Tanto da ricordare

Premetto: l’angolo dei ricordi nulla ha a che vedere con la famosa famiglia di editori musicali né con i vari mega o ministore ai quali mi guardo bene dal fare pubblicità. E’, molto più semplicemente, la versione ionnighitarresca dei racconti dei tempi andati, che da parte dei nostri genitori riguardavano spesso la guerra e tutte le sue brutture e le difficoltà a tirare avanti. Qui invece le difficoltà a tirare avanti sono più che attuali mentre gli argomenti per fortuna meno cruenti e avventurosi. in compenso è probabile che siano proporzionalmente meno interessanti.

Mi viene in mente a proposito di racconti di guerra, che oltretutto io percepivo come risalenti alla notte dei tempi e invece era come se io ora parlassi di quando facevo lo scemo con la mia prima Mini (minor), quante avventure, quante situazioni, quante storie più o meno belle ma sempre affascinanti io abbia ascoltato da mio suocero. Partivo in svantaggio, perché dal mio papà, un po’ per scelta forse, un po’ perché la vita non è che glie ne abbia dato tanto, di tempo per raccontare, non avevo sentito praticamente nessun racconto, o quasi.

Direi che la vicenda più impressionante l’ho in mente più per una testimonianza concreta che per qualche racconto (mai sentito direttamente da lui, credo). E dal resoconto di un volumetto intitolato “Prodigi di fanti” che riporta, appunto, i fatti legati alla campagna d’Africa nella seconda metà degli ani 30. Ambaradam oggi o forse ieri pomeriggio si usava nel linguaggio comune ad indicare grande confusione, oggi definito in modo un po’ meno elegante e da non usare qui. In realtà l’Amba Aradam è una collina (Amba) in Etiopia sulla quale si svolse una battaglia cruenta prima che l’esercito italiano ne ottenesse la conquista. Beh, papà era là, con il grado di Capitano, e partecipava come tutti gli altri a un’avanzata a singhiozzo. Era il 15 febbraio 1936 e gli era capitato di fermarsi a soccorrere qualche suo soldato, a controllare se i caduti fossero davvero tali o soltanto feriti, li aveva sollevati e spostati o anche solo confortati. Poi, nel risalire il campo di battaglia, sente un gran calore sulla fronte, si passa la mano per asciugare il sudore e capire l’origine di questa sensazione, guarda la mano e la vede insanguinata. Si ferma, toglie il casco coloniale, lo guarda. Un foro di pallottola al centro, in corrispondenza della fronte. Un altro foro, di uscita, all’altezza della tempia. E nessuna ferita. Il sangue era di uno dei soldati soccorsi prima. La pallottola gli era passata forse a un micron dalla pelle, nemmeno una scalfittura. Da non credere? Può darsi. Ma la cosa come ho detto è riportata in un libro e c’è un piccolo particolare: il casco coloniale c’è ancora. La mamma l’ha sempre conservato e io non so quante volte l’abbia guardato. I miracoli esistono. La fortuna pure, ma a volte dà, altre toglie.

Mio suocero, invece, aveva prima di tutto una gran capacità di catturare l’attenzione, forte anche del fatto che era difficile lasciarti scorrere la sua voce come sottofondo senza farci caso, ma soprattutto aveva, suo malgrado, un bagaglio di esperienze e di vicende alle sue spalle, che gli fornivano materiale per riempire tanti e tanti dopocena. A pensarci bene credo che ne avrebbe fatto volentieri a meno di ricordare, o forse avrebbe preferito un bagaglio di ricordi diverso, ma in fondo apparteneva a una generazione di cui solo una parte è poi stata in grado di tornare a casa e raccontare…

Da lui ho sentito tanti e tanti episodi (tante volte, questo è inevitabile), ma mai una volta mi sono stancato di ascoltarlo. La sola impressione che ne riportavo, come ho detto, è che si riferisse a un tempo così lontano da risultare quasi inimmaginabile. Invece, per lui, era poco più di ieri. Come per me lo sarà quando mi metterò a rovistare in mezzo a una serie di flash e di memorie che molto probabilmente non interessano a nessuno. Ma la mia scelta è che questo blog sia un po’ un mio diario, un po’ un confidente, un po’ una specie di tribuna (mai elettorale) o ancora un angolo davanti al camino, dove chiacchiero come se qualcuno mi facesse compagnia, con la pazienza e l’infinita cortesia di non interrompermi o di non mandarmi a quel paese.

Ionnighitar


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