Tredici – Ruote. Parte prima

La casona e il giardino, soprattutto, avrebbero parecchio da raccontare in fatto di ruote. E di motori. Da qualche parte dovevo cominciare e forse la cosa migliore è tornare per un attimo indietro, alle ruote dei carri e ai motori per uso agricolo. Poi verrà il resto e dubito che ci starà tutto in una sola puntata. Anzi, più che dubitarne ne sono certo.
I trattori, in successione due Fiat arancioni, come già ricordato, disponevano di un carro con le sponde in metallo per i trasporti generici, uno per la raccolta del fieno con le sbarre di legno, che è quello in cui sono stato imprigionato per essere fotografato e la già nominata bonza: il carro cisterna per i liquami di stalla decisamente puzzolente ma indispensabile per la concimazione di prati e campi. Sarei quasi tentato di dire che ho un ricordo molto vago di almeno un carro a trazione bovina, ma non vorrei che fosse una mia fantasia nata dall’aver letto troppi romanzi di carattere bucolico o di avere in mente i dipinti del Fattori, rischiando poi di sentirmi riprendere da chi ha memoria o testimonianze più solide delle mie.
Viaggiare a bordo dei carri, bonza esclusa per motivi facilmente comprensibili, è cosa che mi è sempre piaciuta molto e che ho sperimentato a più riprese e in diverse occasioni, anche in tempi meno remoti.
Di sicuro anche i cavalli, Pino e Bimba in questa successione, o viceversa, ebbero il loro daffare tra le stanghe. Con il calesse, o biroccio che dir si voglia, elegante, snello, altissimo e altezzoso, da passeggio con la punta del naso all’insù e con un carro più rustico, probabilmente di derivazione agricola, con la panchetta per il cocchiere e il cassone di legno con le sponde. Direi che fosse proprio questo il famoso Conestoga allestito dallo zio Federico per farci sognare di essere in Arizona. E non vorrei dire, ma credo che su quel carro ci abbia anche portati da qualche parte, presumibilmente a Viggiù, per qualche sfilata o semplicemente per pavoneggiarci davanti a un pubblico in estatica ammirazione. L’ultimo dei mezzi rotabili, non so se in ordine di tempo, fu il famoso carretto dell’asino Romeo, che non so quando fosse entrato in scena, ma che ne uscì solo alla fine della storia della casa, quando io avevo ormai già assunto l’inflessione del paese montano, a due chilometri di distanza, che mi aveva adottato causa matrimonio.
In teoria avrei dovuto essere io il conducente titolare del carretto ma adesso, a distanza di secoli, posso anche confessare che non mi sono mai sentito particolarmente portato per gli sport equestri e non ho mai avuto grande familiarità con cavalli, asini, muli o comunque quadrupedi non cornuti. Già, perché con gli altri, invece… Insomma, ho sempre preferito l’utilizzo che ne facemmo successivamente, facendo i turni a tirarlo e a stare a cassetta con la mano pronta sulla leva del freno, qualche volta tirata a sproposito per far dannare chi stava sudando tra le sbarre.
Quando c’era l’Angelo gli altri mezzi meccanici atti a rendere più leggera la dura vita del contadino erano, che io ricordi, una falciatrice a barra, blu e argento (falso) di marca BCS e una motozappa arancione, pesante come la Costa Concordia, con una serie di attrezzi e ammennicoli vari di difficilissimo montaggio e gestione, che faceva un baccano infernale e che era maneggevole e agile come un Panzer Tiger tedesco con i cingoli rotti. Una volta messo in moto ci avresti potuto arare anche qualche campo rivestito in titanio o triturare i diamanti come i signori De Beers. Tutto stava, però, proprio nel metterlo in moto. Operazione quanto mai faticosa, laboriosa, sfiancante e avvilente. Con quella maledettissima corda da arrotolare intorno al volano e la maniglia di legno da tirare con il giusto mix di forza e decisione senza esagerare nello strappo, anche perché se l’operazione non fosse stata eseguita con tutti i crismi si rischiava di ritrovarsi a gambe per aria, magari tirandosi un pugno, completo di maniglia di legno, sul naso o, nei casi più fortunati, con un muscolo della spalla o della schiena in fiamme per lo sforzo. Anni dopo, quando dell’Angelo era rimasto solo il ricordo, il mezzo venne adottato e domato (salvo quando a momenti lo spalma sul tronco di un albero), da mio cugino Marco, che lo ribattezzò PumPum, classico nome onomatopeico e che lo usò in lungo e in largo impratichendosi in tutte le forme di lavoro agricolo e di giardinaggio che implicassero l’uso di qualcosa che scoppiettasse o facesse, comunque, un gran baccano.
Marco, si sa, e se non si sa ve lo dico adesso, avrà almeno un capitolo tutto dedicato a lui. Perché se n’è andato davvero troppo presto e perché per me è stato come un fratello minore oltre che un amico. E tra le due cose non saprei quale scegliere.
Dalle parti della stalla e delle varie stanze e ripostigli che le facevano da corollario c’erano anche altri marchingegni e strumenti di indubbia utilità. Anche se non dotati, a onor del vero, di ruote, ma facenti parte del pacchetto completo.
E allora ecco la mola, per affilare a dovere lame e coltelli e altri attrezzi ma non la falce – che doveva essere affilata rigorosamente a mano con la cote bagnata – azionata a mano con una manovella che mi divertivo a far girare alla massima velocità possibile. O la macchina sgranatrice per le pannocchie di granturco, che ad averci pensato allora avrebbe potuto consentirci una fiorente attività di produzione di pop-corn a chilometro zero.
La sola fregatura è che in paese non c’è mai stato un cinema, quindi avremmo dovuto spostare il business, poco poco, al cinema Sociale del vicino centro turistico più orientato alle attività mondane e vacanziere.
Di forche, forconi, falci, falcetti, rastrelli, picconi, badili, zappe non è nemmeno il caso di parlare, se non per considerare che, forse, l’aver frequentato l’Ambroeus ed essere stato tra i piedi all’Angelo un sacco di volte mi hanno dato quell’infarinatura, perfezionata poi in tandem con Marco, e quella presunta nano-competenza che mi permette tuttora, all’occasione, di spaccarmi la schiena e le ossa tutte esibendomi nei lavori più disparati che la terra non dispensa mai di riservarci.

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.