Rendering: chi era costui?

intreccio 2

Si impone una brevissima spiegazione per i non addetti ai lavori. Rendering è una tecnica di elaborazione delle immagini, più precisamente del disegno che, con l’aiuto di potenti e sofisticatissimi programmi e di computer dedicati, consente di ottenere immagini in 3D, tridimensionali, con effetti fotorealistici sorprendenti. Non è chiaro? Allora diciamo: a tutti è capitato di vedere, magari su manifesti formato sei metri per tre, immagini di palazzi, quartieri residenziali, progetti architettonici di vario genere, come se fossero stati fotografati. Con il piccolo dettaglio che la costruzione non era ancora nemmeno cominciata. E alùra?

Allora la colpa è tutta del rendering. Che consente di dare un aspetto quasi fotografico, con dettagli che possono arrivare a una minuziosità impressionante, a disegni che nei tempi passati erano semplicemente disegni. Potevano arrivare ad avvicinarsi a quelli che sono gli attuali “render” solo se realizzati da illustratori con i fiocchi, i controfiocchi e due scatole così (non intendo scatole di pennarelli, era per evitare espressioni da caserma).

Tempo fa, quando la situazione mia e del mio lavoro di grafica cominciava non solo a vacillare, ma ad essere squassata come un tenero arbusto in mezzo a una violenta tromba d’aria, il mio amico Ric, architetto di riconosciuta capacità e voce ineguagliata e ineguagliabile della mitica B-Band non solo mi ha offerto generosissima ospitalità nel suo studio, ma un bel giorno mi ha fatto scivolare un suggerimento…

«Perché non ti metti a fare rendering? A me serve, lo devo far fare ad altri. Altri architetti ne hanno bisogno. Il mercato è affamato di questo tipo di attività».

Ho sempre avuto una particolare tendenza a lasciarmi convincere da Ric. Anche quando non mi andava di affrontare una esibizione in pubblico, anche quando ero tentato di buttare per aria la band per screzi o faticosa convivenza con qualcuno. E’ sempre bastato che Ric intervenisse, mi parlasse senza nemmeno farla tanto lunga e io mi ritrovavo a fare quello che mi aveva prospettato. La sola cosa in cui non mi ha potuto convincere è stata l’eseguire qualche pezzo dei Pooh. Lì non ho avuto mai esitazioni. A costo di portare le chitarre al banco dei pegni o alla Fiera di Sinigaglia.

Fare rendering, dunque? La cosa mi affascinava e mi spaventava. Da un lato ero attratto dal metterci creatività, dal veder nascere qualcosa che in un certo senso si poteva paragonare a un quadro, pur consapevole del fatto che gli strumenti e le tecniche erano frutto di programmatori di software e non della mia abilità o capacità artistica. D’altra parte, obiettivamente, mettere insieme un’immagine fotorealistica di una casa o di un ambiente non è un gioco da ragazzi, ve lo posso garantire. Ho tentennato ma alla fine ho deciso di provarci.

C’è stata una fase dura e intensa di studio, di prove, di delusioni e di scoraggiamento. Una fase di entusiasmo nell’affrontare l’avventura insieme a un amico di C. che stava utlizzando i medesimi programmi per imparare a fare animazioni. Una fase successiva di delusione e profanda arrabbiatura quando ho potuto verificare che avevo trovato una delle persone più inaffidabili e, ora posso anche dirlo, scorrette che mai abbia incontrato.

Rimasto da solo a dovermi buttare ancora una volta in acque sconosciute, consapevole che il padroneggiare i programmi di rendering non avrebbe coinciso necessariamente con una frotta di richieste di collaborazione da parte di studi professionali, sono entrato in una fase di dubbio e di insicurezza che mi ha bloccato e mi ha portato alla decisione di rinunciare. Ancora adesso mi sto chiedendo se quello non fosse stato uno dei famosi treni che ognuno di noi ha l’opportunità di prendere, e che dovrebbe prendere al volo. Perché nessuno ci garantisce che poi ne passi un altro. Magari passa, ma può anche avere i sedili rotti, i finestrini bloccati o il riscaldamento fuori uso. Può passare un altro treno, che prendiamo al volo perché pensiamo possa essere l’ultimo. Ma quello di prima, quello buono, ormai è andato. E ben difficilmente gira su un percorso circolare. Ci lascia solo il dubbio di aver fatto un’immensa fesseria a lasciarlo passare. Seduti su un sedile rotto, sporco, coi finestrini bloccati (aperti) e il riscaldamento inesorabilmente spento. Seduti a ripeterci con convinzione sempre crescente che non c’è limite alla stupidità (parlo per me, tranquilli).

Ma, alla fine, perché tutto questo sproloquio? Perché ho recuperato alcuni dei rendering che ho realizzato quando studiavo. Intendiamoci, quasi tutti sono stati fatti seguendo passin passetto le istruzioni dei libri, ma qualcosa di mio ci ho messo sempre, fosse anche una saponetta accanto al lavabo o uno spazzolino da denti rosso sulla mensola. Beh, queste immagini voglio piazzarle a corredo del post. Un po’ per rendervi partecipi di una cosa che mi è piaciuto fare e che a mio avviso non è venuta del tutto malaccio, un po’ perché mi restino accessibili dal blog, a memoria del fatto che avrei potuto insistere ad avere più coraggio. Un’ultima considerazione, già fatta in un post di chissà quando: le scelte operate razionalmente sono quasi certamente le più stupide e insoddisfacenti. Le scelte operate sulla scorta di un entusiasmo e magari di un sogno sono un’incognita. Che potrebbe anche rivelarsi una meravigliosa ex-incognita. Meditate. e Buon Natale ancora.

Ionnighitar


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