Si potrà davvero chiamarla evoluzione?

uke100
Una famigliola di ukulele.
Non vanno confusi con le chitarrine per bambini.
Sono una cosa seria, anche se a vederli
non si direbbe.

Stavolta mantengo i miei propositi. Continuo e concludo la storia dell’evoluzione dei musicanti (o della mia carriera di musicante, per lo meno). Anche se, come dice il titolo, tutto sta a vedere se di evoluzione o di discesa verso gli inferi si sia trattata. Anzi, ho cambiato idea. Parlerò delle mie chitarre. Mi piace di più. Per il resto vedremo se avanza spazio.

Avevo lasciato in sospeso i miei strimpellamenti in solitaria con la fida Meazzi, e qui si prega di evitare la rima già citata in precedenza. L’avevo acquistata in Viale Piave, non so nemmeno perché, visto che era da tutt’altra parte rispetto a casa mia. Boh… i ricordi spesso si fanno nebbiosi se la faccenda non è di primaria importanza. Sta di fatto che era una gran bella chitarrina, semiacustica, cioè con una cassa armonica piuttosto bassa rispetto a un’acustica vera e propria, ma non “solid body”, cioè fatta di legno pieno, massello. Ecco, le solid body, come dicevo la volta scorsa, sono l’ideale da suonare senza ampli. Non si sente assolutamente niente. I vicini son felici. E chi la suona può credere e far credere di suonare un pezzo dei Pink Floyd mentre magari sta suonando “Tanti auguri a te”. Con la Meazzi per la verità qualcosa si sentiva, dato che quel po’ di cassa acustica assolveva decentemente al suo compito. Così davvero potevo suonicchiare senza rompere le orecchie di nessuno e soprattutto senza farmi sentire (sono sempre stato un uomo da palcoscenico).

Il vantaggio rispetto a una chitarra folk, o a una classica come la sua sorella maggiore sulla quale avevo imparato qualcosa, stava e sta nel fatto che il manico è più stretto. All’inizio ti si annodano le dita nelle corde, fai un pasticcio bestiale, premi due o tre corde invece che una sola. Ma quando cominci a fare i “barrè”, cioè a premere tutte le corde con l’indice disteso (le altre dita fanno altro, nel frattempo), non è necessario avere un indice lungo quattro pollici e non ti sembra di averlo infilato nel tritacarne.

Con la Meazzi ho vissuto il periodo delle suonate a Solcio, sul Lago Maggiore, dove andavo quasi ogni sabato sera a casa di due fratelli di Novara che suonavano molto bene. Uno la chitarra solista, l’altro il basso, ma soprattutto quest’ultimo cucinava molto bene, il che non ha mai guastato nella mia scala dei valori. Avevano un terzo fratello batterista, ma dato che il trait-d’union che ci aveva portati a sbattere laggiù era quello che tuttora è il batterista della band, il percussionista padrone di casa si faceva gentilmente da parte per lasciare il campo a noi milanesacci. O forse, essendo il minore dei tre, i suoi fratelli lo prendevano di primo pomeriggio al sabato e lo rinchiudevano in qualche sgabuzzino per poi liberarlo la mattina dopo. Brevemente, Solcio è stata una palestra per me. Suonare insieme agli altri, con qualcuno che sapeva suonare davvero, è stato uno stimolo per darci dentro. E dire che ho iniziato con i bonghi, visto che una chitarra ritmica già l’avevano. Ma un paio di volte si è ammalato, o aveva altro da fare, e mi sono intrufolato rubangogli il posto. Posso dire senza falsa modestia che in effetti suonavo meglio di lui, quindi ho avuto buon gioco. E se IO suonavo meglio di lui è detto tutto circa le sue performance musicali.

Solcio però è rimasta una ferita aperta per me. Perché molto intelligentemente, visto che in pratica ci si andava quasi tutti i sabati, un bel giorno ho deciso che sarebbe stato più pratico lasciare sul posto sia la Meazzi, che l’ampli, che i bonghi e forse i due pezzi sparuti di batteria che chissà perché avevo comprato. Peccato che siano rimasti  sul posto anche dopo che abbiamo diradato e poi smesso di suonare. Ho detto addio alla mia Meazzi. E nonostante dopo anni abbia rivisto il padrone di casa e gli abbia chiesto notizie, mi è parso chiaro che forse era stata rottamata insieme al resto, magari per far posto a qualche sedia da giardino o a un ombrellone.

Anni dopo, devo riconoscere sempre per iniziativa del batterista, nasce la prima B Band. Inizialmente una three-men-band. Con Ric, Bob e me. Senza Meazzi. Al che, per necessità, dovevo procurarmi un arnese da lavoro e  passando un giorno in Piazza Napoli vedo chiamarmi dalla vetrina una graziosissima imitazione di Stratocaster verde scuro con battipenna bianco e amplificatore a pile formato pacchetto di sigarette. Marca Roytek. Un nome, una garanzia. Il prezzo: Più o meno quanto una manopola del volume di una vera Stratocaster. E’ stato amore a prima vista. Se si chiude un occhio sul fatto che l’ampli a pila ha lo stesso timbro di un citofono che funziona male, per il resto svolge il suo lavoro in modo onesto e gratificante. Per premiarla di tanta disponibilità le ho poi comprato un amplificatore vero. Piccolo, ma vero. Con il filo della corrente e i comandi di tono, volume e compagnia bella. Però…  Però la Stratocaster e quindi le sue imitazioni sono “solid body”. Il che significa che suonarla per esercitarsi, senza amplificatore, equivaleva a suonare l’asse da stiro. Urgeva soluzione.

Detto, fatto. Ha fatto la sua comparsa in casa una Yamaha folk acustica a spalla mancante, elettrica pure lei ma con una cassa armonica di tutto rispetto – cioè col buco e il vuoto dentro, dove cadono spesso i plettri e c’è da tirar saracche a recuperarli – che si può suonare tranquillamente come una non-elettrica. Il che ti permette di sentire cosa stai suonando. Anche lei verde scuro. Bella. L’ho usata e la uso pochino, ma è bella e ci sono affezionato. Senonché… Senonché Ric, che è il diavolo tentatore fatto architetto, un bel giorno mi porta da Prina, forse il miglior trafficante di strumenti musicali a Milano. E asseconda, per non dire che butta benzina sul fuoco, una mia tiepida infatuazione per una Epiphone Les Paul Studio color “Wine Red”, rosso scurissimo. E’ una sottomarca della mitica Gibson Les Paul, mitica per gli addetti ai lavori al pari della Fender Stratocaster di cui sopra. Insomma… non ho saputo resistere. Mi sono sentito un bimbetto di pochi anni e mezzo quando sono tornato a casa rimirandomela da tutte le angolazioni. Compare nel blog, in due o tre vecchi post. Se ci tenete da morire fatevi un giretto e la trovate.

E’ la mia preferita e rimane tale. Anche se, in successione e per cercare di allargare le mie capacità (senza riuscire, peraltro), mi sono comprato un basso, sempre un’imitazione Fender per motivi economici, e mi sono fatto prestare un ukulele. Giusto per capire come diavolo si fa a suonarlo con accordi totalmente diversi da quelli di una chitarra. Ecco. Questo è quanto. Anzi, questo è troppo. Della band parlerò ancora se sarò preso dal sacro fuoco, o se sarà il caso di raccontare le sensazioni che si provano suonando di fronte a un pubblico (non dico pagato, ma certamente almeno amico, e molto bendisposto). Alla prossima.

Ionnighitar


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