Ventidue – E dopo la nonna… (personaggi)

La signora ritratta qui accanto è, ancora una volta, la nonna. Per questa foto devo ringraziare Maria, che ha promesso di mandarmi, se riesce, un’altra perla preziosissima di cui parlerò se e quando riuscirà a trasmettermela.
In realtà in questo post la nonna non c’entra. Ma sua figlia sì. Quindi sarà bene che la smetta di esprimermi in codice e dica a chiare lettere che voglio parlare della zia Adele. Tiè.
La quale zia Adele era chiamata abitualmente anche Dedè, il che è abbastanza normale e fa presupporre un vezzeggiativo affibbiatole in tenerissima età. Però era anche detta “Negra”. Il che mi ha sempre impedito di interpretare questo aggettivo in senso negativo o dispregiativo. Il motivo di questo ribattezzamento non lo conosco ma, se devo dirla tutta, non è che abbia una grossa importanza. Immagino potesse essere stato coniato in virtù di una carnagione mediterranea o per stare al passo con i tanti, tantissimi soprannomi o nomignoli, spesso conditi e completati da rime adeguate, che lo zio Federico appiccicava a tutti quanti con una creatività e una fantasia difficili da uguagliare.
La zia Adele, date le vicende già ricordate delle incomprensioni tra la nonna e la sua figlia maggiore, aveva finito, in pratica, con l’essere l’unica figlia femmina circondata da cinque fratelli e, come tale, erede e prosecutrice, in un certo senso, delle tradizioni e delle conoscenze della nonna. Vabbè, lo ammetto, sono già corso avanti e ho la mente immersa nei manicaretti che replicava secondo le antiche e misteriose ricette materne, ai quali ben difficilmente negavo la mia consulenza degustatoria. Ma ne parlerò dopo, se avanza spazio.
I ricordi più antichi che ho di lei la vedono a Milano, nella sua casa nel quartiere Barona dove lo zio Bernardo viveva per esigenze di lavoro. E dove noi andavamo a salutarli qualche volta, o a Natale o, questo lo ricordo perfettamente nonostante si parli di un bel …’ant’anni fa, in occasione della nascita dei suoi due figli. Il primo, mio navigatore di fiducia, scampato, giusto per ricordarlo, al ribaltamento della cinquecento d.t.a. la seconda, emigrata nelle fredde lande scandinave, mittente della già menzionata fotografia della nonna.
Poi, per carità, la ricordo anche nelle altre sue case dove nel corso degli anni si trasferì, per la precisione tre, ma la prima forse mi è rimasta più impressa nella mente. E poi in campagna. Ovvio. Quando arrivavo, quasi sempre, lei c’era. Usciva sul balcone. Ci salutava, E ci sentivamo a casa.
Volutamente faccio un salto nel tempo perché voglio ricordarla in tempi relativamente recenti (dicendo relativamente resto molto sul vago… lo so che è un relativamente molto relativo, ma preferisco non mettermi a fare conti). La rivedo la mattina presto, anche se il mio presto per lei era già un tardino, andare col cestino nell’orto a raccogliere le primizie o, cose da pazzi, stare piegata in due a strappare le erbacce che spuntavano in mezzo alla ghiaia o sui vialetti quando già le sue ossa gridavano vendetta.
Forse condizionata da una abbondantissima dose di sangue ligure (il cento per cento) era legatissima ai prodotti della terra, al giardino, alle erbe. Ricordo vagamente decotti o infusi che assicurava essere il toccasana per tutta una serie di malanni o problemi fisici.
Di questi non faceva propriamente parte il famoso kummel, che produceva coi semi di cumino e che aveva il potere di attrarci a casa sua dopo cena (ero già bell’e che promesso sposo, poi sposo dalle belle promesse) come le mosche sul miele.
Per la verità era anche la sua compagnia che, essendo sempre gradevolissima e per niente noiosa, oltre alla presenza dei miei cugini di cui sopra, che ci spingeva a considerare la serata passata in casa sua come una delle scelte migliori che la piazza potesse offrire.
Ma in realtà cosa facevamo? Ecco, questo è uno di quei misteri della memoria, che ti lascia vedere alcuni aspetti come se li avessi vissuti mezz’ora fa e ti avvolge nella nebbia più assoluta altri particolari che, a rigor di logica, dovresti ricordare come se niente fosse. Di sicuro si chiacchierava, questo è pacifico. Forse qualche volta giocavamo a carte? Mah. Ancora più di sicuro da lei imparammo i rudimenti del famoso “bicchierino”, di cui ho parlato in un post scritto quando ancora il progetto di stendere la saga della nostra tribù non era nemmeno allo stadio larvale e di cui, chiedendovene venia sin d’ora, riparlerò una volta o l’altra.
Ma cos’era sto “bicchierino”? In buona sostanza, una seduta spiritica. Diciamo che era un modo per convincersi di comunicare con qualche entità presente nell’aldilà, ansiosa di chiacchierare con l’aldiqua. Illusione? Autoconvincimento? E chi lo sa. La zia era assolutamente certa che ci fosse del vero. Io a volte sì, altre meno. A distanza di anni… non lo so. O forse preferisco non saperlo.
Sta di fatto che lei, attrezzatissima, aveva preparato un piccolo tabellone, che conservo ancora da qualche parte, con tutte le lettere dell’alfabeto, incorniciandolo col nastro adesivo e rivestendolo di plastica trasparente per preservarlo dal logorio del tempo. E su quello, con un bicchierino rovesciato sul quale appoggiava il dito, lasciava che le lettere si snodassero una dopo l’altra a comporre frasi sulle quali spesso, ci trovavamo a riflettere. Fermandoci quando il risultato rischiava di diventare inquietante.
La zia Adele diventò nonna più o meno in contemporanea con l’arrivo dei miei figli. Eppure nei loro confronti dimostrò un affetto e un attaccamento che credo fossero appena di poco inferiori a quello riservato ai suoi discendenti. E, come la nonna, recitava la famosa filastrocca genovese che non mi rimarrà mai in mente facendo ballare i bambini sulla sua gamba a mo’ di cavalluccio.
E in cucina? Beh… da dove comincio? Dal minestrone genovese? O preferite le acciughine ripiene? No? I canestrelletti col buco e lo zucchero sopra? Nemmeno? La Pasqualina?
A pensarci bene credo di essere stato a cena, o meglio credo che siamo stati a cena dalla zia Dedè un numero spropositato di volte. Ah già, scusate. E il pesto? Ecco, il pesto…
Tante volte, non contenta di averci abbastanza tra i piedi per un pasto completo era capace di chiamarmi dal suo balcone che si affacciava sul cortile del pozzo per propormi un assaggio (assaggio si fa per dire) di qualche delizia che aveva preparato. Non ho mai capito perché, ma mi sa cha si era resa conto della mia propensione ad apprezzare la sua cucina.
Un ricordo banale, che mi fa sempre sorridere però, è legato a una mattina in cui incontrandomi in giardino dopo che mi ero tagliato una stentata barba da ventenne che avevo fieramente ostentato per un anno o due mi guarda perplessa e mi fa: “Ma ti sei fatto crescere i baffi?”. “Stanotte? No, zia. Veramente mi sono tagliato la barba stamattina”. E lì giù a ridere, tutti e due, di una cosa così semplice ma, trovo, carina.
Ho lasciato per ultimo un altro ricordo che è stato una pietra miliare della mia vita e l’ha vista protagonista. Era inverno, a Milano. Era abbastanza raro che ci sentissimo per telefono. Stavo ancora studiando all’università e, giudicato abile alla visita di leva, avevo già presentato i vari rinvii per motivi di studio, ma sapevo che prima o poi mi sarebbe toccata.
Squilla il telefono, la zia vuol parlare proprio con me. Ha sentito alla radio che è stata rispolverata una vecchia legge che esonerava il terzo fratello dal servizio militare se i primi due avevano fatto il loro dovere. Era il mio caso. Perfetto. Avevo maledetto non so quante volte la cancellazione di quella legge.
Invece la zia mi illumina, mi spiega che ha appena sentito la notizia, mi invita a informarmi bene.
Credo di essere stato davanti alla porta del distretto entro un’ora dalla sua telefonata.>
Ne sono uscito con il foglio di congedo illimitato permanente. Ora, ditemi voi, posso non serbare eterna gratitudine alla zia Adele? O pensate che davvero sia soltanto per il pesto o il kummel?

Ionnighitar


One thought on “Ventidue – E dopo la nonna… (personaggi)

  1. enza Rispondi

    buongiorno a tutti ,sono stata al cimitero ,allora tua nonna è nata 12 /7/ 1885,deceduta nel 1972 il giorno non sono sicura ,ma forse il mese è dicembreciaooo

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