Ventitrè – Sulla dura pietra

Chissà perché, mi sono messo a pensare a tutti i sedili e sedilini in pietra disseminati in giardino o in cortile. E ho cercato di ricordare se e quanto mi sia seduto qua e là nel corso degli anni, incurante del fatto che una poltroncina bene imbottita sarebbe stata più comoda.
Si vede che sin da allora, nonostante nei primi anni della mia esistenza fossi dotato di un fisico snello (poi ho perso quella brutta abitudine), avevo un posteriore sufficientemente imbottito così da sopportare senza fatica anche le soluzioni meno confortevoli.
Ho già ricordato le due bocce di pietra ai piedi del cancello di ingresso, che dalla strada portava al cortile del pozzo. Lì, un po’ a turno, Enza, Giulia ed io (si noti la raffinatezza della mancanza dell’articolo determinativo) dobbiamo aver passato complessivamente qualche settimana. A fare che? A guardar per aria, a chiacchierare, a guardar passare la gente, a far merenda, ad aspettare l’arrivo di qualcuno, genitore, zio o zia che fosse. Un po’ come le guardie di Buckingham Palace, solo che noi non avevamo il colbacco di pelo d’orso. Nemmeno d’inverno. Ma d’inverno credo che, scomodità a parte, lo star fermi lì ci avrebbe procurato i geloni alle chiappe. Magari ad aspettarci a vicenda mentre uno di noi era entrato a fare acquisti nel negozio della Fiora. A parte i famosi ossi di prosciutto di cui di tanto in tanto venivo gratificato, in genere si trattava di Golia vendute sfuse, caramelle di menta bianche tipo le Polo ma senza il buco, la collaudatissima magnesia effervescente per merenda o qualcosa per casa che ci era stata commissionata dalle alte sfere. Pagamento a mezzo libretto blu con dorso nero.
In cortile, invece, il sedile più gettonato era il gradino alla base del pozzo. Lì c’era posto per due o anche per tre, bastava stringersi un po’. Era diventato quasi lucido per l’uso e dava una visione panoramica sulla porta della casassa o, in caso di presenza del mio papà, sulla fiancata della Giulietta. Quella che lui sosteneva andasse a benzina, a differenza dell’altra (sua nipote), che invece diceva andasse a pastasciutta. Difficili da confondere, in effetti, anche perché difficilmente mia cugina Giulia si parcheggiava sull’acciottolato e tantomeno metteva in mostra la sua fiancata.
Volendo, da quelle parti ci si poteva sedere anche sui gradini grigi dall’aria semimoderna, tristissimi e gelidi, senza un’anima, che portavano alla loggia, dalla quale si aveva accesso a casa nostra o dello zio Carlo. Ma erano, appunto inospitali. C’era di meglio, decisamente.
In giardino invece le possibilità di seduta si sprecavano. Appena usciti dalla porta in ferro e vetri verde (la parte in ferro, i vetri erano trasparenti) abbandonando il portico di passaggio, sulla destra c’erano i gradini che scendevano dalla sala della nonna, con due specie di larghi e tozzi corrimano ai lati che funzionavano benissimo da sedile. Lì c’era solo l’imbarazzo della scelta: corrimano destro, sinistro, o i tre gradini. Crepi l’avarizia.
A un tiro di schioppo, in pineta, il tavolino tondo col seggiolino, sfruttabili in mille modi. Un po’ piccolo, in effetti, e con una sola seduta. Ma per un tè veloce preso in due andava più che bene, se uno dei due si fosse adattato a starsene in piedi. Per leggere e/o studiare, però, obiettivamente andava benissimo. Nel piccolo piazzale di fronte, quello dell’altalena, c’era invece tutto il muretto che delimitava l’aiuola coi tulipani (e altro, nel corso degli anni), che si prestava egregiamente a soste ristoratrici o a lunghe sedute di chiacchiera. Tutto questo, ovviamente, una volta sfrattate le galline che in precedenza occupavano l’intera area.
Lungo il viale che portava alla casetta c’erano due o tre specie di panchine disseminate lungo il percorso per dare conforto a chi, intrapreso il viaggio, avesse autonomia inferiore ai trenta metri. Seduto su quella che fronteggiava il grosso albero di ciliegie e la scaletta dell’orto, ho passato parecchie albe seduto come un deficiente con il flobert in mano per sentirmi un cacciatore. Fortunatamente ho sempre avuto una pessima mira, perché a ripensarci adesso, avessi fatto carniere non so cosa ne avrei fatto delle mie prede.
E poi giù, alla casetta. Il tavolo di pietra con le due panchine sotto i castani. Perfetto per pranzi e cene, di forma stondata, spesso, probabilmente pesante qualche tonnellata. Spingendosi fin lì a gozzovigliare, pur essendo a qualche metro da casa e quindi dalla civiltà, sembrava di aver fatto una lunga scampagnata per godersi le delizie di un ricco pasto fuori porta. Invece era semplicemente fuori dalla porta.
Facendo un po’ di passi indietro e prendendo la strada “di lusso”, quella ghiaiosa che scendeva stretta da un lato dagli orti e dall’altro dal campo di bocce e dalle balze con gli alberi da frutto, si replicava la presenza di sedili in pietra per alleviare le fatiche del percorso mentre, proprio in vista del campo di bocce, nello spiazzo destinato forse ai giudici di gara o ai merendai festanti di metà pomeriggio, l’altro tavolo di pietra con panchine sotto il pergolato con i grappoli appesi al soffitto a mo’ di piccoli lampadari. Potevano servire benissimo, ovviamente, come materia prima per la merenda stessa.
Di quel tavolo ho un ricordo curioso e piacevolissimo: è stato più di una volta il bancone del nostro negozio immaginario, quello che riempivamo di scatole e scatolette, barattolini e bottigliette, perfetta riproduzione dei veri prodotti che le nostre mamme comperavano nei negozi per grandi. Si trovavano, nella Cunfederaziùn, confezioni diverse e bene assortite delle miniature dell’Ovomaltina, dei dadi da brodo, dei detersivi e delle tavolette di ciccolato di ogni marca e gusto, di bottiglie di bibite e di pacchi di pasta, di vasetti di marmellata e chi più ne ha più ne metta.
Non ricordo, sinceramente, di aver mai dovuto sottostare al gioco delle bambole quando la compagnia era composta dalla triade Enza-Giulia-me. Di questo le devo ringraziare. Se invece ricordo male, le ringrazio lo stesso perché la cosa non deve essere stata, dopo tutto, troppo noiosa o traumatica. Ma il gioco del negozio sì, quello l’ho sempre fatto con grande divertimento, forse affascinato più dalla curiosità di quelle piccole repliche di cartone che dalla reale possibilità di ottenere un reddito consistente nel commercio di alimentari o di prodotti di drogheria. Non dico che mi rimetterei a giocare adesso, anche perché non ho mai più visto quei prodottini così carini, nemmeno in Svizzera. Sarei invece decisamente più interessato all’aspetto economico della faccenda. Ma questa, appunto, è tutta un’altra faccenda.

Ionnighitar


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