Ricordi agresti 2

Verso le cinque, le diciassette-zero-zero se siete abituati al linguaggio dei gruppi d’assalto, andavamo in stalla a prendere la nostra porzione di latte con il bidoncino di alluminio. Roba da perdere la testa. Chissà i litri di latte non pastorizzato, non filtrato, non vitaminizzato ma semplicemente tirato fuori dal serbatoio della mucca, mi sono sciroppato in vita mia. E, roba da non credere, senza prendere il colera, l’enterobacyllum colii, senza restare vittima di allergie debilitanti e senza nemmeno venir colto da episodi fulminanti di dissenteria. In compenso mi bevevo un latte caldo di mucca completo di panna, schiumetta e magari qualche sottile filo di fieno, che era la fine del mondo. La temperatura era perfetta. Da panza a panza senza sbalzi termici… grandioso.

Adoravo stare in stalla. Ed ero titolato a farlo in quanto membro eletto della famiglia per riportare, appunto, il secchiellino pieno che ci spettava ogni giorno. In fondo, le mucche erano nostre, non del contadino. La cosa era più confusa in tema di galline, perché, va’ a sapere com’è, quando una si ammalava, finiva sgozzata dalla faina, attraversava la strada finendo sotto un Tir, o semplicemente non faceva uova, era nostra. Non credo fossero marchiate a fuoco né avessero particolari segni distintivi di riconoscimento… Si vede, semplicemente, che con le galline avevamo una scalogna bulgara. Quelle del contadino belle grasse, con la sindrome del pavone, sparavano 74 uova di struzzo al giorno (ognuna) eppure si mantenevano belle e fascinose fino al giorno del giudizio (a quello provvedeva lui, Angelo, il papà dell’Ambroeus, o la Maria, che in quanto donna di campagna e di lavoro, non si faceva impressionare da una truce esecuzione per strangolamento.

Non penserete che io non abbia mai provato a mungere, spero… Certo, provare è una cosa. Riuscire un’altra. Io non sono mai riuscito, però mi sedevo sullo sgabellino a una sola gamba e timidamente allungavo le mani su quegli imbarazzanti distributori che le mucche mostravano senza pudore. Probabile che la causa dei miei fallimenti sia amorosi sia caseari sia sempre stata la mia timidezza nei confronti del gentil sesso e dei suoi più attraenti ed evidenti attributi. Infatti, anche nei confronti di gentili signorine che mucche certamente non erano sono sempre stato un filino imbranato. Nel senso che se non mi mettevano per iscritto che avevo qualche possibilità di successo non mi fidavo di me stesso e rimediavo tardive e scottantissime sfottiture del tipo: “Complimenti per l’intraprendenza”. Amen. L’importante è che io abbia saputo lanciarmi la sola volta che ne valeva davvero la pena. E sono trentaquattro anni più cinque di rodaggio che mi complimento con me stesso per l’audacia dimostrata. E per l’oculatezza nella scelta.

Tornando a bomba, altra cosa che adoravo era andare per campi sul carro del trattore con l’Ambroeus, l’Angelo ed eventuali altre braccia dedite ai lavori agricoli. Si andava a tagliar l’erba (qualche volta dietro attenta tutela ho provato a maneggiare la falce ma ho imparato molti anni dopo), poi la si lasciava lì a seccare sperando non piovesse, poi si tornava a “far fieno”, quando ancora non esistevano le famose rotoballe che esteticamente adoro, e si tornava a casa appollaiati su una montagna di fieno che quasi traboccava dal carro, dandoci la possibilità di mostrare un’abilità non comune a non rotolare di sotto durante il tragitto. Per la verità il trattore Fiat 411R arancione non credo facesse più di dieci all’ora, e rallentava in curva. Ciò non toglie che fossimo dei ganzi tremendi e ci pavoneggiavamo come due cretini in cima al fieno quando in paese incrociavamo lo sguardo delle bambine (preciserei che ero minorenne, molto, e quindi non si tratta di pedofilia ma di semplice attrazione per le coetanee).

Aspetti simili li aveva anche la racccolta delle patate (i tuberi). La differenza è che stare appollaiati sopra un mucchio di patate è leggermente meno piacevole che posare le chiappe su una base di fieno morbido e profumato. A proposito di profumi… argomento sfiorato nel post precedente, esisteva anche l’operazione di concimatura dei campi… Ehm… Effettuata a mezzo bonza, come si definisce un grosso serbatoio trainato dal trattore e destinato alla raccolta di liquame organico (devo essere più preciso?), attraversavamo il paese lasciando una scia che faceva scappare le fanciulle e anche i maiali. Ecco, in quell’occasione non facevamo tanto gli splendidi. E non cavalcavamo la bonza, per la verità. Non ricordo come arrivassimo sul posto. Forse appollaiati dietro al seggiolino del trattore, e se ci penso bene e potessi tornare indietro nel tempo, credo che sceglierei di fare dell’altro invece che andare a respirare a pieni polmoni quell’olezzo di verbena che si diffondeva non appena l’Angelo dava la stura al tubo flessibile che irrorava il campo.

Mille post fa raccontavo della mia certezza di quanto i ricordi siano legati a sensazioni olfattive uditive o simili. L’Ambroeus mi ha insegnato una cosa che ricordo come fosse adesso: un sistema un po’ sui-generis per creare un succedaneo della gomma da masticare. L’ho sperimentato nel fienile, enorme stanzone sopra la stalla, ovviamente stipato di fieno e paglia, e con un certo non so che di proibito che mi è rimasto tuttora impresso senza che io sappia darmene una ragione. Aveva un’atmosfera mista di luogo da cospiratori ed alcova per incontri proibiti, in un tempo in cui già non sapevo cosa fossero gli incontri. Figuriamoci poi quelli proibiti.

Insomma, la sua teoria era che se ti schiaffavi in bocca una piccola manciata di chicchi di grano e cominciavi a masticare e masticare e masticare, poi ti saresti trovato davvero una specie di chewing-gum ecologico e a basso costo in grado di soddisfare i palati più fini.

Devo confessare che la sensazione del chewing-gum non l’ho mai raggiunta: forse dovevo insistere per qualche ora in più. Quanto al gusto… boh, non so definirlo, non è quello della crusca, non quello di altri cereali assaggiati in seguito, ma ha qualcosa di familiare. Non una roba da perderci la testa. Ma lo ricordo. Come fosse adesso. Quando i blog consentiranno di comunicare odori e sapori vi terrò al corrente.

Tanti ricordi, capperi. Forse troppi, almeno per voi che già di certo ne avete abbastanza. Ma mica posso esagerare, col rischio che poi vi mettiate a leggere il blog di Beppe Grillo o di Roberto D’Agostino. Però proseguirò, in puntate successive, ai periodi in cui l’Ambroeus ha seguitoaltre strade, la mia cugina Giulia ed io ci siamo affrancati dalla catena che ci teneva legati a casa e ci siamo spinti fino a V. (quella dei pompieri), prima in bici, poi in motorino, poi ancora automuniti, per frequentare fanciulli e fanciulle in fiore, ansiosi di affrontare i primi batticuore e le prime schermaglie amorose (si fa per dire, data l’effettiva composizione della compagnia, ma letterariamente trovo suonasse bene). Ammetto, tanto lo sanno tutti, io avevo un debole per Maghina, al secolo Marina con un difetto di pronuncia sulla erre, la biondina di due sorelle e anche decisamente la più carina, anche se ci voleva poco ad esserlo (caghina con la sua pronuncia). Ma… a conferma della mia intraprendenza sto ancora aspettando di manifestarle la mia ammirazione e credo che rinuncerò, ormai, sapendola nonna. L’importante, nella vita, sono i sogni. O per lo meno ne sono una parte importante. Lasciamo che viva ancora così, come un sogno. Comunque, imbranato finché volete, ma Maghina era effettivamente caghina. Ma aspettare mi ha ripagato, e di gran lunga.

Ionnighitar


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