E baffetti da sparviero. Sullo sfondo, e purtroppo si vede troppo poco, la casa della nonna. Grazie Luisa. Questo è un viaggio nel viaggio, di cui ti sono debitore.

Ionnighitar


2 thoughts on “Ventotto – Un salto nel passato (remoto)

  1. Guido Rispondi

    Uno è’ lo zio Giorgio…

    1. ionnighitar Rispondi

      Un consulto familiare ha decretato così. E Luigi (pare) il conducente. Buio totale sul signore elegante a sinistra del mulo.
      Le bimbette, quasi certamente, la tua e la mia mamma in Piazza Sant’Ambrogio.

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