Ventiquattro – Compiti estivi

Ho sempre pensato che chi ha inventato i compiti delle vacanze debba aver trascorso un’infanzia difficile e che, per prendersi una stupida quanto inutile rivincita gustando freddo il piatto della vendetta si sia divertito a guastare per lo meno le estati delle generazioni future. Sai che gusto!
Sta di fatto che, se negli anni della “stupidera” ci si salutava coi compagni e con gli amati professori a metà giugno col diario pieno di indicazioni e istruzioni (salvo doversi dare una seria regolata per dimostrare a settembre che due mesi avevano colmato le lacune di un intero anno scolastico), negli anni della fanciullezza si usciva da scuola alla fine delle lezioni sventolando fieri l’adorato libercolo coi compiti delle vacanze. Vade retro.
Il bello di quella schifezza di pubblicazione è che cercavano anche, con foto e disegni apparentemente gioiosi e spensierati quanto fuorvianti, di farti digerire un calice amaro che ti avrebbe perseguitato con metodica costanza fino al rientro in aula a fine estate.
Ora, va da sé che i più furbi cercavano di sbrigare tutto subito, nei primi nove giorni di calura cittadina prima di levare le tende. Ma gli autori, menti perverse, avevano trovato il modo di inchiodarti alle tue responsabilità con meccanismi strani e contorti che ti impedivano di liquidare la faccenda in pochi pomeriggi di impegno, a ridosso dei mesi di duro lavoro in miniera.
Ora, non so se da qualche parte ci fossero o ci siano bambini entusiasti di mettersi lì, magari sotto i pini o l’ombrellone a far di conto o snocciolare pensierini alla De Amicis. So per certo che io non la vedevo esattamente così. I compiti delle vacanze, per me, sono sempre stati una iattura e una seccatura maledetta.
Obiettivamente credo lo siano stati anche per molti genitori o facenti funzione che, a meno che non fossero dotati di spirito sadico, si vedevano obbligati a sottoporre ad angherie, minacce e castighi quelli che tentavano di fare i furbi o anche solo di procrastinare la tortura.
Fu così che, per evitare la patata bollente, almeno qualche volta, fui spedito a fare i compiti o studiare qualche simpatica poesiuola da quella che nei tre paesi confinanti fu per lunghissimi decenni una vera e propria istituzione e una leggenda vivente: la Maria maestra. Credo che quelli che non sono passati almeno una volta dalla sua cucina/studio o dalla sua cattedra/banco siano stati davvero pochi. Locali o villeggianti che fossero. Ricordo che una volta sono stato addirittura in un’aula della vecchia scuola elementare del paese, chiusa per le vacanze, insieme ad altri quattro o cinque sventurati come me. Ho perfino scoperto in età matura (la mia) che era stata la maestra se non addirittura di mia suocera, almeno dei suoi fratelli. Che, come è facile intuire, qualche annetto più di me l’avevano. O l’hanno, dipende.
Donna di profonda umanità, dotata di pazienza e di grande metodo e saggezza nel maneggiare le giovani menti, aveva probabilmente impartito i primi rudimenti, l’abbiccì e insegnato le tabelline a molte e molte generazioni.
Senza girarci troppo intorno, al di là delle sue note caratteristiche che la rendevano speciale come insegnante, qualcos’altro la rendeva inconfondibile e unica: i baffi. Mica per altro, quando non veniva chiamata Maria Maestra era identificata come “la Maria Barbisa”, dal lombardo barbìs (baffi).
Uno dice: “E vabbè, avrà avuto un po’ di peluria sotto il naso!”. Un po’? Peluria? Ma secondo voi Omar Sharif, il sindaco Peppone di Gino Cervi, Gengis Khan, avevano un po’ di peluria? Nossignori, non era peluria. Erano baffi. Anche i suoi.
Però, questo va detto, li portava con una certa dignità e, senza dubbio, con un grande sprezzo delle voci e delle battutacce a suo carico che, ne sono certo, doveva conoscere alla perfezione.
Era donna di una certa presenza, un donnone insomma. O almeno a me appariva tale. Sempre vestita di nero come imponeva l’etichetta dei tempi e dei luoghi, i capelli grigi raccolti a crocchia, l’aspetto discretamente severo. Se poi lo sia stata davvero o fossero tutte dicerie degli scolari che se la trovavano davanti per nove mesi all’anno, questo non l’ho mai capito.
Ricordo due successive abitazioni della Maria Barbisa: prima in piazza della chiesa, ma questo risale davvero al pleistocene e poi in un portone della strada che porta al paese alto (in cima a Cìv) per poi ridiscendere verso la stradina che porta al Mulino di sopra e alle tre strade. In una cucina/salotto/studio poteva indifferentemente pranzare, insegnare, chiacchierare coi genitori che le portavano i pargoli da sgrezzare.
Con lei viveva sua sorella, credo più giovane, sempreché il termine giovane potesse adattarsi a loro, ma di certo più minuta. Anche lei, pur se in misura minore, aveva una certa ombreggiatura tra naso e bocca, ma non sufficiente per oscurare il primato e la fama della sorella, né per guadagnarle nomignoli o simili onorificenze.
All’anagrafe faceva Artemisia, come la pianta dotata di un sacco di proprietà benefiche che ho inserito come illustrazione del post, ma veniva chiamata abitualmente Misetta, come ho sempre saputo, o Misietta (che forse è più corretto) come l’hanno sempre chiamata nella famiglia di mia suocera.
Lei non insegnava. Lei era lì. Quasi sempre. Partecipava spiritualmente alle sofferenze e alle tribolazioni dei bambini affidati alle cure della maestra. Qualche volta si spingeva ad offrire un po’ di… cos’era? Rosolio? Non me lo ricordo ma qualcosa era. Solo, però, in presenza dei genitori. E poi el ciculat. Tavolette e tavolette che uscivano da qualche cassetto, dalla madia, sempre pronte, sempre sufficienti per un dolce omaggio/ricordo per i giovani sapienti in erba. Dove per erba intendo quella del prato, non essendo pratico di altre varianti.
Per questo, forse, o perché nulla aveva a che fare con i compiti, i temi e le operazioni aritmetiche, appariva, tra le due, la più dolce, la più remissiva, la più “friendly” come oggi è elegantissimo dire. Anche se non era la più famosa del duo.

Ionnighitar


2 thoughts on “Ventiquattro – Compiti estivi

  1. enza Rispondi

    caro alberto mi fa piacere sapere, che anche tu hai assaggiato la m, monti io l’hò avuta x 3 anni ora mi rendo conto che abbiamo imparato tanto, ma allora abbiamo visto i sorci verdi ,dal lunedi
    tutto il giorno e forse mezza giornata al sabato, x il resto hò talmente tanti ricordi,che non sò da che parte cominciare! scusa se non scivo i verbi giusti ,ma sono anni che non scrivo ,sai il telefono è + veloce,comunque è bellissima questa tua idea ciao ,alla prossima!!!

    1. ionnighitar Rispondi

      Quando si dice la fortuna… 🙂

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.