Scemeggiati e scemeggiatori

Credo che abbandonerò almeno temporaneamente al suo destino la dinastia Faresi/Fisar. Ho sentito benissimo, erano sospiri di sollievo e anche qualche gridolino di giubilo. Il che potrebbe anche indurmi a chiuderne la saga con un colpo di scena. Che so, un colpo di bombardino, una messa da requiem che li trasferisca tutti in comitiva nei verdi pascoli con il loro corredo di spartiti, strumenti e manie. Posso solo spettegolare su un particolare che mi è stato riferito. Ad un certo punto della sua vita travagliata, raggiunta la maggiore età, la giovane Polka preso il coraggio a quattro mani si fiondò dritta dritta all’ufficio anagrafe perché non ne poteva più di essere oggetto di frizzi e lazzi di coetanei e mandrilli senza età. Trovò comprensione, una volta spiegato il suo dramma, anzi direi che quasi fu rimbrottata per aver aspettato tutto quel tempo trascinandosi il gravoso fardello sulle spalle e nella carta d’identità. La trafila fu rapida. Tempo un quarto d’ora uscì di là ripulita e rigenerata. Direi quasi che riacquistò la verginità (non sono al corrente dello stato al momento della pratica). Entrata dunque Polka Faresi, ne uscì una nuova, radiosa, giuliva Polcella Faresi Fisar. E per lei cominciò una nuova vita.

Detto questo, salto leggermente di palo in frasca. Per rivestire i panni del teleutente scassapalle e piantagrane, senza però riferirmi a qualche pubblicità di quarto o quint’ordine (ci ritornerò, ma devo smaltire l’indigestione di quelle prenatalizie, al novantottopercento dedicate ai profumi. Ricordando solo le due tip-top: una con un deficiente palestrato tutto unto e vestito da pseudo antico romano armato di freccia che, con una faccia da ebete di rara fattezza prendeva la mira verso l’alto per trapassare magicamente un flacone del profumo pubblicizzato. E vabbè, si vede che mi disturbava la prestanza superiore alla mia. Ma la faccia da ebete c’era e non si accettano contestazioni. L’altra con una specie di Titanic con un marinaretto/Romeo a prua, a mo’ di polena, che fendeva le vie cittadine fino a fermarsi a sfiorare il verone al quale stava affacciata la sua pseudo-Giulietta in guepière rosa. Non sto nemmeno a ricordare che i due flaconi, versione lui e lei del profumo, avevano forma di maglia da marinaio, a righe, e di guèpière rosa. Senza possibilità di commento. E li pagano pure, li pagano.

Volevo invece dire oggi che non amo gli sceneggiati. Partito preso? Può essere. Sta di fatto che nun me piasciono. Ma due li ho seguiti, anzi al momento li sto seguendo, dato che non sono ancora arrivati alla fine. Il primo, mi pare si chiami “Un Matrimonio”,  lo seguo perché è ambientato a Bologna e si vedono scorci di Strada Maggiore, Via San Vitale, Via Indipendenza, insomma di luoghi che mi sono ormai cari e famigliari. L’altro è Il Commissario, incentrato sulla vicenda Calabresi, che ho vissuto da vicino e che ricordo in ogni suo minimo particolare. Soprattutto in quelli che mai nella vita verranno palesati coram populo. E poi si dà il caso che una delle caserme della Polizia interessate ai disordini e alla rivolta per l’uccisione dell’agente Annarumma fosse a due o trecento metri da casa mia. Così pure quel tratto di strada divenuto famoso per la fotografia scattata a un dimostrante (chiamiamolo così) che impugna una pistola e spara ad altezza d’uomo.

Andiamo con ordine. Matrimonio. Regia di Pupi Avati, e non ho detto Antenore Sgorletti o Giangiuseppe Crocedomini. Pupi Avati. Gli attori, a mio avviso per lo più in linea con il livello standard degli sceneggiati, o appiattiti per non spiccare su quanto in genere richiede il genere, comprendono però anche nomi di spicco. Basta dire Christian De Sica? Dovrebbe, in teoria. Bene. So che ne ho già parlato, se così non fosse non sarei un rompipalle. Ma io dico: è mai possibile, santissima miseria, che a Bologna, non a New York o a Centocelle, e per giunta negli anni dell’immediato dopoguerra, quando ancora le scuole di dizione erano riservate a un’elite dell’elite dell’elite, ci siano solo un paio o tre di personaggi che parlano con cadenza bolognese? Eh? Uno, Andrea Roncato, che essendo di Bologna va a nozze. Un altro, suo figlio nella fiction, che non so se sia di Bologna ma almeno si sforza di sembrarlo. Stop. Finito. Ma allora perché non dire che la storia è ambientata a Paperopoli o a Gotham City? Farebbe lo stesso. Un piccolo calibro come De Sica, invece, non si sforza nemmeno di accennare a una vaga inflessione. Nossignori. Fortunatamente (ma non ne sarei sicuro perché ormai nella finzione è passato a miglior vita) si limita a una dizione da manuale, asettica, rigorosa, senza calcare sulla sua riconoscibilissima romanità. Ma di sembrare bolognese non gli passa manco p’a capa. E questo lo trovo intollerabile, offensivo ed estremamente poco professionale. Sbaglio? Può darsi.

Eppure ricordo che è pagato, anche da me trattandosi di una fiction Rai e che è un attore professionista. E che questa noncuranza, sua e del regista, ovviamente, denota una superficialità che la dice lunga sulla cura prestata ad allestire questi capolavori.

Secondo appunto, pur considerato che – pur non essendo io, come si dice, audioleso – ho indubbiamente un udito parzialmente danneggiato da antichi malanni, sta di fatto che riesco nonostante tutto non solo a seguire i programmi televisivi, ma la radio, la musica, a suonare, parlo con la gente e capisco quello che mi risponde a meno che non si infili in una scatola di pelati… Insomma, se mi mettete in un ristorante con un caos indicibile ho i miei problemi, ma non sono da cornetto acustico.

Detto questo, tutti e dico TUTTI i protagonisti di Un Matrimonio non parlano. Mai. Probabilmente nemmeno se gli passa un TIR sui piedi. Sussurrano. Sempre. Con un’aggravante. Avete presente le pubblicità dei medicinali? «Ilmedicinalepuòindurresonnolenzanonsomministrareaibambinialdisopradeitrentottanniincasodieffettiindesideratianchegravissimisenonvivieneuncoccoloneconsultateilmedicosenonèandatoapescareconl’amante». Ecco. Il tutto recitato in due secondi e otto decimi. In modo che lo spettatore riesca a capire bene. Ma in effetti, avrebbe senso parlare più lentamente dato che si sussurra? Avrebbe senso parlare con tono di voce naturale dato che si fa la maratona lessicale? Non avrebbe senso. Quindi, sono coerenti. Ma penosi.

E finiamo con il Commissario. Anche lì, lasciamo perdere sulla pronuncia. Un po’ di pseudo o paramilanesi li senti. Con quella cadenza da televisione e quell’accento caricaturale che in giro non trovi nemmeno se lo paghi. Ma va bene così. Però qui c’è un’altra pecca. Io dico, santissima incoronata, possibile che mentre c’è un dialogo, anche importante, fondamentale, qui ci sia un sottofondo musicale, anche in tema, per carità, solenne o tragico. Ma un sottofondo che copre quello che viene detto? Possibile? Io il sottofondo lo sento alla perfezione. È il dialogo che mi devo immaginare. Ma secondo me non dovrebbe funzionare così. In questo caso, per fortuna (se così si può dire) io allora c’ero. Ricordo tutto. Ma tutto. Anche quello che sono certo non diranno. E cioè che il Commissario Calabresi fu ucciso su istigazione di un lungo elenco di firme dell’intellighentia che lo processarono e lo condannarono senza nemmeno curarsi di capire cosa fosse successo realmente. A priori. Perché funzionava così, allora. Adesso, invece, pure.

Ionnighitar


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