Ruggine, Bologna, tutto ok

Il calzolaio non abita più qui
Il calzolaio non abita più qui

Finalmente. Questa volta se parlo di Ruggine – e parlo di Ruggine – lo faccio a ragion veduta, avendo toccato con mano, constatato di persona, effettuato un accurato e minuzioso sopralluogo. E non cominciamo a malignare che io sia di parte, che ogni scarrafone è bello a mamma sua e quant’altro. Facciamo finta che io nemmeno sappia chi siano i quattro soci che hanno messo in piedi questo locale e in quattro (soci) e quattr’otto sono riusciti a conquistare una bella fetta di pubblico in quel di Bologna. Ho detto facciamo finta, d’accordo, ma non sarà mica colpa mia se G. è mio figlio, no? Oddio, in un certo senso un minimo di responsabilità credo di averla, ma intendo dire: dovrei essere giudice più severo e inflessibile, critico impietoso e censore piantagrane per dimostrare la mia imparzialità. Non scherziamo, per favore.

Detto questo, sabato scorso, esattamente in quel sabato di all’erta meteo che ha mantenuto le promesse circa i cataclismi preannunciati, ho imboccato l’autostrada del sole (non oso pensare cosa sarebbe stato se si fosse chiamata autostrada della pioggia) e giù, verso Bologna, ancora una volta, a farmi affascinare da una città che ormai mi ha adottato. Per la verità lei non lo sa, ma io faccio finta di niente. E mi faccio incantare ogni volta. Dalla folla della Piazza Maggiore, che si trasforma ogni fine settimana in un palco per un numero sorprendente di musicisti senza che questo disturbi o strida, dall’atmosfera più rilassata e gioiosa che a Milano credo si sia persa da decenni.

E dalle mille manifestazioni che bene o male si snodano nelle vie del centro. Questa volta era una specie di mostra-mercato del cioccolato che meritava davvero di essere vista.

Beh, a parte il contorno, poco prima dell’apertura orario aperitivo raggiungiamo “Il Ruggine”, come sembra sia ormai conosciuto a dispetto della grammatica italiana, e incontriamo G., già carico e nervosetto per tutto il lavoro che l’aspetta. Già, perché pare (non sono rimasto ad assistere) che il sabato sera sia una replica della calata degli Unni. Il locale si riempie, a ondate, mi dicono, a partire dalle diciottozerozero. E questo l’ho verificato. Poi, a parte i fortunati o i previdenti che riescono a piazzarsi a qualche tavolino o sugli sgabelli, la marea circonda il bancone e poi esonda verso strada, dove invade il vicolo Alemagna, peraltro non larghissimo, ma sempre capace di dare agio all’onda di piena di dilagare ai lati, verso Strada Maggiore e Via Santo Stefano. A proposito, andate a vedere le Sette Chiese, che ne vale la pena.

Ruggine è una vecchia officina, mi pare di ricordare, che è stata risistemata nelle parti essenziali, pulita ma non riportata a nuovo stile minimal e tirata a lacca bianca come farebbero a Milano. Credo non ci siano due sedie uguali manco se le paghi. Lo stesso dicasi per i tavoli. Ci sono addirittura due o tre rocchetti di quelli dei cavi elettrici e poi mobili rigorosamente di recupero. Vecchi bauli, le forme di legno del calzolaio appese alla parete, una macchina fotografica d’altri tempi e vecchie bilance, affettatrici, una moto, Gilera 175 Giubileo degli anni 60, che ha resistito al completo smontaggio e rimontaggio da parte di diversi meccanici improvvisatisi tali (faccio parte della schiera).

A differenza di quanto ho visto altrove, oggetti, mobili e soprammobili hanno mantenuto la loro totale originalità. Nessuna patina di verniciatura simil-retrò, nessun ritocco. Ci sono perfino le sedie di formica, in sé orripilanti ma perfettamente in sintonia con tutto il resto.

Ho fatto qualche foto, che mi fa piacere mettere a corredo delle mie considerazioni. Mi è piaciuto da matti il cestino che pende dalla carrucola e che potrebbe fungere da micromontacarichi per far scendere in sala le specialità che G. prepara al piano di sopra passando da una finestrella angusta e ora ingombra di bottiglie colorate.

cestino
La finestrella passavivande

Trovo carino l’utilizzo delle lavagne e lavagnette e della carta gialla, quella che quando avevo le braghe corte usava il macellaio per incartare bistecche e arrosti. Sarà un particolare da niente, ma mi dà l’idea di atmosfera calda, amichevole.

Confesso, non ho mangiato, ma bevuto sì. Birre, molto buone, che non mi è nemmeno stato permesso pagare. E la domenica sera aperitivi. Uno sbagliato (e mezzo) preparato in maniera magistrale da Davo e un secondo intruglio (ottimo) per il quale mi sono affidato a lui, alla cieca. Me l’ha servito preceduto da un cucchiaino d’argento con una goccia di un bitter che mi pare di ricordare fosse di sambuco (se ho sbagliato e Davo legge mi toglie il saluto). Risultato: eccellente.

Ragazzi, si sta bene, fidatevi. Ora, non dico di partire apposta da Agrigento o da Bolzano per andare al (alla?) Ruggine. Ma se siete in zona andateci e poi sappiatemi dire. Sono pronto a qualsiasi confronto. Mi è piaciuto tutto. Ma tutto. Compresi i quattro gagliardi (beh, uno mi pare ovvio, ma anche gli altri). Stanchi come cammelli, provati, distrutti, ma, credo, soddisfatti del risultato.

Tenete duro. E mantenete sempre quest’atmosfera che fa sentire a casa, tra amici.

Bravi (in ordine alfabetico) Davo, Don, Giaco e Riccardo. E bravo Angelo, valido ed efficientissimo aiuto.

Ionnighitar


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