Ventinove – Chiare, fresche, dolci acque

Chiariamo subito che non mi chiamo Francesco, né, tantomeno, Petrarca, quindi il titolo è preso in prestito semplicemente perché calzava bene con quello che sto per raccontare.
Prima di tutto credo valga la pena di citare il fatto che nell’antichità, ma antica sul serio, da quelle parti, al posto delle colline, dei boschi e dei prati c’era il mare. Non ancora quello con gli ombrelloni, ma di sicuro coi pesci, le alghe e magari, roba da non crederci, i coralli.
Chi l’ha detto? Chi ne sa di sicuro più di me. Sta di fatto che ogni tanto capitava, con estrema dose di fortuna anche in giardino, di trovare qualche fossile o suo lontano parente. Se non era in giardino era giù, sulle rive del torrente che scorre sotto al cimitero. E nessuno ha mai trovato il fossile di un’edelweiss, da quelle parti. Conchiglie sì. Scheletri di qualche pesce ne dubito, ma fa lo stesso. Poi, credo che un po’ il mare si sia ritirato perché ci sono anche fossili di felci e, per metterci un carico da novanta, lì a due passi, dove ormai il paese semimontano che mi ha adottato si incunea nella vicina Cunfederaziùn ai piedi del Monte San Giorgio, è stato trovato nientepopodimenoche uno scheletro completo di enorme sauro, che non avendo un’etichetta atta a classificarlo o identificarlo diversamente venne chiamato, con una buona dose di creatività, Saltriosauro. Chi fosse scettico in proposito può consultare Gògel o andare a vedere la sala che gli è stata dedicata apposta al Museo di Scienze Naturali qui, nella metropoli che tutto arraffa. Ovviamente nella sala credo ci trovi pure lo scheletro. Dico credo perché non ci sono andato. Mi sono fidato dei racconti e degli articoli di giornale. E poi, scusate, se qualcuno ha deciso di inserire quei luoghi ameni nel patrimonio dell’Unesco, una buona ragione dovrà pur averla avuta, o no?
Detto questo, una volta ritiratosi il mare, a tenere a dir poco umidiccia la zona ci ha pensato sempre il cielo. Siamo onesti: secondo me ultimamente la musica è cambiata. Ma fino a un tot di anni fa, il mese di settembre era caratterizzato da una frequenza di precipitazioni paragonabile a quella della foresta amazzonica. Non è un’esagerazione dire che negli ultimi giorni di vacanza passavamo regolarmente le nostre giornate con gli stivali di gomma ai piedi e l’ombrello sopra la testa. Clima ideale per affinare le proprie conoscenze nei giochi da salotto. Si vociferava che la zona (mai macerata quanto la Valganna, però), si fosse guadagnata l’elegante appellativo di (chiedo venia per la licenza) “il pisciatoio d’Italia”. Esagerazione. Però non escludo che in qualche cantina invece dei topi si trovassero a passare allegre trote o qualche persico reale (magari!).
Per il resto, beffa del destino, da quelle parti l’acqua che il sindaco forniva (e tuttora fornisce) faceva letteralmente schifo. Impossibile berla. Dopo i temporali assumeva spesso un’elegante tonalità marron glacé e quando era limpida conteneva probabilmente più cloro che acqua. In proporzione di trentasei parti di cloro e sette di acqua.
La cosa inspiegabile è che, se non ricordo male, appena fuori dal paese, in località “Ulivé”, che non credo fosse così chiamato per la densità di alberi di ulivo (mai visto uno naturalmente cresciuto da quelle parti), c’era il lavatoio. Bellissimo, con enorme vasca in pietra, e se invece era di cemento lasciatemi l’illusione che fosse pietra, dove a volte andavamo in gita (più o meno cinque minuti camminando all’indietro), a giocare e, ci scommetterei, a bere un’acqua freschissima e deliziosa. Delle due l’una: o sono completamente rimbecillito  e ricordo libagioni mai avvenute o c’era qualcosa di strano nella rete idrica.
Forse fu una riflessione di questo genere che spinse, ad un certo punto, lo zio Carlo a vestire i panni del petroliere texano, solo che lui non cercava petrolio, dato che la benzina in Svizzera costava una fesseria, ma acqua. Semplicemente, semplice acqua. Fresca, potabile, limpida. E per le ricerche chiamò un rabdomante (sissignori, esistono sul serio e l’ho visto all’opera) che con i suoi ramoscelli di salice tra le mani percorreva avanti e indietro i campi dentro i nostri confini ma prossimi alla zona del lavatoio, attento alle più piccole vibrazioni e oscillazioni del suo magico rilevatore.
Dai oggi, dai domani, ovviamente finì col dare per certa la presenza di una falda generosa e abbondante nel pratone sotto la casetta. E lì venne montata la trivella che, fatte le debite proporzioni, poteva sembrare almeno da lontano una di quelle che si vedono nei film americani. Con un po’ di fantasia.
L’operazione di trivellazione durò un bel po’ di tempo. Non sto ad azzardare numeri perché non ne ho un ricordo così preciso, ma so per certo che si protrasse per qualche settimana. E vicino a quelle specie di grossi tubi che giravano perforando la terra, o forse sarebbe meglio dire la roccia e sarebbe ancora più corretto dire che cercavano di perforarla, ci passai ore. A guardare e sperare che finalmente quelle maledettissime profondità potessero regalarci un po’ di acqua decente e dessero almeno un minimo di soddisfazione allo zio Carlo che, indubbiamente, aveva creduto fortemente nella buona riuscita dell’operazione.
La sola acqua che si vedeva era quella immessa nel foro praticato in terra per raffreddare le frese. E ne risultava un fango marrone fatto di pezzetti di roccia, terra ed acqua, che insozzava tutta la zona.
Non credo sia il caso di specificare che dopo aver frantumato chissà quante punte perforatrici la decisione finale fu quella di arrendersi. Arrendersi alla cocciutaggine di una roccia talmente ostica da non cedere quei pochi centimetri che sarebbero stati necessari per arrivare alla tanto sospirata falda. Arrendersi a quella che aveva assunto ormai tutte le caratteristiche di un’impresa titanica quanto irrealizzabile. Arrendersi all’idea di dover continuare ad aprire i rubinetti e sentire l’odore pungente di quella schifezza che il comune distribuiva nell’acquedotto. Arrendersi, forse, anche all’evidenza, o per lo meno al sospetto, che la scienza del rabdomante forse non è così scienza come si vorrebbe far credere.
D’altra parte, se vogliamo dirla tutta, è così diverso credere alle indicazioni di un signore che cammina lasciandosi guidare dalle flessioni di un rametto di salice piegato rispetto allo stare ad ascoltare incantati e rapiti i responsi di un piccolo bicchiere che viaggia a scatti di lettera in lettera per comporre parole e poi frasi e poi lunghi ragionamenti, o che ci propina raccomandazioni per una vita migliore? Sulla terra, intendo.
Forse non è così diverso. E faccio notare, per chi non se ne ricordasse, che io sono stato in prima linea a prestare il mio dito indice per strappare qualche vaticinio e ne sono anche stato, a volte, impressionato. Quindi, chi può dirlo? Magari il rabdomante aveva visto giusto. Ma da quelle parti non c’erano i potenti mezzi a disposizione dei petrolieri texani. Il che portò, inevitabilmente, alla resa.

Ionnighitar


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