Se non son strani…

Vorrei (più per me che per altro, confesso) riprendere e arricchire il bagaglio di ricordi dei personaggi strani che mi hanno fatto compagnia nel primo tempo del film del mio lavoro. Se poi riesco a concluderlo, bene. Sennò vorrà dire che vi beccherete un terzo tempo. Tanto ormai scrivo romanzi, ma se non altro li scrivo raramente. La Sonia, grande estimatrice di Edmondo Dramocis, l’avete già conosciuta e vi ho dato (per vostra fortuna) solo un’infarinatura leggera della Laura di Piazza Prealpi. Però, scusate se insisto, ma vale la pena approfondire. Non che mi si sia presentata così al momento del colloquio pre-assunzione, ma dopo qualche minuto, il tempo necessario per lei per entrare in stretta confidenza con chicchessia, già si era autodefinita in questo strano modo. Il che, detto tra noi, un po’ mi ha lasciato perplesso, perché mi dava l’impressione di un nome di battaglia adatto a una peripatetica o operatrice stradale del sesso se preferite, con l’aggravante che Piazza Prealpi, soprattutto allora, non è che fosse esattamente un succedaneo di Piazza San Babila o di Via Montenapoleone.

Insomma, la Laura d.P.P. a dispetto delle mie illazioni voleva solo stabilire che lei era una celebrità, una personaggia molto nota, nel bene e nel male, nella sua zona di origine, pur non avendo mai esercitato il mestiere di z…., insomma quello. Capelli rossi, riccia, all’occorrenza una veemenza e irruenza fuori dal comune (ma entro la Provincia), il viso – poveretta – devastato da un’acne giovanile in forma acuta se non dal vaiolo (vabbè, forse questo è troppo), comunque non oso dire che si potesse definire una bellezza mozzafiato. Efficiente sì, però. O comunque più efficiente di chiunque l’avesse preceduta. Non ero abituato a farmi chiamare qualcuno al telefono, facevo tutto da solo. Non ero abituato a che qualcuno si preoccupasse di fare almeno da tiepido filtro alle telefonate in entrata.

Forse per questo con il suo arrivo mi sono montato la testa e ho cominciato a prendere coscienza della mia qualifica di dirigente e, udite udite, a sentirmi ogni tanto ricordare anche che avevo ottenuto un titolo di studio più altisonante di quello della terza media. La Laura d P.P. era una delle poche persone che si ostinava a chiamarmi Dottore. Tanto che le prime volte, quando lo faceva, mi guardavo in giro per capire con chi ce l’avesse. Poi, considerato che in sostanza c’ero solo io, me ne sono fatto una ragione. E’ stata una specie di presa di coscienza. Avevo fino allora sepolto un titolo di cui non mi è mai importato niente ed ero costretto a rispolverarlo per non deluderla.

La Laura con me era diventata una specie di balia-governante-mastino napoletano che dedicava la sua giornata e tutti i suoi pensieri a compiacermi, salvo poi  inanellare, e non troppo raramente, una serie di svarioni e di errori che avrebbe potuto evitare se solo ci avesse messo un po’ meno di irruenza.

Voglio ricordare di lei un paio di episodi, anche se ammetto che a distanza di così tanto tempo non metto bene a fuoco con chi altri abbia lavorato in tandem… Con la Sonia sì, e la faccenda dell’escesso lo dimostra. Poi, quando la Sonia è andata in maternità o si è licenziata, non me lo ricordo, ha gestito come una Frau Blucher (Frankenstein Junior) le avventizie che duravano una, massimo due settimane e che, per rendere giustizia al suo metro di giudizio, avrebbero potuto anche durare di meno. Di una, per esempio, ricordo (vi assicuro che non l’ho assunta) che alla mia domanda: «Quale sarebbe la sua richiesta economica», mi ha risposto: «beh, per centomila non si muove nessuno!!!» Specifichiamo che si parlava di Lire e non di Euro. Ma le ho indicato con grande cortesia la porta. La Laura deve aver fatto il resto per espellerla dal caseggiato.

Di un’altra, sempre in prova, ricordo che per una settimana abbondante ci eravamo accorti, sia la Laura che io, che probabilmente il suo guardaroba era composto da maglioncini, pantaloni e stivai tutti perfettamente identici. O, in alternativa, che non si cambiava mai. Ehm… dopo una settimana circa, appunto,  accortomi che non faceva uso né di deodoranti né (coerentemente) di profumi coprenti, cercavo di evitare che stazionasse più del necessario nel mio ufficio. Ma, timido, non potevo affrontare l’argomento direttamente con lei. Certo è che, appena superato il livello di guardia, aprivo la finestra. E non eravamo in luglio.

Una bella mattina sento voci un po’ sopra il tono normale (il normale per la Laura era quello che si usa in fonderia o sotto la pancia dei quadrireattori in partenza da Malpensa) e colgo la frase: «Ma bestia, ma possibile che non ti puoi lavare? Ma non lo senti che puzzi come una capra? Ma non ti sei accorta che il Dottore continua ad aprire la finestra e andrà a finire che si beccherà anche una polmonite?». Insomma, la Laura con una certa delicatezza ha fatto presente il nocciolo della questione ed ha ottenuto un risultato oltre le aspettative: come? La ragazza si è lavata? ma figuriamoci!!! Se n’è andata. Pare che il posto non si confacesse alle sue aspirazioni (e traspirazioni).

In altra occasione, ma preferirei sorvolare, forse discutendo con Antonio il magazziniere, altro tipino da salotto, alla Laura è scappata un’esclamazione che chiamare esclamazione è segno di grande generosità. Non avevo crocifissi appesi alle pareti. Non era ancora arrivato mio fratello a evangelizzarci tutti. Ma se l’avessi avuto, credo che il Cristo si sarebbe strappato i chiodi dai polsi e dai piedi, sarebbe sceso e avrebbe preso la Laura a calci in ….. a calci, insomma. Giusto per ristabilire un paio di concetti basilari.

Quindi, direte voi, un mastino, una pasionaria, una virago e anche una bestemmiatrice impunita. Una che con la religione i Santi e i loro superiori di grado si sarebbe presa libertà di ogni genere… Nein. Niente di più sbagliato. La dimostrazione? Ve la servo su un piatto d’argento e vi assicuro che non racconto palle.

Dunque, se avete buona memoria saprete che la Laura aveva già zoccolato ed espulso di forza il primo marito… o compagno che fosse, non mi è mai stato chiaro. Durante la militanza al mio fianco aveva però trovato tale Massimo… elemento discutibile ma certamente accomodante e soprattutto remissivo, e da costui era riuscita a farsi impalmare. Se in chiesa in comune o nella sinagoga non lo so, ma insomma se l’è cucinato per bene. E da questa unione è nato un fantolino (poi un altro, ma del secondo non so niente, anche perché a quel punto io me n’ero andato). Vi chiederete…. l’avrà chiamato Mandrake? Zupperman? Cochis? Geronimo, come il figliuolo dell’On. La Russa? Niente di più lontano. Pronti? Vado? Ok.

Bene, il primogenito della Laura d.P.P. è stato battezzato, non senza resistenze da parte dell’officiante, Gisas. Ripeto, GISAS. Gi, I, Esse. A, Esse. Ovverosia la pronuncia perfetta di Jesus in inglese. In onore. Che uno dice, ma a quel punto chiamalo Geova, no? Nossignori, Gisas. Probabilmente l’unico al mondo. Probabilmente rovinato per la vita. Probabilmente oggetto se non di scherno almeno di malcelata curiosità da chiunque abbia e abbia avuto la ventura di chiedergli le generalità. Ma certamente figlio di una delle donne più squinternate che mi sia capitato di incontrare lungo il cammino. Bene, lo sapevo. Ho esagerato. Il che significa che una delle prossime volte vi beccate l’apologia di un altro fenomeno: Salvatore o’Carrozziere, con le zeta dolci da pronunciarsi come nella parola zoccola, guarda caso. A presto.

Ionnighitar


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