Una grande famiglia

Chiodini Va detto, per onore di verità, che Mimì non era per sua natura un tombeur de femmes, non sapeva esibirsi in sviolinate, serenate, stornellate o inventarsi melodie incantatrici. Nemmeno con i serpenti. Ma, va a capire come fu, con Monica riuscì, o comunque gli capitò senza volerlo, di toccare i tasti giusti, di far vibrare le note più profonde della sua anima, di dare respiro e aria nuova al mantice delle sue aspettative e ai suoi sogni.

Monica non era né brutta né antipatica. Era un po’ una “palla”, per essere sinceri. Verò è che è sempre questione di gusti, ma le probabilità che una Fisar Monica risulti meno coinvolgente di una Gibson Les Paul (Paul è il cognome, la signorina è straniera e non potrebbe chiamarsi Asfasia Cruccaterra) è abbastanza verosimile. Fatto sta ed è che la Monica cominciava a intravvedere lo spettro della zitellaggine dopo che tutti i suoi pretendenti-lampo avevano preferito prendere il largo dopo brevi scambi di fraseggio con lei. A Mimì invece era piaciuta. Gli piaceva quella sua voce dal timbro un po’ malinconico, leggermente demodé, che trovava particolarmente adatto a pezzi di musica popolare e alla musica francese che tanto lo affascinava. Terrei a precisare che non sono mai riuscito a condividere con Mimì il fascino della musica francese. Insomma, l’aveva invitata in cantina a vedere la sua collezione di scacciapensieri, l’aveva un po’ stordita a colpi di brindisi di marsala all’uovo bevuto a canna e, probabilmente, il mix tra questa complice trasgressione e le note così variate e melodiose scaturite dal suo strumento aveva fatto sì che scoccasse una scintilla destinata a diventare incendio. All’apice del corteggiamento, Mimì, guardandola negli occhi diede la stoccata finale dicendole: «Che gelida manina, se la lasci riscaldar!», incurante o forse sin troppo consapevole del fatto che la frase non era originale né destinata a una Monica. Era per Mimì, in effetti. Ma poteva essere la Fisar a dire al Faresi una roba del genere? Va bene la parità dei sessi, ma, di idee all’antica, i due preferivano rispettare la tradizionale distribuzione dei ruoli.

Ottenuta la manina da scaldare e una promessa di amore eterno cominciò a fantasticare di partiture scritte per fisarmonica e scacciapensieri da lanciare in cima a tutte le hit mondiali. Mai dire mai. Anche se per ora credo non si sia ancora arrivati a lambire nemmeno da lontano l’orlo inferiore di ogni sua più prudenziale previsione. In un intervallo di quinta organizzò tutto quello che c’era da organizzare.

La cerimonia venne celebrata in pompa magna tra squilli di trombe e rullar di tamburi, con sottofondo di arpe, cembali, clavicembali e clave, triccheballacche e putipù, tamburelli e nacchere, evitando tuttavia accuratamente di inserire nel gran corpo d’orchestra il corno, inglese o napoletano che fosse, per scaramanzia. Non fu un controsenso, si badi bene, perché se da un lato il corno napoletano è sinonimo stesso di buon augurio, a Mimì e soprattutto alla gelosissima Monica non parve il caso di cominciare a trattar di corna proprio i l giorno del matrimonio. Il celebrante, Don Backy, dismesso il microfono aveva da poco preso i voti e vestita la tonaca. Venne letto un brano del Vangelo secondo Adriano (Celentano) che nessuno capì. Tutti ritennero più comprensibile Prisencolinensinainciusol, ma il Don, che tra l’altro aveva da decenni dei conti in sospeso con l’immenso della via Gluck, cercò di dare una sua impronta al sermone. Fu il più emozionato di tutti e prese tante di quelle stecche che in buona parte vennero accantonate per l’eventuale avvio di un’attività di riparazione di ombrelli ammalorati. Con la crisi serpeggiante e con l’incertezza che una vita dedita all’arte e solo all’arte garantisce, è meglio lasciarsi sempre una seconda possibilità. Se non altro per lasciare ai propri discendenti la possibilità di demolire quanto di proficuo e redditizio il sudore e i sacrifici dei genitori hanno saputo mettere in piedi.

Gli anni cominciarono a trascorrere lenti ma regolari, con ritmo altalenante ma una sostanziale armonia nei rapporti tra i coniugi. Mimì si fece un certo nome come scacciapensierista, trovando anche il modo di farsi scritturare per qualche tour interregionale per la promozione della musica e delle tradizioni popolari, Monica lo seguiva docile e adorante aiutandolo perfino ad affinare il suo stile, ormai sostanzialmente delineatosi come un giusto mix tra la verve di celebri artisti di un tempo, alla Tenco, Endrigo, De Andrè e Bertoli e la scanzonata modernità e originalità di un Pupo e di Toto Cutugno.

A proposito, appunto, di pupi, le soste in località amene e piene di romanticismo che costellavano i vari tour furono malandrine e causa scatenante di una frenetica attività procreativa dei due. Favorita anche dalla conformazione tutta particolare della Monica che, all’occorrenza, poteva allargarsi o ritirarsi come fosse dotata di un soffietto tra busto e gambe. Programmarono dettagliatamente tutto quanto. Per lo meno decisero il numero di eredi che avrebbero sparpagliato per il mondo: sette, come le note. Ça va sans dire. E per fortuna non pensarono ai semitoni, altrimenti avrebbero messo in piedi la Banda d’Affori.

Giunti a questo punto del racconto non resta che ricordare brevemente i sette Faresi junior, nell’attesa, anche, di reperire negli archivi e negli annali altre notizie succulente per completare la saga della grande famiglia.

Il primogenito fu Walzer, che aprì, una volta giovanottello, una scuola di ballo in provincia di Vienna. Poi venne Charles(ton), che tentò la fortuna in America spacciandosi per uno di Philadelphia (era tenero, pallido, quasi cremoso). La terza, una fanciulla, fu battezzata Màraca, poi storpiato in Maràca, cui restò appiccicato il soprannome di Chachacha. Fece la segretaria. La quarta fu Clarinetta, che avrebbe dovuto essere Claretta o Clarettina, ma il parroco, in età, era sordo come la campana più grossa del campanile e, guarda il caso, trascrisse il nome nell’istante preciso in cui la campana faceva il diavolo a quattro per annunciare il lieto evento all’intero paese. Dopo Clari arrivò Sassimo. Proprio Sassimo, sì. Perché l’obiettivo era quello di abbreviare il nome in Sax, più musicale. Indeciso se fare il contralto, il soprano o il tenore, scelse quest’ultima via e fece carriera. Spostandosi sempre in corriera, per risparmiare. Non ebbe grande fortuna, nella scelta del nome, la sorella minore, cui affibbiarono il nome di Polka. Ora, io dico, va bene rendere onore alla musica. Ma una che si chiama Polka, una volta divenuta adolescente e poi fanciulla in fiore, vi pare possa stare tranquilla? Non è palese che con tutti i mandrilli che circolano al giorno d’oggi e, probabilmente, ancor più al dì di ieri, la sua giornata si trasformi in una specie di percorso ad ostacoli ad evitare imboscate, smanacciamenti e battute pesanti? Non so bene quale strada abbia preso la poverina. Spero con tutto il cuore non una strada nel vero senso della parola. Ma dubito sia entrata in convento.

Infine arrivò Ottavino. Un controsenso, dato che era il settimo. Ma non esiste uno strumento che si chiami settimino e dovettero adattarsi così. Di lui so che fu sempre preda di un complesso (e te pareva) di inferiorità. Perché sapeva, in ogni istante della sua vita, in ogni attività cui si fosse dedicato, che mai, per nessun motivo, avrebbe potuto risultare Primo. Né primino.

Ionnighitar


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