Un segno

Confesso. Ci ho messo un po’ a decidere se scrivere questo post o lasciar perdere. perché se letto in chiave sbagliata c’è solo da fare gli scongiuri, toccare ferro, legno, fare le corna (non alla propria metà, se possibile) e, insomma, mettere in pratica tutti i tipi di scongiuri possibili e immaginabili. Da caserma e non.

Ma la mia intenzione è innocente, lieve, per nulla pessimistica o improntata ai temi crepuscolari… insomma, mi metto a filosofeggiare con le mani in tasca, è vero, ma giuro che sto semplicemente facendo delle considerazioni così, in linea puramente teorica ed accademica. Vado? Ok, alla peggio chiudete il blog e recitate qualche giaculatoria.

Tutto il discorso che segue giustifica l’immagine dell’impronta del piede sulla sabbia, che uso a ornamento del post e che, almeno per qualche giorno, va a sostituire lo sfondo di cubetti di legno (mi piacevano molto ma dopo un po’ risultano spigolosi). Allora, per non girarci più intorno, ieri sono stato a un funerale. Di un parente acquisito, scomparso dopo lunghissime sofferenze e una lenta, lentissima fase di consunzione. Troppo giovane, per giunta. Una volta uno a settantaerotti anni era un vecchio bacucco, o no? Beh, oggi pare un giovanotto. Ho detto pare. Non conta l’aspetto, conta la mente, lo spirito, la vitalità.

Lui, per la cronaca si chiamava Ernesto, era una persona che non posso dire di aver conosciuto profondamente. Ma per quel po’ che mi è stato dato di conoscerlo mi ha lasciato l’impressione di un uomo smisuratamente colto che non faceva per nulla pesare la propria cultura. Eclettico, forse non ha mai capito fino all’ultimo se fare il pianista o il professore di angiologia. Apparentemente burbero, sciatto, menefreghista in modo totale delle convenzioni, delle apparenze, dei formalismi. E nello stesso tempo, so per certo, tenerissimo, affettuoso con una finta scorza di misantropia e misoginia al cinquanta per cento. Serio, compassato, a volte quasi scontroso eppure capace di una straordinaria ironia e, soprattutto, di smisurata autoironia. Dote che apprezzo forse come poche altre al mondo. Un personaggio. Un uomo che mai, nemmeno per scherzo o distrazione, si lasciava andare a giudizi impietosi o superficiali su chicchessia, ma era capace di analisi di una tale profondità da lasciare a bocca aperta. Una persona che, senza ombra di dubbio, lascia un segno profondo, più che positivo, certamente incancellabile non solo nei propri cari, come è normale che sia, ma in chiunque abbia avuto modo di intavolare con lui una discussione che, nonostante tutto, non poteva mai risultare banale. E’ stato un privilegio conoscerlo e mi dispiace essere così stupidamente timido e riservato da non avere il coraggio o  le parole per ripetere tutto questo a mia cugina che ora starà vivendo un vuoto lacerante, nonostante circondata da tre figli magnifici.

Detto questo mi chiedo: lasceremo tutti un’impronta? Perché, che ci piaccia o no, prima o poi quel viaggetto ce lo facciamo tutti. ma cosa lasceremo dietro? Un buon ricordo? Una semplice eredità di affetti? (che già non è da buttare via). Quale orma sarà la nostra? Un’orma sulla sabbia come quella che ho scelto come sfondo? O piuttosto una specie di bassorilievo in una lastra di granito, che per tanto tempo e tante persone significherà qualcosa? Intendiamoci, ho la vaga impressione che una volta passato il confine a nessuno di noi possa fregare di meno di aver lasciato questa o quella traccia. Però, a mio avviso, e sottolineo MIO, è tutto così vago, incerto, aleatorio, immaginario… In effetti la fede non si chiamerebbe fede se non fosse basata sulla fede (gioco di parole). Intendo dire, se dovessimo avere una quadratura del cerchio certificata dal Notaio, sai che sforzo dire che abbiamo fede? Poi però, e questo non credo sia peccato, o almeno non mortale, ognuno di noi ha una sua fede su misura. Modellata e plasmata dall’esperienza, dalla sensibilità, dalla propensione a riflettere o a comprare a scatola chiusa. Io ce l’ho, ma a volte vacilla, a volte risorge, a volte si riempie e mi riempie di dubbi, a volte mi fa sentire un eretico credente. E mi sa che non sono il solo.

Tuttavia quella domanda sulle tracce che lasceremo dietro i nostri passi mi torna alla mente spesso. Mi ritorna quando penso alle orme che ritrovo sul mio cammino. Orme di qualcuno cui ho voluto bene, di qualcuno che ho stimato, che è entrato e uscito dalla mia vita lasciando un post-it con scritto: «Ricordati che sono passato di qui». E tante volte, ma tante davvero, soprattutto quando le difficoltà e lo scoraggiamento sembrano volermi schiacciare sotto la pressa, cerco conforto, aiuto, luce, coraggio, in chi è passato prima e mi ha lasciato un pezzettino di sé. Come un piccolo ritaglio di nastrino, perché io non mi dimentichi. Perché io sappia che non mi hanno dimenticato. E magari nei rapporti passati capace che mi sono comportato a perfetto stronzo (pardon). Capita.

Ecco, a pensarci bene, credo che l’idea di poter lasciare un’impronta in qualcuno, anche se non in tutti, ma un’impronta che sia profonda e marcata, che non sia soltanto un avvallamento nella sabbia bagnata che sparirà al primo passaggio dell’onda, sia una gran cosa. Non un successo, perché non è al successo che credo si debba tendere quando si va verso questo tipo di traguardo. Ma un semplice, preziosissimo dono. Per sé e per chi potrà apprezzarne la presenza anche quando saremo partiti per altre destinazioni.

Dopo questo discorsetto allegro ho in mente alcune persone, che ricordo praticamente ogni giorno. Loro sanno. Lo so che lo sanno. Io non potrò mai dimenticarvi. Se potete, fatelo anche voi. E aiutatemi a lasciare la stessa traccia che voi avete lasciato. (Più in là possibile, se non chiedo troppo).

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.