Riflessioni

Sappiate, o voi che leggete, che avete corso un grosso rischio: ieri infatti sono tornato da un weekend a Bologna e, se siete frequentatori abituali, sapete bene che questo significa con certezza pressoché assoluta dovervi sorbire l’ennesimo peana sulla città che mi ha ipnotizzato e incantato e sulla quale non è escluso che lasci che un sogno velato si trasformi col tempo in realtà.

Nella vita non si può mai dire: penso di poter escludere solo l’eventualità che io mi faccia suora e, non bastasse, di clausura. Anche se, a pensarci bene, una volta che dovessi farmi suora tanto varrebbe godersi la pace della solitudine. Ma tanto questo non succede né succederà. Dicevo che avete corso il rischio, perché prima di cominciare e digitare e sdigitare mi sono messo una mano sulla coscienza e mi sono detto che non si può tirare la corda oltre il lecito. Chi legge prima o poi si stanca. Qualche volta me lo devo ripetere per non cadere in tentazione. Infatti, me ne darete atto, da tempo immemorabile non sto sostenendo campagne per la diffusione del verbo di Eric Clapton né sto sparando a zero o sputazzando al solo pensiero della parola Pooh. E vi garantisco che la tentazione ci sarebbe. Ma mi controllo e mi vinco.
Però, concedetemelo, uno spunto per la prima riflessione lo devo per forza attingere dalla visita bolognaise, anche se, in condizioni diverse, avrebbe potuto nascere a Zelo Surrigone, a Trebaseleghe o a Timbuctu.
Insomma, facciamola breve. Devo parlare dell’affetto e dei sentimenti di una cagnolina, quella che con un po’ di immaginazione ho definito la feroce guardiana del blog e che potete vedere in cima alla colonna di destra della pagina dei post.
Premetto che non sono un espertissimo di cani, che probabilmente non posso nemmeno essere definito cinofilo (né cinefilo, ma questo non c’entra un accidente) dato che, lo ammetto candidamente, i cani non mi piacciono proprio tutti tutti. E vabbè, che cosa ci posso fare? Certi, divisi per razza, hanno le mie simpatie, altri mi stanno cordialmente antipatici e non riuscirei nemmeno sforzandomi a trovarli carini o gradevoli. Come? Quindi dite che non amo i cani? Può anche darsi. Sapeste i gatti, invece… (omissis).
Eppure un sacco di anni fa ho avuto un cagnone stupendo che era ed è stato la mia ombra ventiquattro ore al giorno, che ovviamente pensavo fosse il cane più bello e intelligente del mondo, col quale ho giocato, corso, fatto la lotta. Che, povero, ha dovuto sciropparsi e digerire l’avvento di due pargoli (umani) nati a raffica una dopo l’altro, che gli hanno usurpato il trono del personaggio più importante della famiglia. Eppure, nonostante in un paio di occasioni e con pieno diritto e ragione, li abbia cresimati entrambi perché anche la pazienza di un cane ha un limite, li sorvegliava li custodiva e li proteggeva come se fossero stati suoi. Beh, in un certo senso erano suoi. I suoi cuccioli umani ai quali faceva un po’ da papà e un po’ da guardia del corpo (con ampia licenza di ringhio).
Torniamo alla cagnolina. E a Bologna, ma voi fate conto che non sia Bologna, così non vi stancate. Che fosse dotata di una sensibilità che, obiettivamente, non avevo mai notato nel mio suddetto cagnone è pacifico. Quando, qualche volta, è stata affidata a noi perché i suoi padroni (non parliamo di genitori, che è cosa che trovo quasi blasfema e abominevole, tant’è vero che non mi considero suo nonno) se ne andavano di qua e di là per il mondo, per lavoro o per diletto, ha sempre mostrato di “sentire” molto il distacco, si è immalinconita, sembrava, in un certo senso, un cane bastonato. Pur non essendolo stata mai e di questo sono più che certissimo.
Poi, nel giro di qualche giorno, si accontentava delle nostre affettuosità, le ricambiava, ci faceva un sacco di feste quasi fosse stata la nostra cagnolina, ma al ritorno dei suoi capibranco diventava pazza di gioia e saltava (salta) come fosse un canguro per festeggiarli. Estendendo le sue manifestazioni di gioia anche a noi come per dire: “Avete visto? Son tornati! Mamma mia come sono felice, guardate, sono qui, sono tornati da me”. E amen. Recentemente, chissà com’è, o perché è stata con noi un po’ di più o perché è cresciuta, va’a  sapere, ha cominciato a mostrare un po’ di malinconia anche al momento di lasciare noi. Pur abbandonandoci per tornarsene a casina sua, tra le sue cose, i suoi giochi, la sua cuccia preferita. E i suoi adorati padroni. Il che fa piacere.
E veniamo al vero motivo di questa riflessione. Ieri mattina, dopo che il suo padrone, nonché mio figlio, è uscito di casa, mentre noi ci preparavamo a raggiungere la stazione per tornare verso nordovest, lei aspettava di uscire a sua volta per iniziare la sua settimana lavorativa appiccicata alle gonne della sua padrona. Ma era triste. Sconsolata. Gli occhi fatti andare di qua e di là mostrando il bianco senza muovere la testa, affondata mestamente tra le zampe. Qualcuno ha detto “sente il lunedì”. Devo confessare che una mezza idea me l’ero fatta. Forse un’illusione. Avrei voluto azzardare l’ipotesi che le dispiacesse vederci in preparativi perché sapeva che ce ne saremmo andati. Ma non ho osato. Che diavolo, rischiavo di fare la figura dell’imbecille! È vero, noi saremmo partiti ma lei sarebbe rimasta a casa, nella sua città (a proposito, non so se io l’abbia già detto, ma la sua città, Bologna, è davvero una gran bella città), coi suoi padroni, per la miseria. Cosa puoi volere di più? Un Lucano? Un tucano? Un decano? Me ne sono stato zitto.
Ieri sera, ore ventitrè e rotti. Arriva un messaggio su Whatsapp (segnatevelo sto nome perché avrei voluto parlarne ma mi sono dilungato, come sempre, e rimando alla prossima). Il messaggio è della mia praticamente nuora. Bruttissimo nuora, non vi pare? Ma qui non uso nomi propri per scelta, non posso chiamarla genera o compagna di G. Anche perché compagna è termine che mi fa schifo. Diciamo fidanzata che oltretutto è più romantico. E cosa diceva? Semplice. Mandava una foto della “brighellina” tutta mogia e mesta, sdraiata sul divano (letto) dove avevamo dormito noi. Con gli occhi tristi. Con l’aria desolata. È rimasta lì tutta la notte. Ha snobbato bellamente i suoi padroni e la sua cuccia. Forse è rimasta ad aspettarci tutta la notte. Allora, dico io, pur avendo ben presente la distinzioni tra cani (non tutti) ed umani, posso non commuovermi e non sentire una punta di orgoglio di fronte a tale manifestazione di affetto? Rispondo io? Occhei. No. Non posso. Ecco.

Ionnighitar


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