Venti – Ricordati di santificare le feste

La chiesa parrocchiale del paese, non un capolavoro di architettura, ha una pianta a forma di “elle”. La parte più grande era riservata alle donne, evidentemente più numerose e pie, la parte più corta, ovviamente, agli omaccioni. Se vogliamo, detta oggi, è una cosa un po’ assurda, ma in fondo il vedere che questa divisione, pur paleocristiana, è stata superata e dismessa, toglie secondo me un po’ di magia e di poesia alle celebrazioni festive.
Succedeva quindi, ai tempi dei tempi, che io fossi ammesso di diritto nella parte corta in quanto masculo e dato che a messa ci andavo col papà. La famiglia si separava all’entrata, o meglio alle entrate, due, distinte, per poi riunirsi all’uscita. E mi ritrovavo in mezzo a un sacco di uomini che incontravo, magari, durante la settimana in paese su un trattore, o un carro, o con la gerla in spalla e il forcone in mano. In genere li identificavo tutti come contadini (elegantemente, lavoratori agricoli, anche se contadini mi pare molto più simpatico). Tutti, rigorosamente, religiosamente, in giacca e cravatta. Di preferenza andava l’abito grigio medio, magari gessato. Parecchi di loro erano fratelli, o cugini, o comunque avevano qualcosa che li accomunava perché i loro tratti erano molto simili. Spesso capelli bianchissimi. La cosa più evidente, per me che stavo un po’ più in basso degli altri e che vedevo poco più che schiene, era la parte posteriore del collo, solcata da rughe profonde in una pelle che pareva cuoio, che spuntava da colletti di camicie bianchi come la neve (quasi sempre) e come i capelli.
Credo di aver studiato fin nell’ultima delle screpolature o in ogni venatura del legno ogni panca della chiesa. E se penso a quel po’ di preghiere o risposte da dare al sacerdote che celebrava in latino, mi ritrovo automaticamente catapultato tra quelle panche e quegli inginocchiatoi. La messa in italiano è roba moderna.
Il curato lo si vedeva di profilo. Parlava e predicava quasi sempre rivolto alle donne, guardando dritto di fronte a sé. Non ho mai capito se disperasse di trovare consenso o di veder attecchire il seme della saggezza delle proprie prediche in una platea maschile apparentemente presente giusto perché la messa domenicale era un dovere.
Eppure, quando c’era qualche processione o qualche celebrazione in pompa magna, gli stessi frequentatori delle panche maschili li vedevo compunti e serissimi nell’assolvere ai compiti che erano stati loro assegnati: sorreggere la croce, un baldacchino, i labari di varie associazioni, cantare con trasporto anche se non stavano trasportando niente..
Per un tempo che allora mi sembrava prossimo all’infinito il sovrano incontrastato della parrocchia fu Don Gilberto. Non ricordo quanti fossero gli anni di sacerdozio che festeggiò quando ero bambino, ma so che erano tanti. Penso sia arrivato molto vicino al secolo di età, di certo era già al suo posto da parecchio tempo durante la seconda guerra mondiale ed ebbe un ruolo di primissimo piano nel salvare e aiutare perseguitati politici e non, sottraendoli o nascondendoli alle retate dei tedeschi. Era un personaggio caratteristico ed unico, all’apparenza decisamente austero e forse anche un po’ spigoloso, per nulla tentato dalle smancerie e dagli atteggiamenti mielosi che non si addicono a un vero combattente. Si rivolgeva spesso ai chierichetti in dialetto, mentre diceva messa, intercalando la preghiera a qualche rimprovero o a qualche osservazione rivolta a loro. Non fosse stato per il fisico smilzo lo si sarebbe potuto definire facilmente il Don Camillo della Val Ceresio.
Non ho mai capito il perché, ma per un certo periodo una triade di suoi nipoti, due signore in età e un signore, il Giùanin, che mi colpiva in quanto alto più o meno come me all’età di dodici anni, residenti in quel di Busto Arsizio, prese a frequentare la nostra casa, presentandosi con una certa regolarità il sabato o la domenica e passando praticamente l’intera giornata coi miei genitori o qualche zio.
Il successore di don Gilberto fu Don Filippo che, visto dalla mia postazione, predicava stando con le punte dei piedi un po’ sporgenti dal gradino dell’altare e che, per abitudine, mentre predicava si alzava un po’ sulle punte dei piedi, ondeggiando avanti e indietro. Credo di aver passato tutto il tempo di non so quante messe scommettendo con me stesso sulle probabilità che alla fine scivolasse dal gradino e si ritrovasse per terra senza neanche accorgersene.
C’erano, durante l’anno, due celebrazioni affascinanti e coinvolgenti, allora. Non ho idea se la tradizione sia ancora rispettata o se il tutto sia finito al macero col passare degli anni.
La prima coincideva con la festa patronale, Ss.Pietro e Paolo e culminava con l’incendio di un pallone di cotone appeso e pendente dal soffitto sopra l’altare. La seconda, a fine estate, era la grande processione che si teneva verso sera e che percorreva quasi tutte le vie del paese. Per l’occasione era un motivo di vanto cercare di vestire al meglio i davanzali della casa con addobbi damascati di colore rosso e frange dorate, ornando le finestre con vasi di fiori in omaggio al passaggio della grande statua di Maria. Ecco, forse c’entrava Santa Maria.
Era anche quella in un certo senso una specie di linea di demarcazione tra estate e inverno, tra campagna e città, perché arrivava alla fine della stagione e ci portava dritti dritti nelle grinfie della città e, ahimé, della scuola.
L’alternativa alla messa delle dieci e mezza era quella delle undici, a Viggiù, dove a volte andava parte della famiglia (intesa come cugini), suscitando in me una certa invidia. Io cominciai a considerarla l’unica alternativa una volta raggiunta l’indipendenza decisionale. Il clou era rappresentato dall’uscita dalla messa, perché tutti i villeggianti si ritrovavano sul sagrato poco prima di mezzogiorno, mentre nel nostro paesello di villeggianti non c’era, quasi, neanche l’ombra e le undici e un quarto non sono ancora l’ora dell’aperitivo. Anche quella parrocchia, adesso che ci penso, aveva ed ha una pianta a “elle”. La divisione, però, non era tanto tra uomini e donne quanto tra parte vecchia e parte nuova della chiesa. Va’ a sapere perché, credo di essere stato nella parte nuova al massimo cinque volte. L’altra era decisamente più interessante, meno cementificata, più tradizionale… e se non altro potevi vedere il sacerdote di fronte.
L’unica cosa disarmante era una personaggia che si ostinava a sovrastare con voce stridula e nemmeno troppo intonata qualsiasi canto. Vocazione da solista, vocalità da torturatrice sadica. Alla fine però era diventata una caratteristica della parrocchia viggiutese. E forse lo strumento più immediato per far scontare i propri peccati a tutti i presenti. In attesa di uscire e incontrare il bel mondo di un’altra domenica mattina vacanziera.

Ionnighitar


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