Si fa per dire (2)

Va bene, lo ammetto. Non stavo più nella pelle (la mia) dalla voglia di riprendere il discorso dei modi di dire che potrebbero lasciare di stucco, a bocca aperta e, voglio esagerare, di sasso, non pochi lettori d’oltreconfine, oltreoceano, oltr’alpe. Ad oltranza.
Pensavo l’altra notte, in una di quelle pause tra sonno e sonno che cerco di riempire di scemenze giusto per ritrovare il filo dei sogni interrotti finendo poi con il ritrovarmi sveglio come un grillo, ad un bar surreale in cui due suore entrano decise con l’intenzione di farsi un cappuccino e trovano al bancone un frate che, derogando alla regola della morigeratezza, si è appena fatto due Negroni. Ok, chiedo scusa, non lo faccio più.

Sta di fatto che al bar c’erano anche un paio di piedipiatti che stavano festeggiando l’arresto di un ladro e del suo complice che faceva il palo (non quello del telegrafo) deliziandosi l’uno con una rossa belga e l’altro una bionda tedesca e ricordando le fasi salienti dell’operazione. Li avevano presi, per essere onesti per un vero colpo di c… vabbè, avete capito, con le mani nel sacco, nella marmellata, ma non so se la marmellata fosse contenuta nel sacco. E li avevano subito messi ai ferri, considerando che farli lessare avrebbe richiesto troppo tempo e che si sarebbero dovuti procurare poco poco un bidone di ketchup. Insomma, una volta legati come salami li avevano caricati in auto e tradotti in galera. Infatti, quelli che alla partenza erano risultati essere Gianni e Franco si ritrovarono, una volta presi in carico dal primo secondino (a meno che non fosse il secondo primino), a chiamarsi John e Frank e a non sapere nemmeno più chi fossero.

I due balordi, due tipi né carne né pesce che in tempi non sospetti, mentre loro lo erano sempre stati, avevano messo gli occhi addosso alla cassiera di un fruttivendolo, se la mangiavano con gli occhi e ne ricevevano gratificazione ogni volta che la sventola, giusto per girare il coltello nella piaga del suo datore di lavoro che le faceva un filo sfegatato, ottenendone sempre e solo un bel due di picche, si degnava di fare gli occhi dolci. Certo, all’inizio il fruttivendolo se l’era legata al dito, più che altro per evitare che uscisse in strada a fumare mentre avrebbe dovuto stare in trincea seduta alla cassa, poi aveva gettato la spugna rassegnandosi a non essere contraccambiato e rinunciando anche alle abluzioni mattutine sotto la doccia, che dalla spugna non potevano prescindere. Insomma, per lui questo amore non corrisposto si era rivelato una bella spina nel fianco, o nel cuore a seconda che fosse un’attrazione di pancia o ricca di sentimento. La cassiera invece era rimasta una gattina mezza pantera, capace di far le fusa con chi decideva lei, o una gatta morta a seconda dei casi. I due malnati avrebbero fatto volentieri la mano morta alla gatta morta, ma quando lei finalmente si decise a sbuffare con fare sprezzante dando loro le spalle capirono che la festa era finita e decisero di levare le tende, ma allo stesso tempo di piantare baracca e burattini. Come è noto infatti, una baracca, per quanto spartana, è sempre più solida di una tenda.

Al bar di cui sopra razzolava spesso anche un tizio, tanto fumo e poco arrosto, che aveva perennemente un toscano in bocca e qualche rametto sparuto di rosmarino sotto il colletto della camicia e dietro le orecchie. Faceva il gallo nel pollaio e si gonfiava come un tacchino ogni volta che gli si avvicinava una pollastrella, sia che fosse padovana sia che fosse amburghese, Ma in questo caso doveva stare bene attento, perché poteva trovarsi di fronte a sgradite sorprese. Avrebbe infatti potuto trattarsi di un galletto amburghese che, facendo l’indiano, l’avrebbe di certo messo di fronte ad una bella gatta da pelare. Il segreto in quel caso stava nel farlo parlare. A seconda dell’accento più o meno marcatamente teutonico dargli la giusta collocazione geografica diventava un gioco da ragazzi. A voler ben guardare, sotto la scorza di duro che si era cucito addosso il nostro eroe era un pezzo di pane, una pasta d’uomo, un cuore d’oro, anche un pulcino bagnato o un vero pollo, a seconda del tempo o delle situazioni complicate in cui poteva andarsi a cacciare. Finiva sempre, comunque, che riuscisse ad attaccar bottone, incantandole con l’aria fritta dei suoi racconti, con ragazze che si rivelavano delle oche, culturalmente anche abbastanza capre, magari coi piedi a papera e sempre pronte a versare lacrime di coccodrillo dopo essersi ficcate nei guai. Salvo che non gli capitasse la fortuna di incappare nella pecora nera del gregge. In quel caso il divertimento era assicurato. Se invece gli capitava di approcciare una testa calda, nella migliore delle ipotesi questa lo costringeva ad abbassare la cresta. Quando poi non arrivava a fargli chiaramente intendere che non c’era trippa per gatti. Oddio, a lui questo avrebbe non avrebbe dovuto fare né caldo né freddo, in quanto dell’alimentazione dei gatti gli importava poco. Però ricevere il foglio di via gli bruciava sempre e lo faceva sentire come un cane bastonato, inducendolo a mollare il colpo e ritirarsi con la coda tra le gambe. A battere in ritirata, anche. Ritirata che a spesso si trovava in fondo al locale, sulla destra, con le figurine dell’omino e della donnina ad evitare spiacevoli situazioni di promiscuità.

L’ultima volta che ho avuto sue notizie risale a quando un altro avventore, col quale aveva avuto un battibecco uscendo dal bar gli disse sprezzante “Va’ a quel paese. Ci vedremo a Filippi”. Di lui tutto si poteva dire, salvo che fosse un califfo o un mago in geografia. Della storia poi non parliamone proprio. Sta di fatto che pare sia stato visto aggirarsi prima dalle parti di Canossa, poi nelle vicinanze di Patrasso, e chiedere informazioni per raggiungere “quel paese”. Chi avesse notizie più fresche mi faccia un fischio. Ma non mi dia un colpo di telefono, che ho già sottolineato ritenere manifestazione di scarsa civiltà e di propensione alla violenza. Grazie.

Ionnighitar


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