Un po’ di storia, o dell’evoluzione dei musicanti

One man bandCredevo, con il nuovo corso, cioè con le tonnellate di tempo libero che mi sono cascate addosso, che avrei scritto un po’ di più. Come agli albori del blog. Come quando credevo che il mondo non aspettasse altro che le mie riflessioni e i miei ricordi per pascersi di racconti e aneddoti che, al confronto, avrebbero dovuto far impallidire il libro Cuore e le memorie di chissà quanti personaggi famosi. Devo confessare che, forse, almeno da questo punto di vista, sono rinsavito. Nel senso che mi rendo conto perfettamente che in buona sostanza è difficile che a qualcuno freghi qualcosa di quel che scrivo. Ma lo faccio lo stesso. Il perché l’ho ripetuto già troppe volte, nei vecchi post. Chi non riuscisse a tenere a bada la curiosità faccia una bella caccia al tesoro, così è costretto a rileggersi tutta la saga a partire dai primi vagiti di questo contenitore variegato e multiforme.

Come ho annunciato recentemente alle folle, l’attività della band ha ricominciato a riempire i lunedì sera. Infatti oggi è lunedì e Ric mi ha appena scritto che ha un impegno improrogabile e di conseguenza la serata musicale va a farsi benedire. E’ un classico. Poi ci si chiede come mai non siamo ancora riusciti a raggiungere i livelli dei gruppi di maggior successo… ma per forza, scusate. O c’è continuità o la vena, l’entusiasmo e l’ispirazione svaporano lasciando solo delle macchie di calcare e delle incrostazioni di note e accordi senza forma e senza senso.

Allora, dato che ancora una volta la session salta, mi sono messo a pensare alla preistoria della mia carriera musicale, che poi, dopo lunghi silenzi, dopo incertezze e titubanze, ha portato, nel momento culminante, ai cosiddetti concerti e alla pubblicazione dell’unico singolo oggi sul mercato (ho detto che sono rinsavito perché so a quanti tutto questo possa interessare, ma non ho mai sostenuto di aver perso quella vena di megalomania e quel perenne stato di distacco dalla realtà che mi hanno perfino fatto adottare il nome d’arte di Eric. Vedasi alla voce Clapton).

Direi, a pensarci bene, che la prima timida infatuazione per la musica suonata mi si è infiltrata nell’encefalo verso la fine delle scuole medie. Una passione condivisa con un compagno di classe che, data l’altezza, era soprannominato “Tappo”, e che aveva dalla sua la fortuna di avere un fratello maggiore (non sta in questo la fortuna), che suonava la batteria. O meglio, così mi raccontava. E che era un fanatico seguace degli Shadows. Gruppo di quattro inglesi, molto spesso di supporto al cantante Cliff Richard, che in effetti era meglio lasciassero cantare al posto loro. I pezzi in cui si esibivano anche vocalmente erano piuttosto scarsini. Ma dal punto di vista musicale, chitarristico/ritmico erano sublimi. In ogni caso, né Tappo né io sapevamo minimamente come si suonasse una batteria né quale fosse il lato giusto per imbracciare una chitarra. Ma eravamo follemente innamorati degli Shadows e del loro sound.

La grande svolta si è presentata quando dietro l’angolo mi aspettava in regalo una chitarra. Classica. Insomma, classica… né elettrica né folk. Quindi, classica. Se allora mi fossi messo d’impegno e avessi preso qualche lezione probabilmente avrei imparato a suonare. Nel vero senso della parola. Ma, conoscendomi, nello stesso tempo non avrei potuto imparare in quanto mi sarei scocciato alla terza lezione di imparare scale, diteggiature e teoria della chitarra. Sta di fatto quindi che non ho mai imparato a suonare come si deve, ma che in compenso mi sono messo a studiare teoria, diteggiature e scale quando ormai sarebbe stata ora di mettere in pensione chitarra e chitarrista. Sono autodidatta. Un autodidatta che ha passato ore, giorni, mesi, direi anche anni quasi quasi, a suonare cose che gli piacevano solo per il gusto di farlo. Accontentandosi di quel mezzo-e-mezzo che non è mai schifo totale, ma che ti impedisce di fare dei seri passi avanti. E’ un metodo che mi ostino ad adottare, quando suono. Soprattutto da solo.

In effetti mi sono sempre trovato al bivio: quello della scelta tra il tentare un percorso da solista o approfondire una specializzazione ritmica. Il che mi ha portato, come era prevedibile, a non essere né l’una né l’altra cosa. Ma in compenso devo dire che mi sono quasi sempre divertito a suonare quello che mi passava per la testa. Più un gioco o un passatempo che un impegno. Lo ammetto. Cosa che credo mi distingua non solo dai miei miti, Clapton o Knopfler in testa, ma anche da chi sa suonare decentemente per non dire bene, con una certa sicurezza e scioltezza che credo non troverò mai. Salvo miracoli. Amen.

Le prime pseudo-band che si alternavano alle mie lunghe sedute solistiche (nel senso che suonavo per i fatti miei) erano two o three-men-band (oddio, men è una parola grossa, ma è giusto per dire). La prima batteria era un fustino (vuoto) del Dixan affiancato dal piatto di una bilancia da cucina rovesciato. Rettangolare. Aveva un suono inconfondibile… coinvolgente. Insomma, aveva un peso, diciamo. Poi, piano piano, e ancora non so perché ci abbia pensato io, ho comprato un rullante (il pezzo basilare della batteria e un charleston, cioè quella coppia di piatti da suonare con il pedale. E un paio di bonghi, che mi piaceva molto suonare ma che in casa non erano l’ideale. Abbastanza senza senso il tutto. Dato che comunque io suonavo la chitarra. Sono un filantropo. E forse un Mecenate. Offrivo ad altri di che esternare le proprie capacità percussionistiche senza doversi attrezzare all’uopo.

Si suonava il sabato pomeriggio, la band cambiava a seconda di chi era disponibile, ma alla fin della fiera devo dire, ripensandoci, che faceva davvero pietà. Forse l’ho pensato anche allora, perché per un bel po’ c’è stato uno stop. E, dopo essermi comprato la prima chitarra elettrica, ho continuato a suonare da solo. Senza attaccarla all’amplificatore per evitare proteste condominiali. Senza amplificatore, ve lo garantisco, la chitarra elettrica è davvero utilissima. Ben utilizzata… Un po’ come il tostapane quando ci infili il pancarré e non attacchi la spina. La mia chitarra, che tanto amavo, era una semiacustica di marca, italiana. Si chiamava Meazzi. Alcuni pseudo-amici, per farmi dispetto, avevano coniato uno slogan che mi faceva imbestialire: «… è una Meazzi, come la suon ti …. diciamo inquieti???». Beh, pensatela come volete, ma la Meazzi è stata il punto di partenza per un’evoluzione che mi ha strappato dal guscio di isolamento in cui mi richiudevo a ripetere decine di volte le stesse cose e mi ha aperto le porte a un suonare diverso. Un suonare in squadra. Un suonare (anche) con gente che sapeva suonare. Ma qui sarà meglio che mettiamo la scritta «Fine della prima parte». A ben rivederci.

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.