Tutti al mare… (con quel che segue)

Ho trascorso una settimana o giù di lì in preda ai rimorsi e all’angoscia. Perché? Che domande… Perché ho lasciato i miei numerosissimi lettori (saranno molti meno???) senza spiegazioni, a metà dei racconti/ricordo di una fanciullezza campagnola passata tra mucchi di fieno, secchi del latte, muccone grandi così con degli occhi grandi così, che ti guardavano e non capivi se volevano dirti qualcosa o se semplicemente avessero un’espressione ebete. Propendo per la seconda. A proposito… come in tutte le stalle d’Italia, credo, ne ricordo una che si chiamava Roma, una Italia e forse una Vittoria (di questa non sono sicuro, e forse è meglio non ci sia stata, perché di vittorie nella storia delle guerre d’Italia se non ricordo male, non c’è stata grande abbondanza). Di certo e per fortuna non ce n’era nemmeno una chiamata Littoria. Ma vabbè. In ogni caso erano mucche olandesi, così si chiama volgarmente la razza frisona, quella con manto pezzato bianco e nero. Ah, adesso che ci penso, ce n’era anche una, immancabile, che si chiamava Regina.

Dicevo, dunque, che sono sparito, senza avvertire che me ne sarei fuggito a Pesaro per una settimana, ospite dei genitori di un’amica di Carolina, a sua volta nostra ospite in quanto studentessa in trasferta e con qualche problema di condivisione dell’alloggio con le sue precedenti coinquiline.

Insomma, sono, siamo, stati a Pesaro. Ed oggi devo dire, per essere sincero, siamo scappati a casa.

Ooooh, casa, dolce casa. Non ci sono storie. Vai in giro, magari anche in un posto fantastico, ma alla fine ti viene da dire casa dolce casa. Immaginiamo quando non sei in un posto fantastico. E questo, senza voler sputare nel piatto dove hai mangiato o guardare in bocca a caval Donato, non lo era.

Non conoscevo Pesaro. Credo che avrei potuto continuare a vivere sereno nella mia ignoranza. Il mare… uhm…. La città, uhm.., la casa… Diciamo che la casa dei nostri ospiti (dove siamo stati ospiti a cena due volte, è molto fascinosa, un rustico ristrutturato in mezzo alle colline, con piscina e un tre-quattrocento parenti tutti di Comunione e Liberazione. Molto ospitali, devo dire, i sei che ho conosciuto. Gli altri ci hanno evitato come la peste. La casa che ci è stata data in uso invece… intanto era dalla parte diametralmente opposta della città, poi era distante da qualsiasi cosa. Dal mare, dal centro, da un tabaccaio (non fumo più, per fortuna, ma qualcun altro sì), da un giornalaio.

Infatti non so cosa sia successo nel mondo nell’ultima settimana ma temo che il due o tre che vorrei sapere passati a miglior vita stiano ancora impazzando nel panorama politico italiano.

Che dire di interessante? Che ho visitato Urbino. Affascinante, interessante, unica. Ed abbiamo avuto il… la fortuna di capitare in uno dei tre giorni della festa del Duca. Con bancarelle di artigiani all’opera e non. Ma se non altro senza le bancarelle di cinesi ormai presenti anche alla fiera degli oh bei oh bei di Milano. Urbino mi è piaciuta e valeva la pena di essere vista.

Tornando invece all’argomento mare, ho definitivamente capito che la vita di spiaggia, soprattutto con la spiaggia di sabbia e quel mare insulso che se ci cammini dentro per cento metri puoi dare ai più creduloni l’impressione che stai replicando il miracolo del camminare sulle acque, non fa per me. Mi spiace, rischio, anzi, credo di essere riuscito a guastare a qualcuno il piacere del mare per questa mia idiosincrasia. Del resto, siamo uno pari. A me è stato guastato il piacere del mare mettendomi in una situazione del genere.

L’ho riscattata per mezza giornata sciroppandomi cento chilometri all’andata e centoal ritorno per portarmi per una volta più a sud, a Numana, riviera del Conero. C’era più gente? Vero, ammetto. Ma vogliamo parlare di come riesci a non massacrarti l’osso sacro, ad assumere pose accettabili e più confortevoli su una spiaggia fatta di piccolissimi sassolini piuttosto che di sabbia compatta? Sembra un controsenso, ma funziona così. E poi, acqua limpida, fondale a scendere a tre metri dalla riva… Manco da paragonare. E il mio colpo di mano pare abbia avuto successo. Ma è stato un episodio destinato a restare isolato: potevo farmi duecento chilometri al giorno per un mare migliore? E poi, come al solito, la scoperta è stata fatta quando ormai ci si preparava a partire. Sarei tentato di dire “sarà per la prossima volta”, ma temo che Pesaro non riavrà le mie ossa.

Cos’altro posso segnalare? La visita (per evitare un’altra mezza giornata di spiaggia) alla rocca di Gradara, dove la leggenda vuole si sia consumata la tragedia di Paolo e Francesca, con quel cornutone di Gianciotto Malatesta che li ha passati a fil di spada per punirli per un semplice bacio (erano suo fratello e sua moglie, rapiti dalla lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra). Esagerato di un Gianciotto… Oddio, mi sarei scocciato pure io, e non poco, devo dire, ma da qui a farli fuori passandoli allo spiedo… jn fondo, a meno he la leggenda non taccia particolari più scabrosi, pare si siano soltanto scambiati un bacio, come dicevo. Però obiettivamente ti fa girare lo stesso i santissimi.

L’ultimo pomeriggio in riva al mare è da ricordare solo per la difficoltà di parcheggio, che per poco non ci ha costretti a lasciare la macchina dalle parti di Brindisi. Per il resto, ordinaria amministrazione.

Il viaggio di ritorno è stato insieme scorrevole, torrido e nello stesso tempo gradito. Più che altro in quanto viaggio di ritorno.

Ed ora rieccomi qui, ancora una volta nei luoghi che mi hanno visto contadino in erba, (scusate il gioco di parole), giovane vaccaro, estimatore di pane e lardo così come di magnesia effervescente.

Rieccomi qui, pronto a riprendere il filone di un racconto i cui contorni e particolari si fondono in una specie di magma indefinito da cui mi auguro esca qualcosa di comprensibile e coerente.

Mi concedo almeno una notte di riposo e riflessione… poi vedremo il da farsi. A rischio e pericolo di chi legge.

Ionnighitar


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