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Sono stato in forse, molto in forse, sull’argomento da trattare per riprendere i contatti. Inizialmente avrei voluto parlare delle camminate in Scvìzera, la Suisse per i raffinati, la Cunfederaziun Elvetica per i Ticinesi e gli imitatori dei suddetti come il sottoscritto. A proposito, mi sa che una volta o l’altra scrivo tutto un post in ticinées, poi vediamo quanti capiscono. E a proposito bis, ho mai parlato di “Frontaliers”? La serie di cortissimometraggi che vedono protagonisti il Loris Bernasconi, professione guardia di confine elvetica, e il Bussenghi, frontaliere di Usmate Carate di passaggio quotidiano in quel della dogana di Bizzarone? vale la pena. Anche se Ch, dice che sono una palla e una fesseria e fa fatica a sopportarli. Per me restano geniali e profondamente umoristici. Stupidamente e svizzeramente umoristici. Li adoro.

Detto questo, un altro argomento si è insinuato vigliaccamente, come una perdita di gas o di fumo sotto la porta, silenzioso ma veloce, impalpabile e improvviso, eppure capace di cancellare tutto il resto e imporsi sul resto. Se non altro a differenza del gas spero non mi avveleni. A differenza del fumo spero non mi intossichi. ma credo che dovrò arrendermi a questa subdola presenza e rimandare le argomentazioni frivole a data da destinarsi.

Vengo al punto? Vado al sodo? Sparo? Ok. Genitore. Posso dire, adesso che sono molto più genitore che bamboccione, che è una professione delle più difficili, ingrate, complesse, sfiancanti e logoranti? E che nello stesso tempo, nonostante lo sia – perché lo è, non accetto obiezioni – è una condizione che ti fa sentire sempre e comunque “umano”? Mi sa che sarà dura spiegare, ma ci provo.

Allora, facciamo finta che un mio amico che non nomino per discrezione, abbia un figlio. L’età ha poca importanza, ma posso spingermi a ipotizzare che non sia infante, né adolescente. Oppure facciamo così, diciamo che è dal teenegeresimo in su. ma non parlo di figli ultrasessantenni. Lì lascerei la parola alla mia mamma, sempreché decidesse di aprirsi un blog. Cosa che spero non faccia perché comincerebbe a parlare di malattie, di morti, di malanni, di disgrazie e, soprattutto, sparerebbe diagnosi mediche a raffica per tutti, pur non avendo mai aperto nemmeno l’opuscolo pubblicitario del Moment.

Comunque, parlo di figli tra i sedici e i trenta scarsi, giusto per capirsi. Al mio amico capita che, per esperienze ormai in sovrabbondanza, si trovi a vivere in una condizione di quasi totale diffidenza verso suo figlio. Si è abituato a non sapere mai se quello che gli dice (posto che gli dica qualcosa) sia la verità o una palla colossale. Alla fine, così mi riferisce, sente la fiducia vacillare. Il che non è bello nei confronti di un figlio. Non capisce, oltretutto, se si debba sentire respinto, se le sue parole e i suoi pareri siano considerati, come succede quasi sempre, rifiuti più o meno tossici, o se qualche volta un suo parere sia tenuto anche in seppure minima considerazione. Non sa. Non capisce. Non coglie. Non comunica. Ecco, non comunica, porca l’oca.

Ma non perché nn parli eh, sia chiaro. Perché non capisce se si tratta di esprimersi in lingue differenti o se sia improvvisamente diventato sordo, muto, deficiente, o le tre cose insieme. Ci sta male, mi dice. E gli credo, vorrei vedere… Mai tanto male però, come quando vede suo figlio buttare via la propria vita, giorno per giorno, ora per ora, lamentandosene ma ostinandosi a buttarla. E non perché il destino abbia voluto così. No. Perché gli fa molto comodo, lo impegna poco, gli procura un sacco di alibi. E, cosa da non sottovalutare, perché gli dà la possibilità di salire in cattedra ogni volta che gliene capita l’occasione per dispensare giudizi, per stigmatizzare comportamenti (altrui), per mettere l’evidenziatore sulla sua superiorità morale e sulla sua capacità di capire e governare il mondo.

Credo che, bene o male, tutti noi, almeno per un po’, siamo riusciti ad essere così nel corso della nostra vita. Molto probabilmente quando il nostro ruolo era quello di essere figli e non genitori. Forse siamo ancora così quando rientriamo nel ruolo. Io per esempio ho una mamma di novantaquattranni suonati, della quale si può dire tutto, meno che sia suonata. Credo che il solo effetto della vetustà sia quello di un lievissimo ammorbidimento della superficie dell’iceberg che ha deciso di prendere a modello per forgiare il proprio carattere sin da bambina. Eppure capita che a contatto con la mammetta io riesca tuttora ad avere comportamenti da calci nel didietro (mio). ma adesso se lo faccio è perché se non altro ci ragiono,

Insomma, dove voglio arrivare? Voglio arrivare a dire che, mi dicono, un figlio in condizioni estreme può davvero logorarti, farti sentire esausto, scoraggiato, svuotato e fallito. Ecco, può darti l’impressione che tutto il tuo lavoro, il tuo presunto lavoro fatto in perfetta buona fede, sia stato tempo perso, aria fritta, un concentrato di inutilità e di mancanza di riscontri che solo il termine fallimento credo possa esprimere decentemente. Dunque?

Dunque, mi chiedo, come mai il mio amico, quando eventi nuovi o già vissuti, quando vicende sorprendenti o ritrite, quando corsi e ricorsi della quotidianità di suo figlio gli fanno cadere le braccia, solo perché non voglio essere scurrile, quando fatti anche seri gli fanno pensare che forse sarebbe il caso di adottare la filosofia del vaffa… e che ognuno badi a se stesso… come mai poi, quando si ritrova solo, quando riflette, quando cerca di capire, non sente altro se non una profonda apprensione e il desiderio che il bamboccione riesca a trovare una via, a trovare la ragione, a trovare un bandolo in fondo al quale ci sia la parola “maturità”.

Mi ha chiesto un parere, il mio amico. E non so darglielo. Ma lui me l’ha messa così: «Cosa dici? Sono un deficiente totale? Possibile che sappia nel mio intimo che non ho saputo ottenere nulla, che veda rifiutato almeno in apparenza ogni suggerimento di coerenza e di piediperterrità eppure mi senta in pena e mi lasci commuovere pur senza darlo a vedere?» «Possibile che io debba perderci le notti, il sonno, la serenità, che mi debba sentire svuotato e profondamente devastato e ferito e poi… e poi stia in pensiero perché vorrei solo che trovasse, nonostante tutto, la chiave per essere davvero più sereno anche lui? Senza per questo essere quello che avrei voluto che fosse, sia chiaro?»

Non so rispondergli. Credo che non saprò mai rispondergli. Fossi al posto suo mi sentirei un cretino, credo. Ma alla fine so che, soffrendo, sarei sempre e comunque disposto a qualsiasi cosa pur di sapere mio figlio per lo meno più sereno. Non dico felice. Ho smesso di credere a babbo Natale da troppo tempo ormai. Anche se mi dispiace.

Ionnighitar


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