Venticinque – Parto ma…

Ogni volta che arrivavo nella casa di campagna all’ inizio dell’estate e mi riambientavo in quello che, almeno di fatto, si poteva definire il nostro appartamento, la cosa che più mi colpiva e mi faceva sentire in una specie di stato di grazia e di quasi-magia era la vista dalle finestre che davano sulla strada, proprio a un tiro di schioppo dalla loggia della Maria Zücheta, che se qualcuno sa cosa significhi o come si traduca e me lo vuole spiegare, è il benvenuto. Di lei parlerò, prima o poi.
Perché questa sensazione? Ah, saperlo. Intanto mi colpiva il canto potente delle cicale, che costituiva un segnale forte dell’essere in campagna. In città non mi capitava di sentirlo allora, mentre negli ultimi anni non solo lo avverto ma mi pare sia addirittura più forte e intenso di quello agreste. Quasi che Sant’Ambroueus si fosse trasferito in una piana dell’entroterra siciliano.
Non è escluso che qui non lo sentissi per distrazione o perché attratto da altri aspetti della vita e delle melodie urbane, ma credo proprio che sia dovuto anche a un innegabile cambiamento climatico. Fine dell’inserto scientifico.
Sta di fatto che lassù (beh, lassù, manco fossimo a Cortina d’Ampezzo…) quel canto pieno e insistente mi arrivava come un chiaro messaggio: Sei in campagna. Finalmente.
Poi, nonostante da un punto di vista strettamente paesaggistico la vista dalla strada fosse la più disgraziata in assoluto, bisogna tenere in considerazione che a qualche metro di distanza dalle nostra finestre sorgeva quella che credo fosse una delle case più antiche del paese, se non addirittura la più datata. Tutta rigorosamente in pietra, con un loggiato e qualche colonna che lasciavano intravvedere, oltre la casa stessa, i prati che salivano verso la parte alta del paese e la piazza della chiesa.
La casa aveva un valore storico tale, che alla prima occasione venne spianata per far posto a un delizioso ed elegantissimo condominio di colore rosa che, poveretto, non ha neanche la fortuna di avere un solo elemento esteticamente decente. Nemmeno la piastra dei citofoni. Per di più, come succede spesso, prima di arrivare a compimento ebbe una gestazione che al suo confronto quella degli elefanti è un battito di ciglia. In sostanza credo abbia avuto un iter analogo a quello di tante case che vengono progettate, iniziate e poi abbandonate causa mancanza di fondi. Finché qualche imprenditore d’assalto non riesce a subentrare, rilevare l’impresa per una sciocchezza e completare l’opera. Pazienza. E purtroppo.
Se non altro, sparita la vecchia casa della Maria, aprire le finestre che davano sulla strada, cominciò a procurarmi più o meno la stessa emozione che avrei potuto provare aprendo una finestra di Milano. Dove, però, la vista poteva a quel punto spaziare decisamente di più. Fu così che rivolsi le mie attenzioni a centottantagradi dal punto di partenza.
La casa. La nostra casa. Si sviluppava quasi tutta sopra il portico di sassi, quello col pozzo e la Giulietta il mercoledì notte e durante i fine settimana. Il che la rendeva decisamente fresca anche sotto i piedi (la casa, non la Giulietta), sensazione che può risultare piacevolissima durante la stagione calda e un po’ meno quando ti sembra di camminare sul campo di pattinaggio di via Piranesi. Ovviammo all’inconveniente quando già non ero più un bambino, optando per una moquette, inizialmente soltanto nell’ingresso/soggiorno/sala da pranzo (una stanza unica, cioè) e più tardi nelle camere da letto e nel vecchio bagno. Questa seconda posa fu effettuata personalmente dal sottoscritto e devo ammettere che la differenza la si poteva notare anche ad occhi chiusi.
In quella che chiamerò semplicemente sala si aprivano due finestre che davano sul cortile quadrato e che sembravano posate su un pavimento di glicine profumatissimo.. A sinistra vedevo il lato abitato dal Gildo e dalla Paola, con figlie al seguito, di fronte la nonna con lo zio Silvio, almeno finché non decise di smettere i panni dello scapolone, a destra nell’angolo, un balconcino che serviva per parlare con la zia Adele e raccogliere con entusiasmo inviti e offerte estemporanee di specialità culinarie genovesi, a destra lo zio Carlo e la zia Mariuccia, completi di quattro figli. Questo almeno finché non ritennero anche loro di mettere in piedi famiglia separatamente (i figli, intendo).
Un po’ come a Milano, prima di vedermi assegnata una camera in via ufficiale e definitiva di tempo ne passò un bel po’. Semplicemente perché il numero delle camere non quagliava alla perfezione col numero degli abitanti. Ragion per cui per un bel po’ di anni dormivo in un lettino “Thonet” con le sponde che era un po’ più di una culla ma un bel po’ meno di un letto, piazzato in camera dei miei genitori. Dove un elemento storico e ricco di ricordi e significati, rappresenta, forse ancora adesso, per me, l’essenza stessa di quella casa. C’era un armadione a muro con le ante in noce di quelli che ad un certo punto diventano un “refugium peccatorum”. Dove stivi di tutto senza criterio né logica finché non ti crolla addosso tutto quanto ogni volta che lo apri. All’interno dell’anta destra, agli inizi della guerra (la seconda, nonché mondiale), il figlio di un contadino che viveva lì, prima di partire per il fronte aveva scritto col gesso la frase “Parto ma il mio pensier rimane”. Non tornò più. Rimase solo il suo pensiero, come aveva desiderato. E il mio papà, da sempre e finché fu in grado di farlo, rinfrescava periodicamente la scritta perché non andasse perduta. E così feci io, sempre, finché rimasi in quella casa. Anni dopo, quando l’intera casa fu venduta, mia cugina Maria Teresa, che nel frattempo si era spostata in quella parte del maniero, staccò le due ante dai cardini e me le consegnò, sapendo perfettamente quale fosse per me il valore affettivo per quelle tavole di noce. Credo che non riuscirò mai a ringraziarla abbastanza. Le conservo ancora, quelle ante. La scritta c’è ancora. Purtroppo è tutto il resto della casa che non c’è più o che, per lo meno, non è più quella di allora. Ma il pensiero, quello è rimasto. E i miei figli conoscono la storia. E sono sicuro che sapranno cosa fare quando sarà il loro turno.
Io invece so che, come al solito, quello che speravo di scrivere in un post ci sta talmente stretto che mi tocca già pensare al prossimo. Il che, tradotto in soldoni, significa che ci metto un bel (segue…) e riprenderò da dove sono arrivato. Prima o poi.

Anche per questa fotografia... Grazie Maria (fa anche rima).
Anche per questa fotografia… Grazie Maria (fa anche rima).

Ionnighitar


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