Uno – Le origini

Un po’ di storia non fa mai male. Presenta solo il rischio di essere incompleta, imprecisa o completamente sballata. Alla peggio qualcuno che la sa più lunga mi tirerà le orecchie, ma in fondo è così importante che tutto sia documentato, verificabile e avallato da un rigido controllo notarile? E poi, sentite, come diceva qualcuno molto più importante di me, “Se sbaglio mi corrigerete”.

I miei nonni paterni erano cugini primi. Sissignori. Volete dire che questo spiega un bel po’ di cose? Beh, in fondo nessuno della stirpe è venuto deforme, magari c’è o c’è stato qualche carattere, per così dire, originale, ma tutto sommato può succedere nelle migliori famiglie, anche se i genitori provengono dai due poli opposti della terra.
I due sposini/cugini ricevettero a suo tempo in dono da una zia comune una grande casa di campagna con annessa casa colonica, stalle e una gran quantità di terreno. Lo so che non lo si misura a quantità ma ad estensione, ma fa lo stesso. Era per dare un’idea.
La casa, composta da due corpi adiacenti, ognuno sviluppato intorno a una corte quadrata, era destinata per metà ad ospitare la famiglia – in senso lato – dei nonni, per l’altra ad accogliere affittuari e contadini. È una divisione che durò per tanti, tanti anni, prima che si giungesse a liberare dagli inquilini la casa colonica e ad abbattere un paio di lati della casa stessa. Ne fecero le spese un pollaio, se non ricordo male un porcile e, di riflesso, anche un complesso condominiale di conigli che si trovava però nel portico di passaggio tra la corte e il giardino.
Dicendo famiglia in senso lato intendevo che non c’era una gestione patriarcale o matriarcale della cosa comune con tutti accatastati insieme e distribuiti nelle stanze sparpagliate per la casa, con una riunione oceanica alle ore dei pasti, ma che, pur con modifiche e variazioni intervenute nel corso degli anni, ogni famiglia aveva il suo appartamento indipendente anche se le parti comuni, giardino e cortili, erano indivisi e goduti da tutti.
Per inciso, non ho mai conosciuto il nonno. La nonna invece sì. Donnina minuta, per quanto la ricordi io, apparentemente burbera ma fino a un certo punto. Da ragazzini la ritenevamo una grandissima rompiscatole, forse perché non era sempre entusiasta di sentire sotto le sue finestre la confusione che uno stuolo di nipoti poteva generare e a volte protestava. Mai in modo brusco o antipatico però, che io ricordi.
Ma sì, dai… in fondo era tenera. A casa ho una sua foto di quando era giovane e devo dire che era strepitosamente bella, di una bellezza moderna. Insomma, da qualcuno dovrò pur aver preso, no? Ma riprendo il filo del discorso. Dei personaggi della storia parlerò più avanti e per benino.
A completamento della descrizione sintetica della magione, bisogna dare il giusto risalto al giardino, obiettivamente enormissimo e idealmente diviso tra parte “padronale” con campo di bocce e vialetti di ghiaia e la parte “agricola” con l’orto, il frutteto e il prato in cui andavano a pascolare le mucche. In più, un certo numero di terreni sparpagliati qua e là intorno al paese, ad esclusiva destinazione agricola.

Il paese, dunque. Faceva – e fa – parte di una triade: tre comuni distanti più o meno due o tre chilometri l’uno dall’altro. Il nostro era il più rustico, direi. Quello che più ti dava il senso della campagna e dell’agricoltura. Il solo in cui potessi passare nelle stradine e sentire l’effluvio delle stalle diffondersi dalle finestrine dei muri di sasso.
Il più importante e titolato, a suo tempo considerato “la perla del Varesotto” è stato per tanti anni importante luogo di villeggiatura di famiglie benestanti della metropoli. Culla di una più che fiorente (un tempo) attività di scultura della pietra e patria di affermati “picasass”. Era un po’ il centro mondano e chic della zona. In pratica, quando tutti noi cugini della tribù, delle età più diverse, ci riunivamo con gli amici, eravamo perennemente là. Anche perché eravamo pressoché gli unici villeggianti ad aver casa nel nostro paesello.
Il terzo paese, leggermente più elevato (nel senso dell’altitudine) degli altri due, era considerato, almeno da me, un paese di serie B, poco conosciuto, rarissimamente visitato, con pochi villeggianti che, comunque, per stare in compagnia scendevano come noi nel più raffinato borgo. Era un paese talmente ignorato e snobbato da me che finii col trovarci moglie e, ironia della sorte, trasferirmici in pianta stabile nei periodi di vacanza e nei fine settimana.
Quello che lo rendeva interessante, negli anni dell’infanzia, era che ci potevi comprare gelati squisitissimi, ovviamente non confezionati ma artigianali, dall’Amilcari, gelataio di Milano che soggiornava lì d’estate e dispensava le sue specialità agli estimatori. Famosissimo. E molto gettonato nei periodi in cui, verso settembre in genere, non avendo ancora donato alla scienza le mie tonsille, mi sparavo tre o quattro giorni di mal di gola fulminante che mi costringevano a nutrirmi di gelati.
I due paesi “minori”, il nostro e questo arrampicato sulle colline, confinano con la Cunfederaziùn e questo spiega due cose: il motivo per cui spesso e volentieri facevamo incursioni in terra straniera a fare acquisti di vario genere e numero, ma ne parlerò prima o poi, e soprattutto il perché “ul ticinées” sia diventato per me quasi una lingua madre. Direi una lingua zia, ecco.
Tra i due paesi, però, il nostro poteva fregiarsi di ben tre-valichi-tre, contro l’unico della concorrenza. Uno dei tre confini era solo pedonale e qualche volta si faceva la passeggiata nei boschi fino a raggiungere la casermetta di confine ed espatriare in cerca di ciccolato, chewing-gum Bazooka e altre amenità. Nei miei ricordi andare al valico di Santa Maria era una camminata spaventosamente lunga. Che unita all’emozione di attraversare un confine a piedi, vis à vis con le guardie, mi faceva vivere l’avventura come una vera impresa eroica.
Per chi fosse interessato, il valico non esiste più, la casermetta è diroccata anche se la rete di confine resiste, marcia e arrugginita. Ci si passa di fianco e si può espatriare impunemente e raggiungere, con una piacevole passeggiata in terra rossocrociata, il paese di Arzo, per poi rientrare in Italia. Tra parentesi, il tragitto dalla vecchia casa al vecchio posto di confine, se vi soffermate anche a guardare le piante, richiederà sì e no un quarto d’ora. Il che dimostra come tutto, distanze comprese, sia opinabile e relativo. Le gambette di un frugolino devono lavorare molto di più di quelle di un adulto per fare qualche centinaio di metri. A presto.

Ionnighitar


2 thoughts on “Uno – Le origini

  1. Luciano Rispondi

    Grande ionnighitar!
    Bei ricordi di un tempo che fu, troppo rapidamente passato. Grazie per aver descritto con grande perizia e sense of humor ricordi comuni.

    1. ionnighitar Rispondi

      Grazie a te. Ma poi non vi lamentate se mi monto la testa. Il vostro apprezzamento mi è di stimolo e incoraggiamento e sapervi qui seduti sotto il pergolato ad ascoltare i miei racconti mi dà una gioia è una carica che non so esprimere ma che spero avvertiate. Mi spinge a continuare. Per voi e per me. Grazie di cuore. Alle prossime

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