Ultima puntata

Per chi avesse seguito le precedenti (io), una vaga infarinatura di Bologna c’è stata. Vorrei dare gli ultimi ritocchi e poi, se sarà il caso, riparlarne in occasione di particolari eventi. Qui qualche flash, derivato dall’esperienza dello scorso fine settimana.

Primo: ho capito perché il prof. Prodi vada in bicicletta. Perché avere l’auto a Bologna, come ho già detto, è una maledizione del cielo. Lasciamo stare il discorso degli accessi al centro, che oltretutto non credo riguardino i residenti (nel centro). E lui certamente in centro ci sta, direi in una delle piazze più belle che abbia visto (grrrrrrr). Il guaio sta nei parcheggi. Se stai al di fuori della cerchia delle porte (una specie di invisibile confine forse una volta circondato da mura, anche se non ne ho mai visto traccia), parcheggiare sono …. affaracci tuoi. Per essere onesti di spazi con striscie azzurre ce ne sono molti, in proporzione direi più che a Milano, dove pare che tutto sia riservato sempre e solo ai residenti. Però, ragazzi… se stai un po’ e non hai la fortuna di capitare su qualcuno che se ne sta andando e ti fiondi al suo posto entro un nanosecondo sei finito.

Lunedì, un po’ per inesperienza, un po’ perché la domenica sera (gratis) avevo parcheggiato lungo i viali nelle striscie azzurre, è cominciata l’odissea del parchimetro. Alle nove e poco più Giaco, col motorino, ha raggiunto la postazione ed ha pagato per tre ore. Il che significa che poco dopo mezzodì siamo tornati sul luogo del delitto insieme, sempre in motorino, per prolungare il permesso. Con quello che avevo in tasca sono riuscito a tirare fino alle due e mezza. Dopodiché eravamo daccapo. Lo scherzetto, tra prima e seconda rata, mi è costato circa 13 euro. Sì, perché lì la tariffa è solo di 2,40 all’ora. Che se porti la macchina ai box della Ferrari rischi di spendere meno.

Rischiando, siamo andati a recuperare il mezzo verso le quattro e abbiamo fatto un giretto sotto il diluvio. Abbiamo trovato dopo un bel po’ una postazione tranquilla, costo 1,20 all’ora, con sosta a pagamento solo fino alle 18. Il che comportava una spesa accessibile. ma non avevamo moneta, in tre. E al bar più vicino non avevano manco 50 centesimi. Al punto che, di fronte alla furbata di ordinare un caffè da pagarsi con 10 eurini, ce l’hanno offerto per mancanza di resto. Ho nuovamente rischiato. Ed è andata bene. Per la prossima ho visto che lì c’è una tariffa di 6 euro per tutta la giornata e credo che l’adotterò. Certo è che anche il parcheggio diventa motivo di angoscia.

Me la sogno di notte… e di giorno!!!

Detto questo, ancora un paio di aspetti (o tre) che mi hanno colpito. Non ci sono i supermercati. Non come li concepiamo a Milano, per lo meno. Qualche Coop c’è, ma di dimensioni piuttosto contenute. Altri piccoli e piccolissimi supermercati poco forniti, sporchini, disassortiti, e poi una valanga di negozietti o minimarket di orientali (come dicevo, Pakistani o Indiani) aperti sempre, ma sempre vuol dire sempre. In compenso ci sono sia negozietti che bancarelle (Piazza Aldrovandi) di frutta e verdura che qui ce li sogniamo. Sia come ricchezza dei prodotti esposti (e sono anche buoni), sia come prezzi. E poi… e poi i negozi tradizionali. Quelli che qui quasi non sappiamo nemmeno più cosa siano. Droghieri, panettieri, pasticcieri, botteghe di una volta col sapore di una volta (i prodotti sono freschi, intendo sapore in senso metaforico). E salumieri. Sì, salumieri. Con, in testa a tutti quelli che ho visto, Tamburini. L’eden del prosiutto, la mecca del cotechino e dello zampone, il paradiso terrestre del parmiziano… Starei ore appiccicato alla vetrina a guardare le cascate di salumi e cogliere gli effluvi che si insinuano nella fessura della porta d’entrata ad ogni passaggio di massaia. Sarò anche goloso, forse esagerato. Ma quel tipo di negozi per me ha un fascino che la comodità dei nostri super non ha potuto né potrà mai farmi dimenticare.

Infine, sempre a proposito di negozi, mi è capitato spesso di vedere ambienti ricavati da antichi palazzi o antiche botteghe che, fortunatamente, non sono stati violentate da qualche delinquente di architetto, o forse, al contrario, hanno avuto il bene di essere risistemati da un professionista attento ai particolari, al vecchio mattone, al pavimento da conservare intatto a costo della vita. Ne sono risultati ambienti che, anche se non esponessero un accidente di niente, varrebbe comunque la pena di visitare. Per di più esaltano il fascino di qualsiasi merce vi venga esposta aggiungendo un tocco di magia all’abilità di chi si occupa di esporre e presentare i prodotti.

E’ chiaro che quando giro per Milano lo faccio con occhi diversi, non da turista. ma faccio fatica a trovare paragoni o similitudini. Qui sembra che le parole d’ordine siano “minimalista”, “bianco”, “luci”, “modernità”. Aggiungerei tristezza, ma non so se molti degli arredatori che probabilmente vanno per la maggiore ne capirebbero il significato. D’altra parte, per fortuna, tutti i gusti son gusti. O no?

Ionnighitar

Anche qui mi assale la sindrome da imbarazzo nella scelta

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