Si fa per dire (1, forse)

L’altro giorno, sull’autostrada, mi casca l’occhio (si fa per dire) su uno di quegli enormi display luminosi che spesso vorrebbero raccontarti la storia di cenerentola, ma che siccome non ci sta tutta usano abbreviazioni che può interpretare solo chi le ha scritte. Da un po’ compaiono per avvertire tratti o uscite chiuse per lavori. Bella cosa. Ma mi chiedo, fossi un turista in transito, cosa potrei capirci io se già un indigeno che ha assolto ai doveri della scuola dell’obbligo deve accostare in corsia di emergenza, tirar fuori carta e penna e forse anche un manuale di decodifica per capire quando dove e come possa muoversi? Oddio, se vogliamo non è che all’estero si facciano in quattro per far capire a noi euromeridionali se stiamo andando a Berlino o se c’è del marcio in Danimarca, ma se vogliamo sostenere di essere migliori (e io lo sostengo) dimostriamolo coi fatti.

Semplicità ci vuole. Guarda gli svizzeri, che da un po’ hanno esposto enormi cartelli per invitare alla prudenza agli incroci. Cos’hanno scritto secondo voi: “prestare attenzione al segnale di arresto e rallentare il veicolo con l’apposito pedale di comando dei dischi frenanti”? Neanche per sogno. Hanno scritto: “STOP prima della botta”. Lì, bello chiaro, conciso, magari un po’ menagramo (infatti stimola a compiere gesti scaramantici che distraggono dalla guida), ma almeno trasmette papale papale il messaggio. Guardate, per inciso, che non è una boutade… Non dimenticate che sto parlando della Svizzera.

Da qui a considerare che l’Italiano, come tutte le altre lingue del resto, ha forme idiomatiche in certi casi sconcertanti, il passo è breve. Ma ho trovato divertente provare a mettermi nei panni di uno straniero (si fa per dire) e dare una scorsa alle frasi intraducibili che, per un non addetto alla lingua, possono risultare a dir poco curiose.

Ve l’immaginate cosa deve provare una francese di bassa statura che sente un politico affermare orgoglioso “Bruceremo le tappe”? Oh, calma, che ti bruci? Che ti ho fatto? Minimo minimo la signora, un’acqua cheta, senza grilli per la testa, un tipo tutto acqua e sapone, mi va nel pallone. E ha ragione da vendere.

A proposito di testa, l’utilizzo di parti anatomiche in questo genere di espressioni è davvero difficile da comprendere. Si va dalla testa d’aglio, alla testa di ponte, al montarsi la testa, alla testa tra le nuvole, ad altri tipi di testa che non cito e che hanno tutt’altro significato. Dall’avere un diavolo per capello o essere preso per i capelli al prendere il treno per un pelo (forse nella stagione invernale, sono più caldi e fanno risparmiare sulla climatizzazione). O è un nostro pelo che prende il treno lasciando sul marciapiede tutto il resto? Certo non si tratterà dello stesso pelo che c’è nell’uovo e nemmeno dei peli sulla lingua o del pelo sullo stomaco. Consoliamoci con un tramezzino da leccarsi i baffi e segnamoci con il gomito per aver potuto mettere piede in stazione facendo la strada a naso. Naso che, attenzione, non va ficcato da nessuna parte, men che meno nei fatti degli altri che per questo potrebbero perdere le staffe e farci vedere i sorci verdi.

Prestiamo invece orecchio ai consigli di chi, non più di primo pelo, si astiene dal metterci una pulce nell’orecchio stesso e, con il cuore in mano, senza quindi stare con le mani in mano perché non è la dea Kalì, dice pane al pane e vino al vino. Che se dicesse salame al salame e birra alla birra dimostrerebbe altrettanta coerenza e capacità di analisi.

Insomma, c’è o non c’è da perdersi? Il cuore, per esempio. A parte lo stare in mano, può essere di carciofo, di lattuga, o della notte. Che attinenza c’è? Boh. Possiamo fare da spalla a qualcuno, o recitare a braccio, suonare a orecchio e dare una mano di vernice. Dopodiché direi di berci un dito di vinello fresco, di quello che fa resuscitare i morti. Meglio tenere le enoteche lontane dai cimiteri, se no sai la confusione?

Altra assurdità. Ma dico io, come fa uno a correre a gambe levate? Se le ha levate mi vien da pensare che abbia ben poco da correre. O no? E dare un colpo di telefono a qualcuno allora? Ma che bisogno c’è di ricorrere alla violenza? Chiamalo, se non è sordo come una campana (ne avete mai vista una con le orecchie?) sente lo squillo e risponde. Poi scusate, ma se per sua disgrazia sordo lo fosse davvero, vi pare il caso di dargli la croce addosso? Lui mica si dà delle arie né fa la ruota del pavone.

Ah, a proposito, vedete di non mettere nemmeno due piedi in una scarpa, di stare possibilmente coi piedi per terra, di non farvi beccare vicino alla gioielleria con un piede di porco sotto la giacca. Dovesse succedere, meglio che cerchiate di spacciarlo per uno zampone.

Quanto al come comportarvi, al come cercare di essere o non essere se volete prendere nota, sarebbe bene: essere un pezzo di pane ma non di ghiaccio, essere di bocca buona, essere pane a cacio con chi vi sta vicino. E, se possibile, ve lo auguro almeno, NON essere alla canna del gas, ai ferri corti o alla frutta o, Dio ce ne scampi, sull’orlo dell’abisso. A proposito, se dovete andare a casa di Dio, vedete di partire con un certo anticipo.

Dimenticavo:  la parentesi nel titolo sta a significare che potrebbe anche esserci un seguito… chi vivrà vedrà. Mi pare ovvio, c’era bisogno di dirlo?

Ionnighitar


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