Titolo ancora indefinito (e tale rimane)

 Quello dell’immagine sono io. Va bene, ammetto, confesso, faccio “outing” (non fraintendiamo), riconosco le mie colpe. Ho mentito. Come attenuante posso dire che non ho mentito sapendo di mentire, né sapendo di mentine.
Correvano i mesi di settembre, prima, e ottobre, poi (cosa abbastanza comune, peraltro). In settembre l’ultima puntata basata sui ricordi valceresiensi (ultima nel senso che dopo non ce ne sono state più, almeno finora). In ottobre un panegirico sulle foglie cadute per introdurre il discorso sulla stagione autunnale, culminato con una promessa che ho subdolamente, meschinamente, fraudolentemente disatteso. O tradito. Che poi, alla fin fine, l’è istess.
Facciamo il punto: la verità è che l’intenzione di rimettermi a scrivere c’era davvero. Solo che non basta quella. A voler guardar bene, basta che non si vada a guardare indietro nel blog, uno per scrivere deve anche trovare un argomento sensato. Io mi ero fissato con sta storia del continuare sull’onda delle memorie e dei ricordi agresti. E qui la fesseria. Qui caschette l’asino, qui si creò una specie di intoppo cerebrale che invece di stemperarsi col tempo e lasciar rifluire pensieri, parole, opere e omissioni ha generato solo un’enorme massa di omissioni.
Chiariamo: l’intenzione di riprendere dal capitolo trentuno, dato che l’ultimo era il trenta sono riuscito a fare il calcolo senza carta e penna, c’è. Rimane. Ma non ci metto più né la mano sul fuoco né faccio giurin giuretta con le dita a croce parola di boiscaut. Basta figuracce! Solo che, mi piaccia o no, devo aspettare che qualcosa riaffiori, devo trovare uno spunto, magari mentre faccio uno spuntino. Ho provato, se proprio volete sapere sempre tutto, a buttar giù qualcosa su argomenti che mi ero prefissato di affrontare. Risultato: una vera schifezza, ma di quelle belle grasse. Ragion per cui preferisco rimandare a data da destinarsi, poi vedremo cosa succede. Se non sarà sereno, si rasserenerà. Che non c’entra niente, ma lo facciamo andar bene lo stesso.
Quello che posso dire è che, ancora una volta grazie a un’opera certosina di raccolta e un investimento certamente di proporzioni notevoli da parte della cugina Luisa, che ringrazio vieppiù, sono entrato in possesso di un archivio fotografico impressionante. Immagini che partono dai primi anni del novecento e arrivano, su per giù, agli inizi della seconda guerra mondiale, World War Two. Sissignori.
Ne ho già parlato, lo so. Anzi, ne ho anche già dato un primissimo assaggio tempo fa. Adesso, però, credo che andare a pescare qualche immagine che trovo particolarmente affascinante o curiosa e ricamarci sopra qualche considerazione o ragionamento possa essere un modo abbastanza comodo e moderatamente sicuro per rimettere in moto le dita e togliere la ruggine dai polpastrelli. Senza promesse, sia ben chiaro. Non si accettano reclami.
Nel frattempo, dato che comunque mi costa una fatica di Sisifo mettere insieme un post lungo come i suoi antenati (cioè lungo come la fame) mi limiterò a fare due cose: aggiornarvi sull’odissea del tetto e raccontarvi che ne è stato di quei rami e rametti, ormai spogli, che avevano dato vita e vigore alle foglie che nel post precedente si erano così poeticamente immolate alla causa autunnale. Più qualche aggiunta.
Partendo dal tetto, missione compiuta. Finalmente. È stata discretamente dura, dal punto di vista fisico, perché portare dal tetto a terra e viceversa tutti i coppi di colmo che dovevano essere sostituiti ha messo a dura prova mani, braccia, schiena e gambe. Le scale dal piano terra al primo sono niente se paragonate a quei pochi gradini della scala a pioli retrattile, ballerina, cigolante e pericolosamente ondeggiante quando al mio peso corporeo si aggiungeva quello del secchio pieno di macerie o di coppi nuovi. Ma ce l’abbiamo fatta. Mi prendo la libertà di scrivere abbiamo, perché il buon e fidato Marino, artefice del capolavoro, non legge qui e non può ridimensionarmi al livello di garzone di bottega. Millanto esperienza edilizia approfittando dell’anonimato.
L’altra faccenda, quella dei rami, è cosa fresca fresca. I quattro tigli davanti a casa andrebbero rapati a zero tutti gli anni, ad evitare di trovarsi i rami che finiscono sopra il tetto o che si intrufolano sul balconcino. Trasformando la striscia davanti a casa in una succursale della galleria del Gottardo. L’anno scorso però, per questo e quest’altro motivo, l’operazione era saltata, passata in fanteria, ignorata per comodità e pigrizia. Questa volta no. Incurante delle proteste del mio ormai trentenne pargolo che, evidentemente, nutre poca fiducia nelle mie doti atletiche e nelle mie capacità raziocinanti e che già mi vedeva schiantato a terra con prospettive di ripresa e convalescenza dai tre ai sei mesi, ho affrontato la sfida e l’ho vinta. In una due giorni di fuoco, essendoci autotrasportati in quel della magione campestre a scopo riposo e rilassamento, ci siamo sfiancati, la mia insostituibile consorte ed io, ma abbiamo avuto ragione non solo dei quattro tigli, bensì anche di un maledettissimo albero nato spontaneamente e di cui ancora non sono riuscito a stabilire le generalità, che ha la proprietà di produrre una quantità inenarrabile di rami, rametti e ramettini che si intrecciano, si aggrovigliano, si fondono in un tutt’uno che rende una potatura standard operazione inattuabile. Al che, felice del suggerimento della mia metà, ho dato libero sfogo alle potenzialità della mia motosega e ho finalmente rivisto la luce del cielo che sovrastava le chiome della maledetta pianta. Due camionate in discarica e il tutto era bell’e che sistemato. È cosa buona e giusta.
Fatto il punto della situazione, quindi… ci rivedremo tra queste righe? E chi può dirlo? In teoria io, ma stavolta lascerò che sia il fato a decidere. Senza forzature. Alla prossima.

Ionnighitar


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