Secondo copione

Sottotitolo: «Come volevasi dimostrare».

Non può essere un post scanzonato, assurdo, paradossale o idiota come i suoi predecessori. Perché l’argomento è cosa seria e, ahimè, profondamente triste e oscenamente vergognosa. Legata alla conferma di quanto mi sarei aspettato, e l’ho scritto, dalla seconda parte dello sceneggiato che la Rai «… con coraggio ha mandato in onda per rivalutare e riscattare un’immagine negativa appiccicata molti anni fa alla figura del Commissario Luigi Calabresi.» Il virgolettato è mio, non è una citazione testuale ma non sapevo come inserire altrimenti un sunto di quanto si legge a destra e a sinistra quando si inneggia ai grandi meriti di RaiNostra.

La storia credo sia nota. È storia. E nemmeno troppo remota. Lo sceneggiato credo abbia, per quanto possibile, dato una rilettura decentemente imparziale della vicenda. Decentemente. Quanto successo, la responsabilità oggettiva e provata di chi ha fomentato e materialmente messo in atto l’agguato mortale non sono in discussione. Non credo possano avere né abbiano mai avuto una benché minima giustificazione. Cercando di vedere le cose da ogni angolazione e avendo vissuto quel periodo credo si possa opporre una sola osservazione: di fatto era in atto una guerra. Una luridissima, subdola, vigliacchissima e ingiustificata guerra (posto che mai una guerra possa esserlo, giustificata). Ma è assodato che l’odio collettivo, che una volta è mosso da ragioni razziali, altre volte religiose, o politiche, o campanilistiche o. al massimo della stupidità, sedicenti sportive, fa danni. Gravi danni. Ottenebra le menti, fa leggere i fatti in luce diametralmente opposta alle due o più fazioni, dà fiato ai più invasati che, spesso, sono anche i più ascoltati. E che, ancora più spesso, mandano avanti gli altri, i più stupidi. La manovalanza da macello. E si autoconvincono, alla fin della fiera, di avere le mani pulite.

Non è così. Gli ideologi, i fomentatori, i capi e capetti, i leader di pensiero sono colpevoli quanto i leder d’azione. Anzi, di più. Sono solo più scaltri e vigliacchi. Dei gran bastardi, se vogliamo proprio scendere a termini da taverna. Ma la faccenda, a mio modo di vedere e come ho accennato nel post di ieri, non finisce qui.

Ho parlato di un manifesto sottoscritto da circa duecento intellettuali (questo è tutto da dimostrare) che condannavano senza mezzi termini l’operato del Commissario Calabresi. In prima persona. Lui, soprattutto lui e sempre lui. Processato e condannato a priori, a prescindere. Bene. Mi sono sbagliato. I firmatari, religiosamente ignorati dalla ricostruzione di MammaRai, furono appena 757, settecentocinquantasette!!!

Una lettera aperta inizialmente pubblicata il 10 giugno 1971 e sottoscritta da una decina di firme, fu poi ripubblicata sullo stesso periodico il 20 e il 27 giugno. Abbracciava le tesi di Lotta Continua, ma il periodico non era esattamente un organo di lotta e sovversione. Era quello che era. E che è rimasto. Alla terza stesura le firme erano, appunto, 757. Tra queste ci sono nomi che sono stati in seguito e tuttora sono celebrati come quelli di personalità di spicco della cultura, della scienza, dell’informazione. Non li cito perché non meritano una citazione. Ma, giusto per darne una vaga idea, troviamo un’astrofisica ritenuta uno dei grandi geni di terra italica, recentemente scomparsa, il padre-padrone di uno dei giornaloni nazionali, uno che si crede Dio e pare la sappia più lunga del Papa, registi che hanno fatto la storia del cinema italiano, un Nobel per la letteratura (ma tu guarda). E tanti, tanti altri che chiunque abbia voglia di perdere tre minuti può trovare cercando su Wikipedia «Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli».

Lì si trova anche il testo integrale, che non riporto nemmeno in parte. Va letto. Non posso dire merita, ma merita. È tanto breve quanto luridamente e vigliaccamente osceno. E mi piacerebbe che chi dovesse andarselo a leggere si chiedesse se una parte della responsabilità nell’omicidio, se una spinta a soffiare sul fuoco dell’odio, se una connivenza con gli esecutori materiali non possa essere riscontrata proprio tra queste righe.

Lo sceneggiato ha messo in luce, è vero, pur con tutti gli errori che può avere commesso, la non imputabilità della morte di Pinelli al Commissario Calabresi. Ha alzato un velo per anni lasciato immobile a coprire le mancanze, la vigliaccheria, l’opportunismo e il doppiogiochismo di uno stato che ha sempre cercato di scaricare le proprie responsabilità di pachiderma incapace e contraddittorio su qualche suo “fedele servitore” che faceva semplicemente il proprio dovere e che ben difficilmente avrebbe potuto mettere lo stato stesso di fronte alle sue responsabilità.

Ma ha colpevolmente, consapevolmente, ancora una volta vigliaccamente taciuto il ruolo che quasi ottocento nomi di spicco, onorati, venerati, rispettati, hanno giocato per portare la vicenda all’epilogo tragico che conosciamo bene.

Mi sarei aspettato i nomi? I settecentoerotti nomi? Non sono così ingenuo. Avrei voluto che venissero additati ancora oggi coram populo così da risvegliare antichi odi o rivalse? Non scherziamo. Per fomentare odio ancora una volta? No. Ma almeno dire che sono stati i mandanti occulti dell’assassinio, nominandoli in forma collettiva, se volete definendoli, come ho già scritto, “l’intellighentia”, questo sì. Sarebbe stato più onesto, per lo meno.

Ionnighitar


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