Tre – Tempi e passatempi

Cercare di stabilire quanto tempo io passassi o abbia passato in quel di Clivio non è cosa facile. È invece cosa facilissima capirne il motivo: tutto sta nel chiarire a quale stagione della mia vita io voglia riferirmi. Mi pare fin troppo evidente che un frugolino di pochi anni e mezzo (il mio mezzo, chissà com’è, cade sempre nel mese di agosto) possa godere di un periodo di vacanze differente da quello di un giovanottello universitario o, peggio ancora, di un padre di famiglia con tanto di consorte e figli a carico.E che, se da bimbetti si doveva seguire la decisione paterna di fare una scampagnata domenicale, più in là negli anni la scelta di come occupare i fine settimana era del tutto libera e arbitraria. Se poi ci mettete che per un bel pezzo prima di convolare a giuste nozze i miei uichènz furono religiosamente riservati alle visite alla mia, allora, fidanzata nel paese montano e sino allora snobbato, capirete che fare quattro conti diventa laborioso.
Direi quindi che la cosa migliore sia quella di andare in ordine cronologico, sempreché io riesca a ricordare tutto quello che ci sarebbe da ricordare.
Prima di essere inghiottito dal sistema scolastico e almeno per tutta la durata delle elementari, le scuole chiudevano i battenti verso la metà di giugno per spalancare di nuovo le loro braccia accoglienti il primo di ottobre. Hai detto poco! Quasi quattro mesi di tempo per trovare il modo migliore di non far niente di impegnativo. Salvo i compiti delle vacanze che erano quasi sempre una gran rottura e che era furbissimo cercare di liquidare in tempi brevi appena finite le lezioni perché almeno si era ancora in allenamento e ci si sarebbe tolti il fastidio a tutto vantaggio di giochi e del mare. Ma non sempre era permesso e il maledettissimo libro dei compiti delle vacanze aveva perversi metodi per monitorare la tua attività a dispetto delle tue più sofisticate astuzie. Quando andava molto di lusso, nel senso che il programma delle migrazioni familiari prevedeva l’accoppiata mare/montagna, magari accompagnata dal rito della spedizione dei bauli, per la campagna restavano su per giù un mese e mezzo o due. Che, penso ne converrete, non è poca cosa. Se invece il mare o la montagna subivano un taglio rispetto allo standard, ecco che l’ancora di salvataggio era ancora una volta la Valceresio.
La sensazione più nitida che ho di quegli inizi d’estate è il sentire le cicale cantare nei prati (lo so che non cantano, ma questo non è un trattato di linguistica), l’aria tiepida della sera e più fresca del mattino, le campane di Don Gilberto che, allora, non davano ancora sui nervi come in tempi più recenti e, nei primissimi giorni, la cerimonia di contatto con i negozi del posto, che toccava il suo apice con l’apertura del “libretto” dalla Fiora, la posteria appena fuori dalla porta di casa.
Col libretto andavi avanti tutta la stagione a comprare a credito per poi saldare il tutto prima di riguadagnare la strada della città. Non toccava a me, ovviamente, ma ho la vaga impressione che alla fine ci si potesse trovare cifre da mal di testa. E il leasing ancora non l’avevano inventato.
Non ci avevo mai pensato, ma negli anni cui mi riferisco, di televisione non se ne parlava proprio. Mica eravamo a Milano dove la tecnologia era già arrivata a riempire le serate. E cosa si faceva allora? Boh. Questo è davvero un vuoto che non riesco a colmare. Immagino ci fosse Topolino da leggere, che si andasse a giocare ancora un po’ in cortile o in giardino. Di sicuro il coprifuoco non doveva essere molto elastico, ma non ho ricordi di inviti a raggiungere la branda col cielo ancora chiaro.
Col progredire della stagione, poi, si entrava nel meccanismo, si riprendeva la consuetudine dei giochi con mia cugina Giulia, la sola della mia età, con la Enza, figlia del Gildo, e con l’Ambroeus. Le amicizie fuori dal cerchio magico, quelli di Viggiù, arriveranno dopo, quando si riuscirà a conquistare un minimo di indipendenza in più, soprattutto negli spostamenti. E i giochi? Beh, di sicuro “a nascondersi”, per i raffinati e i puristi della lingua “nascondino”, il mondo, magari la pista delle biglie o dei tollini fatta spostando la ghiaia o disegnando la pista da qualche parte col gesso. E tanti, tanti giri in bici. Ma dicendo giro non state a immaginarvi la Parigi Roubaix o la Tre Valli Varesine. Intendo giri del cortile, se non addirittura sotto il portico che, pavimentato a sassi di fiume, dava una sensazione simile a quella delle ben più moderne pedane vibranti. Lo spazio era quello che era, là sotto, ed era divertente girare non tutti nello stesso senso, ma in senso contrario, incrociandosi, rischiando di continuo la collisione e, a volte, riuscendo perfettamente ad ottenerla.
In giardino, davanti alla casa dell’Angelo, una volta sfrattato il pollaio qualcuno aveva avuto la magnifica idea di erigere una solida struttura fatta di tubi e verniciata di verde, coi ganci per appendere l’altalena, il trapezio o addirittura gli anelli. Credo di poterne attribuire il merito allo zio Federico, il Leonardo da Vinci della famiglia, che di lavori meravigliosi ne fece a decine, anche se faceva parte della tribù emigrata a Viggiù. Il che fa anche rima, per non farci mancare niente. Nessuno di noi è diventato un piccolo Iuri Chechi, che già immaginare uno Iuri Chechi più piccolo dell’originale è una bella impresa, ma finimmo col raggiungere un certo grado di abilità nel destreggiarci nelle discipline ginniche. Il mio pezzo forte era l’arrampicata alla corda, bella grossa come un cavo da ormeggio. Ancora nei primissimi anni delle elementari ero diventato un abile e veloce arrampicatore (non sociale), il che mi consentì di vincere a mani basse (in senso figurato) gare di salita durante l’ora di ginnastica a scuola. Finché qualche furbastro di professore delle medie non decise che erano più formative la pertica o il quadro svedese rispetto alla fune. E lì mi trovai impreparato.
Nello spiazzo di ghiaia vicino all’altalena spesso veniva montato il ping-pong, cui noi “piccoli” però avevamo accesso solo quando i fratelli/cugini maggiori trovavano di meglio da fare e abbandonavano racchette e palline, di cui ci impadronivamo al volo. La rivincita, come è giusto, ce la prendemmo quando raggiungemmo noi lo status di cugini maggiori. Si tratta solo di aspettare con pazienza il proprio turno, a volte.
Una pietra miliare della nostra vita campagnola, verso la fine stagione, era la vendemmia, cui se non ricordo male partecipavamo numerosi, sotto la supervisione e, probabilmente con la tolleranza obbligata del contadino, Angelo.
Chi lo sa se la vendemmia era finalizzata alla produzione di un qualcosa che si potesse definire anche lontanamente vino. Mi pare di sì, perché se non sbaglio ho un vago ricordo di un torchio rosso di legno e il torchio, me lo insegnate, non serve per cuocere le uova sode ma per schiacciare acini e grappoli. Allora non ero ancora consapevole delle delizie che si possono ricavare dalla degustazione del succo d’uva fermentato ma sono quasi certo di non essermi perso niente di memorabile. Tant’è vero che nel corso degli anni non si è vista l’affermazione di una redditizia attività di vinificazione nei nostri vasti possedimenti.
Però l’uva americana, dolcissima, squisita, che ti tingeva la lingua e le labbra di viola e che si prestava egregiamente a un esercizio di sputo della buccia a lunga distanza, era una leccornia che riservava grandi soddisfazioni anche a chi del vino non aveva ancora capito niente.
Ma qui è bene che mi fermi, anche perché mi accorgo che, come è facile che mi succeda, sto rapidamente scivolando sul discorso enogastronomico che, tra merende, spuntini, pranzi collettivi e cene a base di bruschette, formaggi a badilate e, udite udite, gamberi di fiume, merita un capitolo a parte. Che immagino sia di imminente stesura.

Ionnighitar


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