Un gioiello di ingegneria

Da parecchio, oserei dire da qualche anno, maturavo l’idea di innalzare un peana in onore del Sirietto. Oggi corono il mio sogno.

Chi o cos’è il Sirietto? Ma scherziamo? E’ il tram più intelligente che il Comune di Milano (senza distinzioni per l’amministrazione, una vale l’altra, o meno dell’altra, il che è tutto dire), il tram, dicevo, che il nostro solerte comune in nome e per conto dell’ATM ha commissionato ad Ansaldobreda (certamente un consesso di premi Nobel), per deliziare i nostri scorrazzamenti per le vie della metropoli. Ora, le mie considerazioni per quanto riguarda alcuni particolari potrebbero essere inesatte se riferite a qualche esemplare rimaneggiato o ricondizionato, ma la sostanza cambia poco. Sono osservazioni maturate sul campo e in più di un’occasione.

Va fatta la premessa che si tratta di un tram lungo lungo, ma quanto lungo? Lunghissimo. Un jumbo tram? Può essere. ma con la particolarità che la capienza interna è inversamente proporzionale all’ingombro esterno. Già quest’ultimo è un pregio, quando il tram si ferma a un semaforo in alcuni punti strategici bloccando l’attraversamento di due o più arterie perpendicolari, ma chiudiamo un occhio. E’ all’interno che il genio costruttivo del team di progettisti ha dato il massimo. Intanto, essendo dotato di un numero esagerato di porte d’accesso, come è giusto che sia, le macchinette per obliterare (timbrare) i biglietti sono in genere in testa e in coda. Il che significa che se entri nell’ora di punta, quando percorrerlo è praticamente impossibile, o entri dalla porta giusta sperando che la macchinetta funzioni o devi rinunciare all’impresa mettendoti immediatamente nella situazione del fuorilegge evasore. E se ti beccano i controllori te ne accorgi. Per la verità a metà ci sono altre macchinette. Ma, o sono del tipo vecchio, che ancora non ho capito cosa possano timbrare, oppure sono quelle che riconoscono le tessere magnetiche. Proporzione tra possessori di tessera magnetica e viaggiatori con biglietto: 20 a 1. Giusto. Il bello però lo si percepisce guardando i posti a sedere, come siano ben sfruttati gli spazi, quale ampiezza di corridoio sia stata prevista per il flusso dei passeggeri che salgono, scendono, si muovono, vanno in cerca della macchinetta di coda quando quella di testa è guasta o viceversa. Se vedono da lontano un vecchio compagno di scuola e cercano di raggiungerlo o anche solo di comunicare via etere e sopra le teste degli altri vengono, giustamente, abbattuti. Mi è capitato, nell’ora di punta, che fossero guaste tutte e due, le maledette macchinette. Si è rischiata la sommossa, ma prima o poi, forse,  racconterò del viaggio ai confini della realtà.

Anche in larghezza il Sirietto non scherza affatto… è decisamente ben piazzato. Ed è qui che, pur prendendo appunti o cercando di schematizzare le proporzioni, ci si scontra con l’evidenza della realtà. Insomma, la faccenda è che i sedili, allineati longitudinalmente lungo  le fiancate, per non so quale mistero progettuale, anche se non particolarmente profondi si fronteggiano lasciando libero un corridoio che non credo superi i cinquanta centimetri. Il piccolo particolare è che questo spazio deve anche dare asilo ai piedi dei passeggeri seduti, che quasi si toccano con le punte. E’ divertente vedere come il serio bancario faccia involontariamente piedino al giovane rasta con tascapane all’unicinetto, berretto multicolore a maglia e cuffie con Bob Marley nelle orecchie. La signora no, la signora solitamente sta in piedi. Soprattutto se incinta, anziana o equipaggiata con alcuni sacchetti stracolmi del supermercato.

E’ facile a questo punto immaginare come possano i passeggeri in piedi collocarsi in vista di un percorso lungo, che inevitabilmente vedrà salire e scendere, spostarsi e muoversi una gran quantità di persone. Nel viaggio cui ho accennato e che prima o poi cercherò di ricostruire, una volta a destinazione ho vissuto una sensazione strana, di dejà vu… Mi trovavo strizzato e calpestato, senz’aria, obbligato a una torsione innaturale per restare attaccato ai sostegni pur proiettando lo sguardo verso la porta così da far intendere la mia intenzione di scendere. Quando finalmente l’ammiraglia della flotta ATM si è fermata al punto giusto e le porte scorrevoli mi hanno ridato la possibilità di respirare aria pura (beh pura… quella di Milano), di vedere il mondo, ecco che…. plop. Sono stato scodellato con forza fuori dal tram, insieme ad un certo numero di compagni di sventura. La sensazione è stata quella di nascere ancora, per parto naturale. Sì, ma plurigemellare. Ed è  lì che ho rimpianto i vecchi, sgangheratissimi tram, anche se non a cavalli.

Ionnighitar


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