Stupidity festival

Come volevasi dimostrare… avevo buttato lì, nell’ultimo post, che forse sarei ripassato da queste pagine prima del Natale, nonostante avessi già adempiuto al dovere (e piacere) di lanciare un augurio alle platee di attenti lettori che mi onorano della loro fedeltà. Infatti, non sono passato.
Quel che ho fatto nei giorni di chiusura di quel memorabile anno che è stato il 2016 lo racconterò un’altra volta. Già, perché potrebbe anche essere un trucchetto per riprendere il filone della saga valceresiense. Ma non voglio anticipare niente. I maestri del thriller insegnano.
Mi sono accorto, invece, che è da un sacco di tempo che non gioco a fare il censore dei costumi e il fustigatore dei popoli. Non vorrei perdere l’abitudine quindi, questa volta, che piaccia o no, una filippica con tutte le carte in regola voglio proprio spenderla. Non che sia partito con questa intenzione, sia chiaro, ma dato che i fatti, le casualità, la cronaca, mi hanno dato modo in una manciata di giorni di riflettere, se ancora ce ne fosse stato bisogno, sulla capacità propria di molti e di molte di palesarsi come paladini e alfieri della stupidità… che dovevo fare? ignorare il bocconcino? voltarmi dall’altra parte? Non sia mai. Piatto ricco, mi ci ficco. Ragion per cui… eccomi qui. A disquisire degli aspetti vari ed eventuali in cui può manifestarsi la stupidità umana in tutto il suo splendore.
Partiamo dal primo impatto con la metropoli, la mattina del due gennaio corrente anno. Per la precisione con la passeggiatina al piccolo parco che, per fortuna, si trova davvero a due passi da casa mia e che mi facilita così il compito di dare alla ormai ben nota cagnolina di cui siamo temporanei custodi un adeguato ambiente in cui dare (quasi) libero sfogo alle sue necessità fisiologiche.
Come è noto, essendo quello italiano un popolo di santi, poeti e navigatori, ma anche di impenitenti amanti delle manifestazioni chiassose per non dire deflagranti, la notte di Capodanno rappresenta l’apoteosi della petardaggine. In città, per lo meno. Roba che l’Irak al confronto fa ridere. E quale piazza d’armi migliore di un parco cittadino per dare libero sfogo al desiderio di esplodere, far brillare, lanciare siluri e sparare colpi di mortaio?
Vengo al dunque: avete presente i contenitori per i rifiuti? Quelli verde scuro attaccati ai pali? I milanesi che leggono ce li hanno presente di sicuro. E probabilmente, come me, hanno sempre pensato fossero di plastica. Sbagliato. Sono di alluminio. O, comunque, di un materiale metallico verniciato. Come lo so? Semplice: perché due di quei contenitori giacevano a terra nel raggio di tre metri letteralmente esplosi, sventrati, squarciati e ridotti a brandelli dall’esercitazione di qualche pirlomane che, malauguratamente, si doveva essere allontanato a sufficienza dal suddetto cestino giusto in tempo per non lasciare abbondanti tracce del suo DNA sulle schegge sparpagliate lì intorno. Peccato. Nel frattempo, però, qualche suo compare, o forse lo stesso soggetto non sufficientemente appagato, provvedeva a ridurre in briciole, presumibilmente a colpi di mazza o martello, un tratto lungo circa due o tre metri del muretto in mattoni che circonda il campo di basket a mo’ di tribuna. Grande gesto. Tra gli stupidi in oggetto, questi forse meritano l’Oscar.
E passiamo ai telefoni. Se preferite cellulari, smartphone o come vi pare. Argomento di cui so di aver già parlato in passato, ma che riserva sempre e comunque strabilianti manifestazioni di educazione e di civiltà.
Non voglio stare a parlare dei miei viaggi di quindici fermate sul Metrò verde. Impressionante vedere che, senza esagerare, l’ottantacinque per cento dei passeggeri non sa più resistere al richiamo della tastiera, dello schermo, del gioco, del messaggino. Poi parlano del vizio del fumo. Per non dire di quando (spessissimo) rendono edotta l’umanità che li circonda dei fatti propri sostenendo lunghe e interessantissime conversazioni. Senza considerare che gli altri se ne fregano: stanno conversando a loro volta alla grande, come se niente fosse. Invece parlerò del viaggio breve sull’autobus che ho preso l’ultima volta, proprio per arrivare a prendere il Metrò e tornare a casa. Salgo. L’autista sta parlando in tutta scioltezza (e stoltezza) al cellulare. Mi dico: vabbè, adesso smette. Non smette. Una fermata, due fermate… ci sono un paio di rotonde che definirei piuttosto impegnative. Spesso un intrico di veicoli che arrivano di qua e di là e che si devono incrociare, rispettando, se possibile, diritti e precedenze. Lui? Al telefono, ovviamente. Affrontando con nonchalance le gimcane, le curve, i semafori e le svolte. Ma lui è un asso del volante. O no? Capolinea. Ferma, apre le porte, si scende. Lui, imperterrito, continua la conversazione. Al che, per essere elegante, direi che mi è saltata la mosca al naso. Ora, io dico, che la città sia piena di idioti e idiotesse che parlano o, peggio, messaggiano nonostante impegnati nella guida, passi. Ma questo deficiente guida un autobus. Con personi e persone (lo dico nel rispetto dei generi voluti dalla Boldrina) che non solo hanno pagato un biglietto, ma che l’hanno fatto anche nella speranza che ci siano buone probabilità di giungere a destinazione incolumi. Ragion per cui, preso nota della linea, dell’ora e del numero di vettura ho fatto una cosa che non avevo mai fatto nella mia vita. Ho elevato vibrata protesta al servizio ATM preposto a raccogliere le lamentele degli utenti (e delle utente) accedendo al sito. Ci credete che mi hanno risposto via mail nel giro di mezz’ora, scusandosi e assicurandomi che il malcapitato sarebbe stato deportato alla Caienna per un periodo dai sei ai dodici mesi a tirare con tutte e due le mani occupate il carretto del rancio per i deportati? Vabbè, a dir la verità questo non l’hanno detto. Ma hanno risposto, si sono scusati e, sembra, prenderanno i provvedimenti del caso. Tiè.
Sorvolo, o quasi, sulla scenetta al parcheggio del supermercato che ha visto un malcapitato subire la maleducazione di altri due clienti (separatamente) che lo hanno, il primo, bloccato al suo posto piazzandoglisi dietro a dieci centimetri impegnato in importantissima telefonata e impedendogli di uscire se non dopo lunghi strombazzamenti e richieste verbali a spostarsi. L’altra, rischiando un frontale per infilarsi in un posto libero (ce ne saranno stati cinquanta) incurante che la suddetta vittima di abusi stesse finalmente muovendosi per guadagnare l’uscita. Come mai, dite? Beh, la signora (è un eufemismo) era presissima da una conversazione via etere. Che non ha interrotto nemmeno dopo il quasi sinistro.
Mi sono dilungato. Come d’abitudine. Ma l’ultima è una considerazione-lampo. Non merita più spazio di tanto. È solo un accenno al rifiuto da parte di alcuni tenori (ricordo Bocelli e i tre porcellini de “Il Volo”, perché basta e avanza) ad aderire all’invito a partecipare con un’esibizione alle cerimonie di insediamento di Trump. Bravi. Così si fa: mostrare carattere e, soprattutto, mettere in chiaro di fronte al mondo che menti eccelse e sopraffine come le vostre non si piegano ai voleri e alle bizze di un tiranno usurpatore. Il fatto che, a torto o a ragione, sia stato liberamente eletto, è un dettaglio che conta poco. Mi ricorda vagamente qualche manifestazione de noantri in cui, chissà com’è, il volere della maggioranza, le decisioni cosiddette democratiche valgono solo se a vincere è la propria squadra. Nel caso vincesse l’altra, NO. Io non ci sto. Emigro. Mi oppongo. Massì, fate bene. Dategliela voi una lezione di civiltà all’America. Mi fermo. Tanto, quello che c’era da dirvi ve l’ha già detto Sgarbi. Magari con espressioni un tantino colorite. Ma lui, si sa, è fatto così.

Ionnighitar


2 thoughts on “Stupidity festival

  1. Enrico Negroni Rispondi

    Mi trovi pienamente d’accordo.
    Vedi, il vero problema sia dell’italica specie che di quella cara alla Boldrinova è l’assoluta consapevolezza dell’impunità.
    Spacchi roba in giro…chissenefrega, tanto non gli faranno mai nulla !
    Butti la spazzatura per strada…idem come sopra !
    Guidi col cellulare in mano senza renderti conto di dove e come stai andando…lo stesso. Tanto, ormai, in caso di incidente va di moda la pirateria.
    Impunità sempre e ovunque.
    Sarò un vecchio trombone ma io sono cresciuto con il credo “ne stecchi uno per educarne cento…forse mille!”.
    E funziona !!! Quando ero a capo di un’azienda dicevo sempre che sul piazzale antistante c’era un palo sul quale sarei stato pronto a impalare chi se lo fosse meritato. E, metaforicamente, ne ho impalati e come ho funzionato!!! Tutto che filava come nemmeno un orologio svizzero.
    Avremmo bisogno di parecchi pali in Italia… 🙁
    Enrico

    1. ionnighitar Rispondi

      Beh, se non altro, come consolazione, possiamo reciprocamente sentirci in compagnia… da vecchio trombone a vecchio trombone ;-). Grazie. E buon anno.

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