Un’altra partenza

Ecco fatto. Sono in vacanza. Beh vacanza… in senso letterale è vero. Ferie. Holidays, vacations, non al lavoro insomma… E’ che quest’anno per me l’espressione “non essere al lavoro” ha una connotazione un po’ particolare. Come più o meno ho spiegato, dal mio lavoro vero, o meglio da quello che consideravo lo fosse, sono in licenza illimitata permanente salvo miracoli (si può anche vincere al superenalotto, no?). Sono in pausa agostana dall’altro lavoro, l’opportunità che mi è stata offerta, e che per ora mi fa apprezzare il fatto di essere in vacanza. Però, dato che non va bene essere ipercritici soprattutto quando non sei stato capace o non ti è capitata la ventura di dare un corso diverso alla tua storia personale, parliamo d’altro. Se no mi stufo subito e smetto di leggere anche quello che scrivo.

Insomma, la vacanza non è cominciata sotto i migliori auspici, dato che il primo pomeriggio del primo giorno, di primo pomeriggio giusto per completare i primi, c’è stato il funerale della zia Paola. Non confondiamo: non è la zia che attenta alla nostra vita con condimenti e galloni di whisky. E’, o meglio era, la zia che viveva qui, in campagna, da sola salvo avere fratello, cognata e nipote al piano di sotto. Una zia acquisita, alla quale ero molto affezionato anche perché era difficile non esserlo. Se ci penso bene faccio fatica a trovare una donna così ricca di sfortune lungo la sua carriera. Sposata allo zio Silvio, ultimo dei fratelli del mio papà, ha avuto due figli: Marco, che per me è stato un fratello minore, un amico, un compagno di lavori rurali e di fatiche di Sisifo, un armadio di cento e rotti (molti rotti) chili, di una forza fisica da fare impressione, e Beppe, nato e poi volato in cielo forse dopo una settimana o due di vita. L’aveva chiamato Beppe proprio in ricordo del papà (mio). Tante volte mi sono chiesto se per una donna, per una madre, si possa trovare un dolore più grande da sopportare di quello della perdita di un figlio.

La zia Paola era un’esagerata. Ha voluto viverla due volte questa esperienza. Già, perché Marco, che ancora non aveva raggiunto i trentatrè anni, un brutto giorno di primavera s n’è andato nel giro di un minuto. Senza avvertire nessuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno al mondo potesse immaginare anche solo lontanamente che quella perfetta macchina di acciaio e muscoli potesse avere anche un solo minimo difetto. Invece ce l’aveva. E nemmeno tanto minimo, visto che se l’è portato via in un soffio. Ho perso tante persone care. Ma una colpo così, improvviso, inaspettato, che ti strappa via qualcuno più giovane e fresco… insomma, se ci sono rimasto di stucco io immaginiamo lei. Che nel frattempo, giusto per tenersi in allenamento, aveva già perso anche suo marito, era rimasta vedova e le era toccato di vederlo soffrire prima che trovasse finalmente un po’ di pace. Lui. Perché lei era solo all’inizio del calvario.

Tra l’una e l’altra cosa, cioè tra la perdita dello zio e la scomparsa di Marco, la zia Paola aveva pensato bene di provare l’ebbrezza anche di due o tre tipi di malattia (grave, quella che non si nomina ma che si sa benissimo quale sia), e ne era uscita. Come, lo sapeva solo lei, ma ne era uscita. Ospedali, operazioni, sala rianimazione… era una tremenda curiosa che evidentemente non si accontentava di saperne per sentito dire ma voleva provarle in prima persona. E la cosa più incredibile di tutte è che in ogni occasione, durante e dopo qualsiasi prova di questo calibro ha sempre dimostrato una forza d’animo e uno spirito che non ho mai capito dove riuscisse a trovare. Fossi più pio di quanto sono direi che lo trovava nella religione, che lo trovava guardando lassù, ai piani alti. Nonostante da lassù non avesse ricevuto che terribili macigni scagliati con mira infallibile. Boh, forse sbaglio, forse non ho capito niente. Ma non sono così sicuro che fosse da là che trovava conforto o anche solo il coraggio di tirare avanti. Però, sempre, se andavi a trovarla ti raccontava di tutto e di più, ti chiedeva di te, di questo e di quello. Mai sentito un lamento da parte sua. Mai.

L’ultima volta che l’ho vista seduta in casa sua risale forse a un paio di mesi fa. L’ho chiamata per sapere se potevo andare a trovarla, sapendo che non stava bene. Ha accettato entusiasta, avvertendomi solo di non spaventarmi: era calva e non le andava l’idea di cacciarsi in testa una parrucca. Non si alzava dalla poltrona. Mai successo prima.

Due o tre giorni dopo, l’inizio della discesa.

Ho fatto in tempo a vederla sabato e domenica scorse, cioè una settimana scarsa prima di quando se n’è andata. L’ho riconosciuta giusto perché mi ci ha portato sua nipote, sennò sarei ancora là a girere per le camere a cercarla. Ha capito che c’ero? Credo di sì. Ma aveva un solo pensiero: la nausea e tanta, tantissima sete. Quando sono uscito sapevo perfettamente che non l’avrei vista più, eppure è riuscita a stupirmi ancora. Non immaginavo potesse tener duro ancora cinque giorni.

In genere non riesco a trovare consolazione in questo pensiero, eppure questa volta so che in fondo è più serena e contenta. Questione di credere o meno in cose che per qualcuno sono indiscutibili e per altri risibili retaggi di una subcultura medievale..

Ma so che siete lì, zia Paola, zio Silvio, Marco e anche il piccolo Beppe che non ho mai conosciuto. Adesso una cosa è certa, dovunque voi siate, qualunque cosa stiate facendo: dai piani alti hanno smesso di lanciarvi macigni. Credo, per quanto possa valere la mia opinione, che abbiate pagato un tributo straordinariamente duro e, lo dico assicurandomi qualche decennio di penitenza in più, sempre sia sufficiente, avete pagato un tributo immeritato, esagerato e spietato.

Mi piacerebbe che poteste leggere o sentire questa mia opinione, anche se non riesco ad esserne così incrollabilmente sicuro. Un grosso bacio a tutti voi.

Ionnighitar


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