Quindici – Delle moto

L’evoluzione naturale della bici, vista con gli occhi di un teenager disinteressato e obiettivo, era a quei tempi il motorino. Seguito a sedici anni dalla moto. Questo sulla carta, perché nella realtà la propensione di un genitore a cedere sull’argomento è sempre stata molto bassa. Il che è valso anche quando mi sono trovato proprio io, nei panni del genitore. Però sta di fatto che, chissà se per sfinimento o per fiducia, il papà finì col cedere alle lusinghe delle due ruote a motore, anche se con qualche riserva e condizioni tassative.
La prima è consistita nel fatto che il motorino mi fosse concesso a sedici anni, quando avevo già maturato il “diritto” alla 125, la seconda nel patto indiscutibile: “La prima volta che chiedi di portare a Milano il motorino viene automaticamente sequestrato”. Mi sono sempre fidato della parola del papà, quindi ho pensato bene evitare furbate.
Gli è che qualche amico della compagnia di allora era già motorizzato: Pino con un Giulietta Peripoli, modello custom pressoché sconosciuto, con tutte le sue belle cromature e il serbatoio rosso metallizzato, Vittorio con un Demm da strada -marca almeno a me totalmente sconosciuta – che sinceramente non mi faceva impazzire, e il mio amico del cuore con una Gilera 125 Regolarità Casa, della quale mi ero follemente innamorato a prima vista. Ma lui aveva qualche mese più di me, aveva rinunciato al motorino in precedenza ed aveva fatto la patente per la moto. I miei sogni, comunque, erano tutti incentrati sulla triade, Gilera, Guzzi Stornello ed MV Agusta, tutte quante da regolarità. Regolare.
L’acquisto del mio Guzzi Dingo cross fu perfezionato a Varese, presso un concessionario di cui non ricordo il nome. Il bolide mi venne consegnato a casa, perché dovevo ancora farmi le ossa anziché fracassarmele e quindi si è ritenuto più prudente farmi fare pratica, come sempre, su e giù per i viali del giardino.
Una delle prime operazioni di maquillage fu quella di affrancare un tabellone ovale col numero 104 (va’ a sapere perché, poi) al manubrio. Per il resto era già piuccheperfetto, salvo l’avere, all’occorrenza, bisogno di qualche schizzo di fango seccato qua e là, per avere un’aria più vissuta. Divenuto padrone del mezzo, nel senso della padronanza, potevo scorrazzare in lungo e in largo tra casa, Viggiù e limitrofi. Qualche volta anche a Varese ma non ne valeva la pena. Probabilmente avrei potuto andare fino a Kabul. L’importante era non chiedere il permesso per Milano. Non andai nemmeno a Kabul, peraltro.
Nella lunga carriera, salvo amnesie, andai invece per terra solo qualche volta, rara. Che mi ricordi, una in salita, su un tornante stretto e in forte pendenza della Tassera – salita perfetta per deliziare i ciclisti masochisti – quando non tenni nella dovuta considerazione il fatto che affrontare la curva inclinandosi, con una pendenza del genere, e non inchiodarsi sull’asfalto con la pedivella sarebbe stato obiettivamente impossibile. Infatti la pedivella come da copione si inchiodò e mi ritrovai per terra. Il  secondo volo che mi ricordi avvenne entrando in paese una sera, quando ancora il giro dei sensi unici prevedeva una discesa con curva ad angolo retto davanti alla vetrina del panettiere e come per magia il Dingo mi sgusciò di sotto il sedere finendo in beata solitudine a schiantarsi sulla saracinesca del negozio. Nessun danno, né a me, né al motorino, né alla saracinesca. Solo un gran botto che, pare, si sentì fino ai confini col cantone di Unterwalden.
Presto, però, dato che quel paio di amici già motorizzati erano maggiori di me, passarono di categoria. Uno finendo in sella a una Gilera 300 bicilindrica rossa con due tubi di scarico che pareva suonassero la Cavalcata delle Valchirie, l’altro addirittura presentandosi con una Ariel 1000, che oggi come oggi sarebbe un po’ come dire una moto 3500 di cilindrata, color vinaccia scuro (discutibile, anzi orrendo), ma indubbiamente con un suo fascino.
Finì, così, che tutte le volte che si programmava qualche giretto tra le valli e intorno ai laghi, ci si trovava a viaggiare sui due bolidi, in coppia (maschietti momentaneamente nello stato di single). La Gilera Regolarità e il Dingo, obbedienti, ci aspettavano a casa consapevoli di essere stati declassati al ruolo più pratico di mezzi di spostamento locale.
A guardar bene, un po’ per questo, un po’ perché i diciott’anni arrivarono in fretta con i nuovi sogni e le nuove aspettative, il Dingo si può dire sia stato una parentesi abbastanza breve nella mia carriera di viaggiatore. Ciò non toglie che sia stato nello stesso tempo una pietra miliare.
Non posso dire lo stesso dell’ultima (in tutti i sensi) mia moto, acquistata un po’ per ripicca un po’ per puntiglio. Spiego. Quando l’amico con la Regolarità arrivò prima di me al traguardo della patente B, ancora follemente innamorato della sua moto mi accordai a fine stagione per comperargliela, lasciandola per l’inverno a svernare da un meccanico milanese, con l’impegno di pagarla e ritirarla la primavera successiva.
Peccato che quando mi risolsi a concludere, suo padre – non ho mai capito se fosse o meno al corrente dei nostri accordi – mi fece sfilare la moto di sotto al naso per venderla a non so chi. Peraltro io avevo anche già in mano la chiave a pipetta. Onta da lavare col sangue!
Un po’ da cretini, ammetto, e per non fare la figura del cornuto e contento, cominciai a girare come una trottola per trovare una delle mie preferite citate sopra ma non ci fu verso di scovarne una. Quindi dovetti “ripiegare” su un Puch 125, ovviamente anche lui da regolarità, che aveva però un difetto: il motore a due tempi che, non so perché, mi era risultato sempre antipatico. E spernacchava come una trombetta di capodanno. Lo usai davvero poco. Un po’ in città, poco in campagna, e mi decisi a considerarne la dismissione dopo un viaggio da Milano a Clivio che mi fece scendere di sella completamente rintronato e puzzolente di olio (di ricino) come un merluzzo senza fegato. Non l’ho mai rimpianto.
Non c’entra niente con le vicende campagnole e lo dico giusto per dire, dato che non ho lo spirito del motociclista e non credo possa sbocciare a quest’età. Ma se proprio proprio dovessi scegliere oggi credo che opterei per una Triumph Scrambler. Così, giusto per dire. Tanto alla fine non saprei che farmene (come diceva la famosa volpe sotto il pergolato).

Ionnighitar


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