Trentuno – Una tappa fissa

E rieccoci, dunque, a risalire con la memoria alle piccole cose, in sé e per sé insignificanti, che hanno in un modo o nell’altro lasciato un tratto indelebile nei miei ricordi campagnoli. Sfruttando, come da annuncio precedente, le immagini antiche ricevute per immensa bontà d’animo dalla cugina Luisa.
Prima di tutto bisogna dire che non sono proprio certo dell’identità del signore in sella al suo esercizio commerciale mobile, ma che ci sono ottime probabilità che abbia percorso salite e piazze dei tre borghi prima ancora che io fossi non solo concepito, ma addirittura concepito. Nel senso che non esisteva al mondo chi potesse ancora immaginare che un giorno o l’altro avrei posato i miei teneri piedini su questa terra.
Senonché a me fa molto comodo prendere come spunto la figura del gelataio (già, perché per chi non se ne fosse accorto di quello si tratta e non di un pizzicagnolo e tantomeno di un mobiliere di Cantù) per ricollegarmi a tale Amilcari, gelataio in Milano, ma talmente appassionato del suo lavoro da restare tale (gelataio, cioè), anche nella stagione estiva quando, dalla sua villetta verdina originariamente semplice residenza vacanziera, dispensava creme e sorbetti ai golosi dei tre paesucoli. L’Amilcari… un mito.
Se devo dire tutta la verità, a parte il fatto che l’immagine che ho scelto mi piace un sacco e per questo è stata da me infilata in una raccolta intitolata “Ritratti e personaggi”, il primo pensiero che mi ha fatto nascere, essendo sempre un po’ condizionato dalla musica, è stato quel paio di famoserrimi versi di una canzone di Battisti: I giardini di marzo.
Che poi, a voler essere pignoli o, più precisamente, corretti, si dovrebbe parlare di poesia del signor Giulio Rapetti, in arte Mogol (non quello Grande, delle Giovani Marmotte), che scriveva, appunto:
“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti…”
Ecco, questa seconda parte sinceramente più che proiettarmi ai bei tempi andati mi sbatte impietosamente ai giorni nostri, ma siccome trattasi di argomento e di considerazione tristi assai preferisco limitarmi a pensare ai gelati di un tempo passato.
Il suddetto Amilcari, che in buona sostanza doveva essere tutto meno che uno stupido avendo trovato il modo di unire l’utile dovuto al mettere a frutto la sua arte al dilettevole della migrazione estiva, non penso girasse per le vie con la bicicletta carrozzata, un’Apepiaggio o qualsiasi altro mezzo. Credo proprio se ne stesse bel bello nel suo giardinetto o in un locale della villetta in attesa di dispensare ai suoi estimatori il meglio della sua produzione.
Già dai tempi in cui mi ritrovavo ad essere un fantolino più o meno paffutello, a seconda del periodo che vogliamo prendere in esame, ho manifestato una netta preferenza per il salato piuttosto che per il dolce.
Sì, va bene, siamo d’accordo che, come raccontato in un episodio ormai antiquato, mi sbizzarrivo a produrre e consumare per merenda (con la complicità della Enza e della Giulia, rigorosamente dotate di articolo determinativo), deliziose lastre di zucchero caramellato o, volendo esagerare, croccante, approfittando del piano di marmo del tavolo della cucina che sembrava fosse stato creato apposta per quello, ma se siete attenti lettori dovreste anche aver annotato che uno dei picchi massimi di felicità era costituito dal tornarmene a casa dal negozio della Fiora con un succulento osso di prosciutto crudo in un cartoccetto oleato pregustando in quei pochi metri un’opera minuziosa e accurata di sgranocchiamento e suzione.
Tutto questo per rimarcare che sì, andavo matto per il salame di cioccolata di Champoluc, ma che, sempre per restare in tema – o in zona – dovendo scegliere tra quello e un trancio di pizza del bar Rose Alpine non avrei avuto il minimo dubbio.
Oh, ma guardate che è una cosa incredibile… Son passati più di … ant’anni – e nemmeno sto a dirvi cosa ci dovremmo mettere davanti ai puntini – e mi ricordo ancora come se l’avessi mangiata ieri pomeriggio quella pizza, fatta, ovviamente, con la fontina della Vallée e, udite udite, le olive verdi, che ho sempre snobbato se non detestato prima che anche qui al Nord si scoprisse che la natura non snocciola soltanto olive in salamoia da aperitivo scadente. Vabbè.
Rileggendo la frase qui sopra non vorrei si equivocasse: la pizza me la ricordo in quanto strepitosamente buona, non perché da allora non sia ancora riuscito a digerirla.
Dunque, tornando ai gelati… certo, li mangiavo come, credo, tutti i bambini e non. Non vado pazzo per il cioccolato. Il puffo non era ancora stato inventato ma dubito che mi sarei lasciato ingolosire. Ma il fatto è che ad un certo punto del soggiorno campestre il gelato diventava per me una tappa obbligata. Causa tonsille.
Già, perché con una puntualità svizzera, forse dovuta al fatto che la rete di confine si trovava a meno di un chilometro dal mio letto di dolore, non c’era mese di settembre che non mi beccassi una maledettissima tonsillite con conseguente riduzione della gola a canyon infuocato e, almeno come sensazione, ridotto a un passaggio stretto e doloroso per tutto quanto dovesse transitarvi.
Va a sapere come funzionava la faccenda. Correvo e sudavo dalla mattina alla sera? Questo è certo. Magari mi beccavo qualche colpetto d’aria o di frescolino? Questo lo è ancora di più, se si considera che ai tempi, dire settembre e vedersi aprire le cateratte e rovesciare tonnellate di pioggia su di noi era una cosa sola. La pioggia cade su di noi, tra parentesi, è un pezzo memorabile dei Rokes, capitanati da Shel Shapiro, con testo in italiano scritto da… ve lo dico o ci siete già arrivati? Un aiutino? Beh, facciamo così: la prima volta che dovesse capitarmi di pensare a una canzone che non sia stata scritta da Mogol vi faccio un fischio.
Insomma, tornando a bomba, la faccenda è che, finché qualcuno non decise che forse potevo fare a meno delle mie adorate tonsille (e adenoidi), una parte del mese di settembre era allietata da potente mal di gola completo di febbre d’ordinanza. Il che, per dirla tutta, succedeva spesso anche se andavo in montagna, a sciare, al mare… sempre, meno che quando dovevo andare a scuola. Per questo eliminare quelle maledette tonsille dispettose mi ha dato una gran gioia.
Col tempo, una volta eliminato il guaio, avrei potuto gustarmi con molta più libidine e soddisfazione gli elaborati dell’Amilcari. Ma mi sa che, un po’ per l’avvento di una lunga stagione cosiddetta della “stüpidera”, un po’ perché, forse, il suddetto prese altre strade o fu chiamato ai piani alti, di lui e dei suoi gelati rimane solo un ricordo un po’ sbiadito.

Ionnighitar


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