Quattro – Soggiorni brevi

Ai tempi delle elementari – e anche prima, logicamente – non si parlava di weekend ma di domeniche. Tutt’al più mezzo sabato più la domenica, perché il sabato mattina era lavorativo e di lasciare la città non si parlava nemmeno. Le puntate veloci quindi si riducevano a un mordi e fuggi. Il mordi nel vero senso della parola consisteva, per lo più, in un pranzetto alla trattoria che non so se avesse o meno un nome, ma che identificavamo come “dal Tino”. A un passo e mezzo da casa nostra, in fondo a un cortile in terra battuta, al pian terreno di una casa con ballatoi fioriti, era spesso ritrovo per famiglie di villeggianti aficionados che non avevano nessuna voglia di spignattare in casa per un semplice pranzetto domenicale. Spesso incontravamo qualche zio con la sua discendenza o anche solitario, qualche famiglia amica dei miei, facce viste magari mille volte che io conoscevo a malapena ma che, come tutta la nostra famiglia, aveva fatto un po’ la storia dei tre paesi.
Il pranzo dal Tino era sempre piacevole, senza sushi o nouvelle cuisine, che tra l’altro detesto, magari pollo arrosto e risottino, polenta e spezzatino o semplice arrosto di vitello con patate, ma a mia memoria del tutto soddisfacente. Dopo un po’ di anni e fidandosi di un successo apparentemente inarrestabile, purtroppo il Tino volle fare il grande salto: costruì un locale in grande stile, con un ampio bar, una sala da pranzo di tutto rispetto e, cosa che ho sempre trovato assurda per un paese come Clivio, albergo con camere. Riuscì a reggere qualche anno, pur avendo perso quella caratteristica che lo rendeva unico e familiare, ma si trovò strangolato dai debiti per avere osato troppo e non riuscì a reggere le difficoltà che lo sovrastavano. Ricordo con nitidezza la notizia della sua scomparsa. E ricordo perfettamente lui, alto, segaligno, con i capelli ondulati e brizzolati, sorridente, affabile. Suo figlio Walter a volte veniva a giocare con me e ne ho testimonianza in una vecchia foto in cui ci aggiriamo intorno alla mia tenda da indiano montata nel prato delle mucche. Un perfetto Penna-di-Falco con gli occhialini da ipermetrope.
Quando la necessità ce lo impose, perché chi subentrò al Tino non fu in grado di conquistarci in toto, il punto di riferimento diventò la trattoria a cinquanta metri dalla sbarra del confine svizzero che il Carletto, ex autista della corriera Clivio-Varese aveva rilevato e gestiva con discreto successo aiutato dalla moglie e dai suoi tre figli, anche loro miei compagni di giochi in quanto vivevano in una casa-cascina confinante con la nostra. Anche questo diventò immediatamente luogo di raccolta e ritrovo dei viandanti/pellegrini della domenica, amici, parenti e conoscenti.
Qualche volta, rara ma evidentemente significativa, il pranzo della domenica si traduceva in una specie di pic-nic che non ricordo bene dove venisse consumato. Quello che ricordo molto bene, e che mi affascinava in modo incredibile, era il grosso cesto in vimini stile Derby di Ascot, con il servizio di piatti di plastica rigida bianchi, le posate, i bicchieri e mangiarini invitanti nel termos portato da Milano.
Capitava a volte, nel periodo in cui il papà era stato arruolato in veste di consigliere comunale, che dovesse presenziare a qualche consiglio o riunione del sabato sera e il weekend in quei casi assumeva quasi le fattezze di un weekend in chiave moderna, con pernottamento a casa. Esperienza memorabile, quando l’impianto di riscaldamento era rappresentato da una sola stufa a cherosene e la stagione non era ancora arrivata a garantire temperature miti.
In quei casi, però, ero solo coi miei genitori perché ormai mia sorella e i miei fratelli avevano raggiunto libertà e indipendenza e di venire a passare la domenica in campagna non avevano alcuna intenzione.
I ritorni della domenica sera somigliavano un po’ alle trasferte verso nord delle famiglie calabresi. Era raro che non avessimo sacchetti e cestini colmi di verdure che il Gildo preparava, le uova, fiori e, immancabilmente, la scorta di carne per la settimana, comprata dal Serafino, il macellaio di fiducia che fu il riferimento di tutti noi per due generazioni.
Nel corso degli anni, che a volte si travestono da secoli, i fine settimana o i soggiorni brevi per qualche festa, la Pasqua, il primo maggio o altre ricorrenze ufficiali, cambiò e ricambiò veste tante volte. Per un buon periodo cambiò talmente tanto la sua veste da scomparire del tutto, visto che me ne restavo a Milano con amici e compagni di scuola e l’ultima cosa che mi passava per la testa era di andarmi a cacciare in una landa deserta e desolata. Poi qualcosa cambiò ancora le carte in tavola e in modo decisamente drastico.
Ho già ricordato che, una volta adocchiata e apprezzata oltremodo una giovanissima fanciulla della compagnia dei “più piccoli”, sorella minore di una futura cugina in via di acquisizione (i lettori che non appartengono alla tribù non si affannino, capire qualcosa delle parentele nella nostra famiglia a volte è complicato anche per noi), mi offrii generosamente di accompagnarla in visita alla Fiera Campionaria, che non aveva mai affrontato con la guida di un esperto e scafato visitatore autoctono.
Sapete come funzionano ‘ste cose… una parola tira l’altra, come le ciliegie, io forse avevo dalla mia la possibilità di sfoderare il fascino dell’universitario patentato, lei aveva dalla sua tutto il resto o, per lo meno, tutto quello che a me sembrava perfetto e, dopo neanche tante riflessioni e considerazioni…
Finché non convolammo a giuste nozze, festeggiando con amici e parenti proprio nel cortile pavimentato a ghiaia e sotto i portici, intraprendendo un cammino che, con mia grande fortuna, prosegue indomito ancora oggi, tutti i miei fine settimana, estate e inverno, pioggia neve o gelo, per la bellezza di cinque anni, furono weekend cliviesi (salvo trasferte affrontate insieme).
Chi conosce il posto e il clima secco che lo caratterizza può capire facilmente quel che posso aver passato durante quei lunghi inverni. Nel sacco a pelo e la sola, antica, stufa a cherosene a rompere il ghiaccio.
A qualsiasi costo raggiungevo la postazione. Il sabato era quasi sempre trascorso a Varese a guardar vetrine, la mattina a ritirare la mia diletta all’uscita dalla scuola. E quando parlo di qualsiasi costo ci metto anche la volta in cui ci vollero tre o quattro ore perché a metà strada un comasco birichino decise di giocare al bersaglio con la mia Mini Cooper riuscendo a centrare l’obiettivo o le altre volte in cui, inscatolato in un’armatura di gesso per una spalla rotta, con la manica vuota del loden manco fossi un mutilato di guerra, raggiungevo Varese col treno e poi le colline ridenti, che avrebbero avuto poco da ridere vista la stagione fredda e piovosa, con la corriera che proprio a Clivio faceva capolinea. Io scendevo prima, nel paese di serie B, quello che avevo fino ad allora snobbato. E che adesso è diventato la mia casa.

Ionnighitar


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