Serata di gala

Ditemi voi cosa c’è di meglio di una bella serata dedicata all’assemblea condominiale piuttosto che stare ad ascoltare musica, alternare chiacchiere in famiglia con buone letture o – ma le occasioni sono davvero pochine – guardare qualcosa di buono in tibbù. Proporrei di inserire nello statuto l’obbligo di tenere un’assemblea al mese, almeno. Però forse alla lunga mi darebbe meno emozioni. Con tutto questo devo anche ammettere, in tutta onestà, che rispetto ai molti racconti ascoltati su assemblee di altri condomìni, costellate dai “non finisce qui, se lo ricordi”, o “ma lei chi crede di essere, come si permette”, per non parlare dei “avrà mie notizie dal mio avvocato”, quelle del mio condominio sono praticamente serate in quasi-famiglia, popolate per lo più da persone civili che nella peggiore delle ipotesi arrivano a dirsi “ma mi faccia il piacere…!!!”. Il guaio è, come si suol dire, che la mamma degli stupidi è sempre incinta.

Già l’ambiente (forse avrei dovuto dire location per essere più à la page, ma mi fa venire l’orticaria) ha un che di precario ed improvvisato, anche se è e rimane quello da oltre dieci anni. Stabilito che andare a prendere in affitto una sala parrocchiale come si faceva un tempo era, oltre che costoso, estremamente scomodo, la soluzione si è trovata accampandosi, armati di sedie pieghevoli o sedendosi sulle scale a mo’ di anfiteatro romano, nell’atrio, o androne che dir si voglia. Pulpito e ponte di comando, la scrivania del custode, dove si insedia l’amministratore, centotrentachili di ex-carabbiniere, persona estremamente valida, pratica e diretta, anche se a volte capace di posizioni piuttosto determinate. In altre parole, a volte ci sarebbe da sparargli perché se non gli vai a genio sei finito. Gli vado a genio, per fortuna.

La cosa singolare e a tratti imbarazzante è che, durante il gran consiglio, non è che sia interdetto il passaggio dei condòmini che rientrano a casa dopo cena o escono per far fare la pipì al cane o per qualsiasi altra ragione. E devono, volenti o nolenti, fare lo slalom tra le sedie o comunque sentirsi radiografati e messi sotto esame da quelle o quattro o cinque personcine che più sono inclini a farsi i fatti propri. Di solito sono signore. Ma andiamo con ordine (del giorno).

Scesi nell’atrio (la mia metà ed io siamo i soli a presentarci in coppia, un po’ per solidarietà, un po’ perché abituati a fare quasi tutto insieme) una buona metà dei partecipanti era già in posizione e in assetto di guerra. Affiancati sotto la fila delle cassette della posta i due campioni di noia mortale, due ingegneri di una certa età (più della mia) di cui uno, poveretto, solo tremendamente pedante e prolisso ma gentile e cortese, sempre pronto a spiegare agli astanti l’aspetto tecnico di ogni cosa non riuscendo mai a trovare quel quid per catturare l’attenzione altrui per oltre quarantasette secondi. L’altro, se posso usare un eufemismo, simpatico come una cacca pestata con le Geox. Già l’espressione, la postura, lo sguardo, lo svelano come uno dei più completi stronzi che abbia incontrato. Detestabile. E, naturalmente, già lanciato nella polemica sulle differenze di temperatura tra appartamenti dovute a un’innata pecca degli impianti a pannelli a pavimento. Mi pare chiaro che lui sia il più svantaggiato. Se uno ha venticinque gradi e si lamenta del caldo lui, nonostante utilizzi i condizionatori in funzione di ausilio al riscaldamento ha freddo. Sì, va bene, ma quanto freddo? Freddo. Non ci crede? venga su da me. D’accordo, ci credo, ma lei ha mai provato a dare una dimensione a questa sensazione di freddo? Ha mai guardato l’asticella del termometro? Non si preoccupi, se le dico che ho freddo, ho freddo. Sarà una combinazione, ma mentre tutti eravamo in maglione (gli elegantoni in giacca), lui aveva una giacca a vento imbottita di una deliziosa tonalità glicine. E non stava sudando a mo’ di sauna. Percezioni soggettive, dunque? Mah.

Va da sé che i due ingegneri si sono lanciati in una dotta disquisizione sulla possibilità di intervenire a migliorare la funzionalità dei pannelli. Una sciocchezza. L’uovo di Colombo. Anche se l’amministratore ha avanzato l’ipotesi nemmeno tanto remota che questo significhi sollevare tutti i pavimenti del condominio. Una cosina pratica, insomma.

Non so come, forse per difetto di ventilazione, la loro dotta argomentazione si è pian piano affievolita per lasciare il posto alla questione piccioni. Che ha dato modo a una delle due signore che proporrei di murare in cantina di mostrarsi attenta alle altrui esigenze. Infatti, resa edotta del fatto che il balcone di un condòmino del primo piano è praticamente sommerso dal guano perché sotto la verticale della zona di sparo dei volatili appollaiati sulle grondaie e che la posa di dissuasori è inevitabile, ha cortesemente fatto notare che a lei i piccioni non danno fastidio né sporcano, quindi non vede l’utilità. La signora abita all’ultimo piano, dove ci sono le grandaie/toilette.

Mentre la sua degna compare spiegava che non darà mai libero accesso al suo appartamento per far passare la fibra ottica a tutto vantaggio della colonna di appartamenti sottostanti perché gli operai, di etnie diverse, rozzi, con brutte facce, non metteranno mai piede in casa sua, con buona pace dei cultori di Sky – e con questo dando la stura alle rimostranze e ai commenti solidali che potete immaginare da parte di parecchi dei presenti – l’altruista del piccione mostrava fiera tre campioni di linoleum che desidera sia posato in sostituzione del tappeto in cocco nell’ascensore della nostra scala. Della nostra, perché purtroppo abita un paio di piani sopra la mia testa, e solo della nostra, perché nelle altre tre scale hanno deciso che il look “ospedaliero” non è gradito e che va benissimo il tappetino che c’è adesso.

A lei no, che non va bene. «Ma insomma, è sempre sporco, inguardabile! E poi, con i cani… ma non sentite che puzza, insopportabile!». Mi sono dimostrato molto freddo e perplesso. Mi ha detto: «Vieni, ti faccio vedere, e poi con questo tempo, con l’umidità, con i cani che rientrano bagnati, sentirai che puzza!» Mi sono permesso di risponderle: a) che prendo almeno quattro volte al giorno quell’ascensore  e, vagamente lo conosco, oltre ad esserci transitato circa un’ora prima causa assemblea; b) che verde, rosso o grigio, per me poteva far mettere il linoleum che voleva, tanto mi facevano schifo nella stessa, identica misura. E che sopporterò stoicamente la sofferenza di posare le mie suole su una base che trovo orrendamente fredda per tutto il tempo che impiegherò a salire o scendere di quattro piani. Occorre dire che mi ha guardato come si guarda uno squilibrato? Non credo.

Bene, dopo le varie ed eventuali si riprende l’ascensore, facendo ciao con la manina ad un tappetino in cocco che ci resterà nel cuore e si riguadagna la porta di casa, che chiude fuori pedanti, polemici, finti tonti e autentici imbecilli.

Ionnighitar

 


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