Tram: un rapporto difficile

Ogni tanto mi tocca una gitarella sui mezzi pubblici che poi si trasforma in occasione di riflessioni, osservazioni, considerazioni. In genere finiscono quasi sempre col coincidere con lo stereotipo che almeno a livello personale mi sono fatto riguardo alla categoria “viaggiatori”, però a volte qualche leggerissima sbavatura o lieve digressione la si può trovare. Anche questa mattina, pur su linee diverse da quella che è già assurta agli onori di un post del mio blog grazie all’impiego del mitico “Sirietto” ci sono state delizie da annotare.

L’occasione per un viaggio mi è stata fornita dall’essermi offerto di ritirare un plico di ricette presso lo studio del nostro medico e di portarle alla mamma, così da evitarle di attraversare la città solo per quello e in condizioni disagiate. A parte che ha i suoi begli annetti, praticamente non ci vede più, quindi farla girare come una trottola per queste incombenze mi sembra sia cosa da evitare, appena possibile.

Uscito dunque dallo studio medico, la cosa migliore mi è parsa quella di prendere il tram della linea 16 fino in centro e da lì cambiare, degradando di un punto, per prendere il 15 fino a destinazione.

Sia l’uno che l’altro, per inciso, si avvalgono di quella flottiglia di  maxi-tram a lunga percorrenza che però, per fortuna, sono ben diversi dal Sirietto. Il che dimostra che un tram può anche essere lungo venti chilometri ma non essere cretinamente largo ventisei centimetri. E che può quindi dare oneste possibilità di seduta alla massa di migranti.

Bene, alla fermata di corso Vercelli/Baracca naturalmente non esiste display per dirti quanto tempo devi preventivare nell’attesa. E, naturalmente, nulla compare all’orizzonte. Il che gli permette di arrivare impunemente dopo una decina di minuti abbondanti senza nemmeno scusarsi o dare spiegazioni esaurienti. C’è di buono che, anche data l’ora, si trova posto a sedere e ci si può godere i panorama delle case che sfrecciano attraverso i finestrini. Vabbè, con un po’ di fantasia. Per esempio la Via Meravigli la fa tutta a passo d’uomo. E il bello è che si tratta di una delle vie più tristi e grigie di Milano. I negozi presenti, pochi, pare non vengano dati in affitto. Mi dicono che se ti offri di aprire un’attività in via Meravigli ti garantiscono affitto gratuito e rimborso spese da un analista specializzato in depressione per i primi tre anni. Sui colleghi viaggiatori comunque, nulla di particolare da segnalare, stranamente.

Senza quasi accorgermene raggiungo piazza Missori dove cambio a favore del 15. Che arriva dopo otto minuti, questi certificati dal display sotto la pensilina. E arriva completo di terzetto di centroamericane, forse più sud che centro, impegnatissime in una fitta conversazione a volume da concerto allo stadio, in cui ognuna parla sopra le altre per farsi sentire, col risultato che probabilmente nessuna capisce cosa dicono le altre due. Noi milanesi nemmeno, capiamo. In compenso sentiamo… sentiamo fin troppo e ci tocca reggere finché non scendono. Peccato che, arrivato per me il momento di abbandonare il mezzo, fossero ancora presissime dalle loro discussioni.

Saltando l’intermezzo trascorso a terra, eccomi un’oretta più tardi di nuovo alla fermata del 15. Giovanni da Cermenate, per l’esattezza. Guardo il display con un misto di speranza e timore, timidamente. Aveva ragione il timore. Nulla all’orizzonte, attesa 12 minuti. Grandioso! Per fortuna a volte le indicazioni sono imprecise, forse per scherzo, e il treno si presenta dopo soli 9 minuti. Un successone. Durante i nove minuti, però, una donna di lingua ispanica, intratteneva senza soluzione di continuità una conversazione telefonica animatissima a voce sufficientemente alta, così da rendere edotto l’intero isolato delle sue faccende. Se solo fossimo stati in grado di capire.

Non vorrei si pensasse che l’arrivo del tram possa averla interrotta. Macché. Ha continuato imperterrita mantenendo il volume inalterato anche durante il percorso. Con una complicazione, però. Al suo vociare deciso si è aggiunto un gentile signore, che non vedevo ma sentivo benissimo, che avrebbe tranquillamente potuto sembrare Carlo Verdone in una delle sue macchiette.

E’ stato così che ho saputo, mentre parlava con “Antonio caro” che lui, purtroppo, si trovava a Milano, ma gli chiedeva per favore di compiere un accurato sopralluogo al bagnetto, perché insomma, il pericolo in effetti, sussiste e non si può rischiare di rimandare tutto a settembre. «Sì, sì, certo, ora poi chiamo Anna, Antonio caro, ma davvero tu non puoi rimandarmi a dopo l’estate. Almeno un controllo, sì sì. Ecco, ti ringrazio tanto allora ora dico ad Anna che stia tranquilla che tu controlli poi vediamo, se il sopralluogo è positivo poi con calma il lavoro lo rimandiamo a settembre». Dopodiché, è perfino superfluo parlarne, ha chiamato Anna e l’ha messa al corrente dettagliatamente della chiacchierata con Antonio caro.

Per fortuna scendo, ancora una volta in piazza Missori. Percorro tre o quattro viuzze per raggiungere la via Torino e prendere il 14. Sì, lui. Quello con il Sirietto.

C’è un po’ di gente alla fermata ma è normale, l’uscita delle scuole… Il display rassicurante parla di tre minuti di attesa, da non credere. Appunto.

Dopo sette, dato che la folla alla fermata aumentava e odio i tram affollati, soprattutto il Sirietto, mi incammino. Ogni tanto do un’occhiata alle mie spalle. Di tram nemmeno l’ombra. Poi passa un 3. Ma non mi serve. Proseguo. Ormai la via Torino e Cesare Correnti sono macinate, imbocco Corso Genova. Imbocco, e percorro. Il nulla. Seguo la rotta sempre attento ma anche ormai certo che non salirò causa eccesso di presenze. Arrivo al Parco Solari, lo attraverso… E mentre lo attraverso ecco passare tutto tronfio per la sua sagoma aerodinamica, lo schifosissimo Sirietto. Alla faccia dei tre minuti di attesa. A spanne devono essere stati poco poco venti. Ma ormai cosa importa, sono praticamente a casa. E ho fatto un po’ di moto. Certo, a pensarci bene dà una grande soddisfazione pensare che da un anno a questa parte il biglietto ATM è stato aumentato del 50%. Soldi ben spesi, non c’è che dire!

Ionnighitar


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