S.n. – Grazie al blog (e ad altri ed eventuali)

Ben ritrovati lettori affezionati, parenti a caccia di ricordi comuni, casuali avventori del blog, sfortunati o disattenti internauti finiti tra queste pagine per caso mentre stavano cercando la ricetta delle polpette di tacchino o le istruzioni per riparare il frullatore del millenovecentosessantaquattro che ormai fa uno strano cigolio e diffonde uno sgradevole odore di gomma bruciata.
Siete capitati (o ricapitati) dove si discetta delle più o meno antiche e inesatte reminiscenze di un bel tempo andato trascorso nella casona di campagna che fu dei nonni e prima ancora della loro zia Giovanna e che per tanti anni fu, e in parte rimane, un po’ il centro del mondo o almeno di una parte di mondo per alcuni di noi.
Sapendo che ho trascorso grosso modo quattro settimane da quelle parti di sicuro vi aspetterete che abbia fatto scorta e incetta di spunti per ricordare, raccontare, rispolverare. Niente di più sbagliato. Sono passato una sola volta di fianco alla vecchia casa, di ritorno dal cimitero, cercando di guardare solo verso sinistra per non incontrare con lo sguardo quell’osceno color giallo limone che qualche criminale ha pensato bene di sparpagliare sulle vetuste mura credendosi un novello Michelangnolo. Illuso. O illusa che sia, a quanto mi dicono. Sta di fatto che un pochino l’ho dovuto comunque sopportare perché affrontare tutta la discesa senza guardare fuori dal parabrezza comporta qualche rischio anche nei paesi poco trafficati e nelle strade a senso unico. Può capitare un pedone. O un gatto.
Quindi…? Niente da scrivere? Beh, non esattamente. Qualcosa c’è comunque e, bene o male, ha a che vedere con la mia idea un po’ balzana di rimettere insieme i pezzi di una storia famigliare che mi sembrava stesse diluendosi oltre misura. Insomma, ho tre o quattro cosine da raccontare che riguardano il blog, questo blog, che sono capitate in queste settimane e che mi hanno fatto un grande piacere. Vado in ordine temporale, o per lo meno di piogge sparse, visto che di temporali ne ho beccati tre o quattro che valevano per quaranta.
Appena prima di appendere il cartello “torno subito”, all’inizio del mese, il cuginamico Luciano, abile e attento fotografo e reporter, in pratica fotoreporter, mi manda una serie di scatti che sembrano scattati dopo aver letto il blog. Impossibile. È che, più semplicemente, almeno nelle descrizioni dei luoghi, mi ero attenuto alla realtà delle cose in misura accettabile. L’ho ringraziato in privato, ma voglio farlo anche da qui. Ho perfino trovato un paio di cosette o tre che non ricordavo, come una panchina in pietra sulla quale credo di essermi seduto un miliardo di volte, ma che mi era sfuggita. Come è sfuggita all’attenzione di un parente dalle mani estremamente lunghe e spalmate di carta moschicida una stupenda vasca/abbeveratoio in pietra che, chissà com’è, si è dimenticato a suo tempo di razziare.

Da un’altra cugina, Luisa (posso far nomi?), ben due sorprese. Nell’unico giorno di svago nell’arco delle vacanze, una lunga gita all-day-long in quel di Lugano a casa di amicissimi, mi arriva tra il lusco e il brusco un messaggio corredato di fotografia su Whatsapp. Il testo: “Saluti da un vecchio amico” o qualcosa di simile. La foto: Sosò. Chi è Sosò? O meglio, chi era? Beh, se non lo sapete vuol dire che non siete tra i lettori più affezionati, ma chiudo un occhio e spiego brevemente, scusandomi con chi la storia l’ha già letta un certo numero di post fa.
Sosò era, quando viaggiavo sui tre/quattro anni, il mio migliore amico. Un elefantino umanizzato, bianco (di solito non hanno il peletto bianco come gli orsi ma chiudiamo un occhio), vestito di tutto punto con camicia a quadrettini rossi e salopette blu. Sorvolando su altri aneddoti relativi alla sua breve ma intensa vita, tornerò, con dolore, a ricordarne gli ultimi istanti. Già, perché la sua fine fu decretata da una seduta di lancio di coltello a scatto improvvisata da uno dei miei fratelli (allora, poco poco, almeno quindicenne), che lo crivellò a tal punto di colpi da renderne impossibile la rianimazione o la ricucitura e quasi il riconoscimento. Stessa sorte toccò al divano che ospitava temporaneamente Sosò, ma che a differenza di quest’ultimo non potè essere nascosto sopra a un armadio per nascondere il misfatto. Però Sosò morse, morette, dipartì, affrontò senza un sorriso e senza il mio conforto la sua stagione di improvviso e improvvisato tramonto. Anche perché io, nel frattempo, facevo la nanna nel mio lettino, ignaro.
Beh, ricevere da Luisa una foto di Sosò ammettete che possa avermi destabilizzato? Le ho subito risposto chiedendo se volesse confessare dopo una sessantina d’anni di aver commesso un rapimento, o se avesse rintracciato l’elefantolino in un istituto per trovatelli di peluche. O se, come mi sembrava più probabile, si trattasse di un parente (non nostro, di Sosò).
Qualche giorno dopo, la sorpresa. Luisa che viene in visita e porta con sé il soggetto in questione svelandomi il mistero: Quello era il suo elefantino. Uguale o quasi al mio. Regalo della zia Rachele. Vissuto serenamente con lei in un armadio per tutti questi anni. Cioè, lui nell’armadio, lei fuori, visto che per anni ha anche dovuto insegnare al liceo. Comunque, a bocce ferme e mente fredda, non sono così sicuro della perfetta somiglianza tra i due nanopachidermi. Ma fa lo stesso.
La cosa strana è che il pargolefante si chiama Sosò. Pure lui. Pure il suo. Il che mi fa pensare che io l’abbia sempre chiamato con il cognome. Magari si chiamava Giangualtiero o Francarmando o Adelmo, come riuscii a battezzare il primo orsacchiotto di mio figlio.
Già che ci siamo, quindi, grazie Luisa per l’emozione. E grazie per l’albero genealogico che mi hai mandato, sviluppato su quattro fogli, dal quale credo che riuscirò, se riuscirò, a districarmi non prima di sette o otto anni, da tanto è intricato. Avrò trovato almeno trentadue Filippi, sessantatre Marie, Giuseppi e Carli a non finire. E il sospetto è che i matrimoni tra cugini più o meno vicini di grado non siano stati una rarità. Beh, alla peggio i posteri avranno facile gioco nel capire perché qualche volta molti di noi si siano rivelati un po’ “stravaganti”. O no? E mi ci metto anch’io, sia chiaro.

Ultima perla, grossa soddisfazione. Prendo il coraggio a sessantacinque mani e spedisco il racconto breve buttato giù un bel po’ di mesi fa (vedere il post “A casa di Chiara”) agli organizzatori di quella specie di piacevolissimo simposio letterario per amatori grafomani (forse sarebbe meglio grafomani amatoriali) cui avevo presenziato in veste di ospite in incognito a Luino, mesi or sono. Nella mail, mi sembra il minimo, mi sono presentato, all’italiana, sono amico di questo e di questo…
La risposta? Scusatemi, ma devo riportarla. Almeno la parte che mi ha lasciato estasiato e di cui non ho ancora sottolineato abbastanza la delicatezza e la carineria. Eccola:

Ciao …(nome)
Certo che ci ricordiamo di te: ogni tanto, quando desideriamo “nutrirci senza aggiungere calorie” visitiamo il tuo blog Polpetteditaccuino, ecc. ecc.
Ma ci pensate? Mi sono capito? Cosa posso aggiungere ancora se non un “grazie” enorme, nella speranza che prima o poi gli interessati ripassino di qui e lo leggano?
Ecco fatto. Detto tutto. Qualcuno ha passato vacanze splendide in località da sogno. Io no. Ma qualcosa di buono c’è stato lo stesso. Grazie anche al blog.

Ionnighitar


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