Sette – Vita da contadino (goloso)

Nel cortile della casa colonica si andava pochino, ma io lo facevo un po’ perché, come ho detto, mi piaceva andare a vedere la raccolta delle uova nel pollaio, un po’ perché essendo amico e compagno di giochi dell’Ambroeus, in sua compagnia facevo anch’io un po’ la vita del contadino. Che mi piaceva moltissimo. Andavo spesso in stalla a vedere le mucche, guardavo le operazioni di mungitura, salivamo nel fienile, a volte a giocare, altre a buttare di sotto bracciate di paglia per il cambio della lettiera. Ricordo di qualche lieto evento e della gioia con cui si andava a vedere il vitellino appena nato, tutto stropicciato e malfermo sulle zampe, attaccato alle mammelle di mamma mucca e con due occhioni enormi, forse spaventati alla vista di un mondo sconosciuto. Partecipavo attivamente (potete immaginare) alle operazioni di taglio dell’erba e raccolta del fieno nei terreni non immediatamente adiacenti alla casa. Anche delle patate, un paio di volte. La cosa più bella in assoluto era salire in cima al carro trainato dal trattore, strapieno, e tornare a casa dominando il mondo dall’alto di quella torre in movimento. Sono sempre stato affascinato dal trattore, anzi i trattori perché ne ricordo due, in sequenza, entrambi Fiat, entrambi arancioni. Erano attrezzati di regolare carro per trasporto dei raccolti e di un altro, la bonza, a forma di cisterna per i liquami di stalla necessari alla concimazione dei terreni. Profumatissimi, come è facile immaginare. Ho un ricordo strano ma nitido, legato a una memoria sensoriale, del sapore dei chicchi di grano appena raccolti e masticati fino a farli diventare una specie di chewing-gum casalingo (e biologico). Beh, sul fatto che fosse paragonabile al bazooka ci vuole un bel po’ di fantasia, ma il sapore, caratteristico, lo ricordo distintamente e somiglia, guarda caso, a quello della crusca che le nuove teorie bioalimentari raccomandano di consumare garantendone benefici inenarrabili. Sarà.
Di buon mattino e verso le cinque del pomeriggio andavamo, uno per famiglia e armati di secchiello del latte in alluminio, dall’Angelo che dispensava il bianco nettare ancora caldo, schiumoso e carico di panna. Il latte che non consumavamo, quindi quasi tutto quello munto, veniva portato alla latteria, che lo consegnava alla centrale per la pastorizzazione, sottraendone sapori e profumi di panna e di fieno per poi rimetterlo in circolazione con anonimi e inodori contenitori industriali. Questo dopo l’avvento del Tetrapak. Prima forse c’erano le classiche bottiglie sfaccettate con il tappo di alluminio o stagnola che dir si voglia. Eppure, nessuno di noi è morto per disturbi intestinali causati da latte infetto. Almeno, così mi risulta. In compenso ci siamo goduti una qualità di latte che oggi, lasciatemelo dire, se la sognano col lanternino.
Due cose che ho adorato della casa della Maria contadina erano il secchio con l’acqua fresca e il mestolo di alluminio per bere all’occorrenza, dopo le corse i giochi e le merende, e il lardo. Grandioso… Un gran pezzo di lardo appeso al soffitto della stanzetta/dispensa dove sarebbe stagionato a dovere sotto la sua camicia di sale. Che però, di tanto in tanto, veniva smagrito leggermente con qualche abile colpo di coltello per preparare strepitosi panini estemporanei. Di questi exploit imprevisti non facevo, ovviamente, cenno a casa. Figuriamoci! Lo stesso dicasi per la spuma. La fantastica, inaccessibile spuma al chinotto o all’arancia che non ho mai capito perché non potesse entrare a far parte del paniere degli acquisti di casa nostra. Un’altra merenda tipica dell’Ambroeus era il panino con la marmellata, di dimensioni decisamente superiori a quelle della sua faccia. Se lo spazzolava tutto, seduto a cavalcioni dello steccato nel prato delle mucche che, quando non era frequentato dai ruminanti, era perfetto terreno di gioco per il calcio o le corse. Per inciso, nel giorno del mio matrimonio, sotto un sole cocente che era spuntato ad asciugare la terra dopo una mattinata di quasi uragano (sposa bagnata…) è proprio lì che con gli amici ci siamo messi a tirar calci al pallone per smaltire almeno in parte gli eccessi alimentari del banchetto. Poi ci siamo trasferiti, la sera, in una specie di baita di montagna a completare l’opera tra affettati e polenta.
Se vogliamo restare ancora in tema alimentare, guarda caso, non posso non ricordare un altro pilastro della merenda, generalmente architettata e messa in opera in collaborazione con la mia cugina Giulia, la più vicina a me come età.
Qualche volta, sfruttando il piano di marmo del tavolo in cucina, largheggiando in burro e zucchero e preferendo le noci a qualsiasi altra variante, facevamo delle colate di croccante delizioso che, in teoria, avrebbe dovuto bastare per un bel po’. In realtà era già un successo se riusciva ad arrivare fino a sera. Se mancavano le noci, ci accontentavamo stoicamente del solo zucchero caramellato.
Cito ancora, per onor di firma, pane burro e zucchero, pane olio e sale, pane burro e acciughe… Poi mi vengono a parlare delle merendine, delle porcate industriali… Probabilmente abbiamo cominciato allora a minare la nostra salute e, più evidentemente, la nostra linea. Ma potrei avere ricordi così vividi e piacevoli se fossi cresciuto a Kinder Brioss o a Girella Motta? Ne dubito.
Più avanti negli anni, naturalmente, le abitudini e le preferenze alimentari vissero una certa evoluzione. Il ricordo più vivido e ricco di dolcissima nostalgia riguarda le gite alle grotte di Valganna, in moto o motorino, dove, perennemente all’ombra e con temperature da cantina all’aria aperta, si potevano gustare enormi panini al prosciutto accompagnati da una birra alla spina, scura, di una tale bontà che poi, per anni, alla Poretti, sembrava avessero dimenticato. Oggi bisogna riconoscere che hanno riguadagnato il terreno perduto e forse si sono superati. E mettiamoci pure che il sapore dei ricordi migliora sempre di parecchi punti la realtà delle cose.

Ionnighitar

P.S. Non so perché non compaia la didascalia sotto la foto. Sappiate, comunque, che si tratta del dipinto “Il Riposo” di Giovanni Fattori. Che adoro.


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