Un raccontino

In un post recente, “A casa di Chiara”, ho raccontato di un’allegra compagnia che si riunisce a Luino per giocare con la scrittura. Si danno un tema, un sacco di tempo, e scrivono. Per ritrovarsi, mesi dopo, a leggere il frutto delle loro fatiche. Un’idea carina che affascina anche un malato della tastiera come me. Ho anche anticipato, credo, che una volta reso edotto delle nuove indicazioni ho cominciato a pensare e ripensare e mi è già scappato di scrivere un paio di raccontini (uno di troppo, quindi).
Il guaio è che mi capita ugualmente di pensarci ancora e mi è scappato di scriverne un terzo, che ovviamente non avrei il coraggio di presentare in quella sede. Non è una personale.
Allora mi sono detto: “Perché non archiviare questo terzo esercizio nel blog? Dopotutto qui dentro scrivo, divago, riempio le pagine. Quindi anche un raccontino ci può stare, no? E io lo metto. A Luino non arriverà mai. Quindi non mi pare di avere commesso alcuna scorretteza. Non esiste un tema, ma un “Incipit”, un inizio, che deve essere tassativamente rispettato. Lo scrivo in grassetto.

Ionnighitar

telefonoIl telefono riprese ancora a suonare insistentemente.

Per la verità avrebbe anche potuto continuare fino a perdere la voce, a fondersi, a gettare la spugna preso dallo sconforto per una così smaccata manifestazione di indifferenza.

Lui non avrebbe risposto. O meglio, non avrebbe potuto farlo perché non si era nemmeno accorto che suonasse. Tutta colpa del suo sistema audio monofonico. Che, tradotto in parole povere, significa che avendo solo l’orecchio sinistro con tutte le sue cosine a posto, o quasi, quando capitava che si addormentasse o anche solo poltrisse a letto con l’unico funzionante appoggiato sul cuscino poteva passare anche l’autopompa dei pompieri in corridoio che lui non avrebbe fatto una piega.

In linea teorica, bisogna dirlo, una bella seccatura, per non dire altro. Non tanto per il pericolo di non accorgersi di qualche cataclisma incombente durante il sonno, quanto perché le occasioni in cui la sua, diciamo, particolarità, lo metteva in difficoltà o in imbarazzo non erano poi così rare. I luoghi affollati, rumorosi, la confusione, il brusio, spesso lo costringevano a durissime sfide per non restare come tagliato fuori dal mondo, avvolto da una grossa e spessa bolla di sapone. Aveva avuto chissà quante volte l’impressione di essersi stampato in faccia un’espressione da deficiente nel tentativo di far credere all’interlocutore di aver capito perfettamente il suo discorso, mentre aveva solo fatto uno sforzo tanto improbo quanto infruttuoso per leggerne dalle sue labbra almeno i punti chiave. Intendiamoci, non che questo fosse sempre uno svantaggio: certo con queste premesse si era risparmiato chissà quanti sproloqui inutili e futili ai quali magari, fosse stato funzionante al cento per cento, avrebbe dovuto faticare per rispondere con diplomazia o per evitare risposte poco urbane. Ormai quando era sufficientemente in confidenza con qualcuno, soprattutto al ristorante, in modo un po’ scherzoso avvertiva il vicino di destra di insistere nel caso avesse voluto comunicare con lui, magari ricorrendo a toccatine sulla spalla per richiamare l’attenzione o, nel peggiore dei casi, al linguaggio dei segni o all’uso di pittogrammi sul tovagliolo. Questo, però, era praticabile soltanto nel caso ci fossero stati tovaglioli di carta, preferibilmente di colore chiaro.

Una delle situazioni più frustranti era l’assistere a film, telefilm, sceneggiati, serial televisivi, che ormai si erano uniformati a due linee-guida e da queste non si scostavano di un decibel. Anzi, se possibile, cercavano di stabilire un record. Aveva l’impressione, peraltro da altri condivisa e confermata, che i dialoghi, rigorosamente coloriti da cadenza romanesca anche quando a parlare era un taglialegna di Dobbiaco o la farmacista di Pinerolo, fossero sempre più veloci, stringati, con le parole smozzicate e, soprattutto, pronunciati a bassissima voce. Ora, siamo obiettivi, un dialogo nella realtà non è certo urlato o mantenuto a livelli sonori elevati, specie se di dialogo intimo o confidenziale si tratta. Ma dato che si sta parlando di finzione scenica, magari indulgere un pochino a beneficio di ascoltatori che non gradiscano appoggiare il fonendoscopio al televisore darebbe prova di un animo gentile, generoso e attento alle esigenze del pubblico. Composto notoriamente da fanciulli, adolescenti, adulti e diversamente giovani. Che qualche volta hanno perso in parte la gamma di frequenze che nei tempi andati avrebbe permesso loro di capire tra quanto sarebbe arrivato il treno semplicemente appoggiando l’orecchio sulla rotaia. Oggi, a loro, mi sentirei in coscienza di sconsigliarlo.

Sta di fatto che spesso si ritrovava a doversi immaginare ed inventare dialoghi basandosi sulle scene che aveva visto.

A proposito di visto… Un aspetto di questa faccenda gli sembrava per metà curioso e per metà del tutto assurdo: la disparità di trattamento riservata da molti, in genere dotati di una sensibilità squisita, ai non vedenti, familiarmente ciechi, piuttosto che ai non udenti, familiarmente sordi. E questa disparità di trattamento gli arrivava sempre all’orecchio con estrema nitidezza.

Molti, come è giusto e normale che sia, nel vedere una persona che non vede provano dispiacere, vengono colti da uno strano senso di imbarazzo quasi colpevole per avere un dono che ad altri è stato tolto o negato. Il pensiero, quasi sempre, è: “poveretto, non ci vede”. C’è empatia.

Diverso dal più sanguigno e un po’ risentito “che palle, non ci sente”.

Ora, ammetto che ci sia una bella differenza. Una persona che non vede, purtroppo, non ha grandi strumenti o vie d’uscita. La sua è una condanna senza remissione della pena. Fermo restando che ci sono persone che non hanno il dono della vista ma in compenso hanno spesso uno spirito e una forza che non è facile trovare in chi ha tutte le cose a posto.

Chi non sente, forse, una via d’uscita ce l’ha. O la può per lo meno tentare. Resta però il fatto che considerare il suo difettuccio come una grossa rottura di scatole per chi gli sta vicino non è molto carino.

C’era comunque un mezzo per sopportare con una certa leggerezza questo inconveniente: convincersi che il poter spegnere l’interruttore delle comunicazioni col mondo semplicemente appoggiando la testa sul cuscino dalla parte giusta era un dono che a molti, l’avessero provato, avrebbe di sicuro fatto invidia. E lui di questo mezzo aveva fatto una specie di filosofia personale.

Arrivando perfino ad accettare con indifferenza tutta una gamma di rumori che lo allietavano sostituendo il suono nell’orecchio balordo: carta spiegazzata, l’acqua della doccia, l’olio che frigge nella padella, un sibilo non meglio definito né definibile.

Il telefono, comunque, con una costanza degna di nota e meritevole di soddisfazione, continuava a suonare. Alzò la testa, sentì il piacevole richiamo. Allungò la mano per rispondere e senza pensarci accostò la cornetta all’orecchio. Quello destro. Silenzio. Solo silenzio.

Riappese. Sempre più convinto che non valesse più nemmeno la pena rispondere, al telefono.


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