Sì, viaggiare…

Certe volte te ne capitano talmente tante e tutte insieme che ti passa la voglia di scherzare, di ridere, di divagare con la mente e… mannaggia la pupazza, di scrivere.
Ma non è giusto, non va bene. Anche perché, se si trova un argomento adatto, lo scrivere, o il chiacchierare di qualche cosa di leggero e magari un po’ stupido stempera le cose e serve a pensare positivo. O a non pensare, che a volte è la scelta migliore!
Ecco perché mi sono accorto, scartabellando tra le mie recenti memorie scriptorie, che mi ero lasciato sfuggire un’occasione perfetta per ricordare vicende un po’ grottesche, un po’ fantozziane che, chissà perché, avevo accantonato credendo fossero troppo banali.
Trascurando il fatto che proprio nella loro banalità sta la loro forza nel rimuovere i macigni di cui meno si parla (e pensa) e meglio è.
In fondo, poi, va bene così, va bene il parlarne un po’ in ritardo, perché sono convinto, o almeno questo è ciò che succede a me, che il racconto di qualcosa di non troppo recente possa colorarsi e arricchirsi di impressioni e considerazioni che al momento potrebbero solo assumere un aspetto di reportage, freddo, impersonale, didascalico. Vade retro.
E allora eccoci qui, attacchiamo e forse riuscirò anche a tirare in lungo per un paio di post. Compri due e paghi tre.
Vi svelo subito l’argomento principe, scusandomi in anticipo con chi già ne sa per essersi sorbito i resoconti orali.
Allora… argomento, Natale a Miami. Che non è il film di Boldi e De Sica. È, molto più semplicemente, una vacanza stupenda che la succursale bolognese della famiglia ha voluto regalare ai vecchi genitori e alla sorella per trascorrere le festività di fine anno tutti insieme. Scegliendo, invece delle nebbie, della neve, del freddo, un’ambientazione strepitosa con le braghe corte e le infradito, passeggiando tra le palme e i grattacieli. Tra parentesi, ma lo approfondirò un’altra volta, ho apprezzato molto di più le palme dei grattacieli.
Qui si parla del viaggio. Almeno di quello di andata perché non ho la minima idea di quanto prolisso potrò risultare e potrei anche scegliere di spezzare le comiche a metà.
La prima cosa che andrebbe chiarita è che né io, né la mia consorte o la nostra pargola (vabbè, pargola…) possiamo essere definiti frequent flyers. Nemmeno se presi tutti e tre insieme. Non sto dicendo che non abbiamo mai volato. Io ero già stato negli States, il viaggio di nozze in Africa, Londra… insomma, non novellini. Ma nemmeno trasvolatori consumati. Il che ha la sua importanza quando il viaggio comporta scali e trasferimenti all’interno degli aeroporti per non bucare clamorosamente le coincidenze.
Partenza ad ora antelucana da casa con la prima ansia: ma il taxi che abbiamo prenotato ci farà il bidone? No. Niente bidone. Solo un freddo maiale, ma a Milano a fine dicembre è abbastanza normale. Almeno alle cinque del mattino. Il taxista è simpatico, chiacchierone, milanesissimo (la giornata parte sotto i migliori auspici) e suona, non ricordo quale strumento, ma suona. Non mentre guida il taxi, naturalmente. Il che me lo rende ancora più simpatico.
Ci scodella a Linate. Un’aerostazione di cui a mio avviso dovremmo vergognarci. Non solo noi meneghini, ma tutti gli italioti. Non conosco l’aeroporto di Agno (Lügann), ma sono certo che sia molto più avanti di questa specie di discarica a cielo chiuso.
Tra le code interminabili per il check-in e i controlli di rito (ma dico, a quest’ora, non potevate stare a dormire?) passeggeri diretti indubitabilmente nel centro o sud-America con bagagli che sinceramente non credevo potessero essere concepiti. Parallelepipedi di dimensioni impressionanti avvolti da cartoni e sigillati con pellicole termoretraibili. Chissà se entreranno in stiva e, soprattutto, se l’aeromobile riuscirà a staccarsi da suolo una volta imbottito. Ma si portano la camera matrimoniale e la cucina economica ogni volta che si spostano? La speranza è che si imbarchino su un volo diretto da qualche altra parte. Noi dobbiamo volare a Madrid, dove ci aspetta un cambio per il quale abbiamo un sacco di tempo a disposizione. Almeno, questo era quello che pensavo prima di arrivare a Madrid-Barajas (pronuncia “baracas”… chiamale baracas! E Linate allora? Vogliamo chiamarlo “cloacas”?).
Vabbè, mezzi assonnati, se non tre quarti, un po’ in fibrillazione, preda dell’agitazione e dell’eccitazione allo stesso tempo, va a finire che riusciamo a raggiungere la zona di controllo e poi ci apprestiamo a salire, a rate, su quei megapullman che portano dalle porte di imbarco a sotto la pancia degli aerei. Questo a Linate, perché credo che tale genere di trasporto sia in vigore ancora e solo all’aerostazione di Timbuktu.
Sta di fatto che, prendendoci ancora una bella staffilata di gelo mattutino che aumenta il fremito dovuto all’emozione, raggiungiamo il mezzo. Non un gigante dell’aria, ma pur sempre dotato di motori, senza eliche. Mi fa piacere pensare che lo scalo a Madrid sia in parte dovuto a dotarci di un mezzo più consono alla trasvolata atlantica.
Anche perché, sinceramente, la comodità della seduta è più o meno quella dei vecchi pullman che cinquant’anni fa si prendevano per andare a far compere a Varese quando ancora non ero dotato di mezzi di trasporto autonomi.
Eccoci, comunque. Seduti, sistemati, ad ascoltare con attenzione le consuete spiegazioni delle hostess per le operazioni (tocchiamo ferro) di emergenza. Che in caso di vera emergenza credo dimenticherei nell’arco di due nanosecondi. Ma la cosa interessante è che le hostess, essendo un volo Iberia, parlano spagnolo. E io, che sono previdente e lungimirante, cos’ho fatto nelle settimane che hanno preceduto la partenza? Risposta ovvia: mi sono messo a studiare lo spagnolo. Su Internet. E devo dire che capisco un bel po’… Fantastico. Sarebbe stato meglio se in aggiunta le hostess fossero state sotto la cinquantina (non di numero, di età, intendo), ma su un volo a breve raggio non si può pretendere tutto, no?
Beh… se siamo qui, se siamo tutti legati e concentrati, si può sapere perché non si parte? Chiaro! Perché c’è sempre, immancabilmente, dovunque, su qualsiasi volo, il passeggero maleducato e ritardatario che si fa tranquillamente i fatti suoi e arriva lento pede quando ha deciso che gi sta bene decollare. Io, giuro, lo lascerei a terra, e che segua a piedi!
Non mi interessa se sia un politico, un attore, o una star del Grande Fratello. È comunque maleducato/a in maniera insopportabile…
Mi sarei presto pentito amaramente di queste considerazioni, ma ne parleremo la prossima volta. Per ora siamo in volo. Tempo bello, Alpi innevate… Urca, siamo già a Madrid. Hasta luego.

Ionnighitar


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